
Qualcuno si chiederà: perché uno scritto sull’Atropa Belladonna? Perché questa pianta, velenosa in tutte le sue parti, anzi velenosa fino a provocare la morte, è qualcosa che non lascia indifferenti chi l’avvicina; certo ci vuole la giusta sensibilità, non timore ma conoscenza di questa pianta, che nella asimmetria delle sue foglie, nei suoi fiori a calice e nelle bacche simili a piccole melanzane, non può passare inosservata.
Piú volte le ho chiesto il suo segreto: «Chi sei? Perché questa tua natura?». E la risposta è sempre la stessa: «Sono Atropa, recido la vita ma nuovamente la dono, sí perché delle tre Parche, Cloto che origina la vita, Lachesi che la dipana, io sono Atropa, colei che ne recide il filo, lo recide per far sí che rinasca a nuova vita».
E ancora mi dice: «Avete mai pensato che dramma, che condanna sarebbe, se per sempre fossimo rinchiusi nell’esistenza che conduciamo? Eternamente giovani, senza conoscere vecchiaia e morte come, nel Ritratto di Dorian Gray, che Oscar Wilde ben descrive, ma dove l’inevitabile epilogo sfocia nella tragedia».
Vedremo ora di entrare nel mondo di Atropa e la pianta che la rappresenta, Atropa Belladonna. Belladonna poiché del succo delle sue bacche le dame del Rinascimento facevano un estratto che serviva a dilatare le pupille e apparire piú attraenti, da qui il suo nome.

È una pianta che entra potentemente nell’astrale, non si accontenta dell’eterico come tutto il regno vegetale, ma entra con forza nel regno dell’astrale e, se assunta dall’uomo, gli distrugge il corpo eterico e il corpo astrale di cui lei si impossessa, causandone la morte. Questa del resto è una prerogativa di tante specie velenose, per lo piú della famiglia delle Solanacee, cui la Belladonna appartiene, come ad esempio il Giusquiamo, lo Stramonio, la Dulcamara e la Mandragora. Da queste piante però la medicina ha saputo estrarre princípi attivi utili alla salute dell’uomo, creando farmaci potenti ed efficaci, nell’omeopatia di Hahnemann, o nella medicina antroposofica della Wala e Weleda, di cui Rudolf Steiner ne diede le indicazioni e l’avvio.

La Belladonna è una pianta erbacea perenne, alta 50-150 cm, ha un odore forte, acre, radice grossa e carnosa, foglie ovali di un bel verde, i fiori di colore violetto sbocciano in estate, mentre la bacca nero lucente matura a fine estate inizio autunno.

Cresce in boschi radi ad altitudini tra i 900-1600 metri, è poco comune ed è tossica in tutta la pianta, specialmente le bacche, per la presenza di una miscela di alcaloidi nella quale prevalgono atropina, iosciamina e scopolamina che dopotutto, come si è detto, sono gli stessi princípi usati in medicina.
I galenici di Belladonna (tinture, estratti, polveri), fino a qualche decennio fa, entravano a far parte di numerose preparazioni complesse. La poca maneggevolezza della droga e l’immissione sul mercato di farmaci di sintesi meglio dosabili, ha indotto le ditte farmaceutiche ad abbandonare progressivamente i prodotti a base di questa droga.

Preparati di Belladonna sono comunque un rimedio del dolore e dello spasmo, utili in varie forme di nevralgie (facciale, intercostale, sciatalgica ecc.), agiscono sui dolori spastici della muscolatura involontaria del tratto gastrointestinale, dell’utero e delle vie urinarie. È considerato uno dei migliori rimedi della pertosse.
Ha però controindicazioni, ad esempio nell’ipertensione arteriosa, nell’ipertrofia prostatica e nell’aterosclerosi.
Vi sono comunque ottimi prodotti a base di questa pianta, come si è detto, della Wala e della Weleda, in gocce, granuli e soluzioni iniettabili, pure in gocce oftalmiche che aiutano nella cataratta. Alcuni di questi composti medicinali furono creati sotto suggerimento del Dottor Steiner e comunque va assolutamente tenuto presente che l’uso di questi prodotti va fatto sotto indicazione e controllo di un medico.

Interessante infine, da un manuale delle droghe e piante medicinali del 1915 in nostro possesso, la Belladonna veniva indicata in composti per farne sigarette antiasmatiche, cerotti, linimenti e pomate, pozioni contro la pertosse, pillole contro la dismenorrea e persino supposte, una medicina che ormai ha lasciato il posto a cure dove sempre meno sono presenti componenti di origine naturale.
Veniamo ora al mito e alle leggende legate a questa pianta.
Insieme al Giusquiamo, allo Stramonio e alla Mandragora, si diceva che le streghe ne facessero preparazioni e unguenti per permettere i loro voli, dove venivano portate a celebrare i sabba infernali.
Assieme al Giusquiamo il succo veniva poi usato per preparare veleni mortali, in tempi in cui il veleno era un’arma subdola per disfarsi degli avversari. Anche nell’Amleto di Shakespeare il padre viene ucciso da questa mistura.

Terminiamo questo viaggio nel mondo della Belladonna riportando alcune note dall’opera di Wilhelm Pelikan, Le Piante Medicinali – volume I. L’autore, che teniamo in considerazione particolare poiché molti dei suoi appunti furono suggeriti dallo stesso Steiner, cosí dice: «È questa un’attrice pericolosa, la sua zona preferita è quella intermedia della semi penombra, dove si incontrano la luce del giorno e le tenebre umide della foresta. Quando il sole penetra maggiormente e le forze dell’oscurità abbandonano la pianta, essa sparisce rapidamente. Questa esprime la lotta tra forze luminose e forze oscure; rifugge dalla luce e soccombe alla pesantezza, le api ed altri insetti si nutrono del nettare dei suoi fiori, poi crescono i frutti, “la ciliegia avvelenata”. Tutta la pianta è sensibile al confronto tra luce ed oscurità, la Belladonna però risente anche dell’interagire tra le forze dell’acqua e quelle dell’aria. La Belladonna è tossica per l’uomo in tutte le sue parti, uccelli e piccoli mammiferi invece se ne nutrono».
L’Autore continua poi nel suo scritto affermando che la Belladonna è una delle grandi piante della nostra farmacopea, ne analizza gli aspetti di ogni sua parte e le sue applicazioni sulla salute dell’uomo e cita pure conferenze dove Rudolf Steiner parla di questa pianta e delle sue applicazioni, un libro che riteniamo consigliabile conoscere.
Davirita
