Nei discorsi d’ogni giorno usiamo abitualmente constatazioni, opinioni, riflessioni, commenti e critiche. Le considerazioni si affacciano alla mente, le opinioni si esternano agli altri, le riflessioni si conservano come punti di raziocinio, con i commenti facciamo quindi le chiose a ciò ci ha maggiormente colpito, e, sentendone la necessità, adoperiamo poi le critiche per inquadrare il tutto in chiave strettamente personale, non sempre benevola.

Per fare un esempio; il figlio dei miei vicini di casa, giocando a pallone nel cortile condominiale assieme ad altri ragazzini, rompe accidentalmente la finestra della mia cantina. Constatando, mi dico: “Ragazzino vivace, vetro rotto”; esprimo poi l’opinione: “Bisognerà far riparare la lastra”: la riflessione è una pura conseguenza: “Sí, ma accidenti, la farò pagare a suo padre!”. Col commento a seguito la prospettiva s’allarga: “Però questi genitori! Dovrebbero stare piú attenti ai loro figli!”; e arriva infine puntuale la critica con tanto di extended: “Ecco qua! Siamo arrivati al punto in cui le famiglie non sorvegliano i loro marmocchi! E cosí questi bricconcelli fanno quello che vogliono!”.
Dall’accusa all’esigenza di giustizia, dal dissidio al litigio, dalla zuffa alla faida; volendo, si può proseguire fino all’insurrezione armata, imbastita con motivazioni faziose, anticipata da sondaggi e reportage tanto sobillatori quanto ipocriti, col rinforzo dei social, che, tanto per aggiungere un tocco di classe, reclamano a tam tam battente, l’estrema urgenza d’intervento da parte di una forza d’ordine pubblico che stabilisca l’ordine senza comportarsi da forza d’ordine: e il passo verso la fine del mondo è breve.
A prescindere dai casi (rari) di criminali, delinquenti, manovalanze di basso profilo e malavitosi di alto bordo; soprassedendo ai casi (ancora piú insoliti) di inetti, sfaccendati, parassiti sociali, approfittatori occasionali, truffatori patentati, e corrotti recidivi: nel mezzo c’è comunque una popolazione abbondantemente onesta e lavoratrice, un po’rammollita, un po’ pingue, un po’ disattenta, che tuttavia ha appreso il gusto di librarsi sull’altalena delle responsabilità di coscienza; lo fa con oscillazioni sempre piú ampie e sconcertanti; non vuol mollare la presa di questo passatempo (anche perché mollarla sarebbe pericoloso); se n’ è appassionata e ne ha tratto, al di là del piacere personale, il convincimento di poter proseguire all’infinito quel gioco nuovo, pseudo-innocente, in linea con l’ambiguità dei tempi; ma, a voler farlo con piglio giusto, ci si deve esser prima dimenticati del vecchio monito “Chi scherza col fuoco finisce col bruciarsi”.
Si narra che ogni popolazione abbia diritto alla sua felicità, e la felicità prevede anche i divertimenti, non c’è contraddizione. Ma tale presupposto regge fintanto che non ci si accorge che i divertimenti vengono generalmente somministrati, in modo subdolo e provocatorio, da forze tutt’altro che amichevoli, le quali esistono ab originis e nutrono, pure loro, un presupposto inderogabile: che, nel caso in questione è piú di un diritto, è un vero e proprio dovere da realizzare: portare avanti, ad oltranza, il compito di contrastare ogni impulso evolutivo dell’essere umano. Impulso che, riassunto in breve, si traduce, oggi come oggi, nel cercare una via d’uscita all’aut-aut formatosi tra il “vorrei-ma-non-posso” e il “potrei-ma-non-voglio”, avvalendosi, per quanti le cercano e le trovano, delle forze d’autonomia e d’indipendenza di cui le anime sono state tutte – grazie al Cielo – ugualmente dotate, salvo poi casi particolari di logorío e cattiva manutenzione.

Per cui credere che l’avventura della vita debba per forza di cose svolgersi come un felice periodo di transizione terreno, privo di particolari significati, altro non è che la prova provata di una tentazione noetica la cui veridicità è stata completamente stravolta e stracapíta; un incantesimo col quale l’anima dell’uomo è giunta a cimentarsi: non per cascarci dentro senza nemmeno batter ciglio, ma, anzi, per scuotersi dal torpore onirico in cui, una volta assunta la veste fisico-sensibile, è venuta a trovarsi, per capire con chiarezza, senza ombra di equivoci, attraverso una ininterrotta profusioni di sforzi e cimenti, che un nuovo Paradiso Terrestre si renderà possibile soltanto nella misura in cui la situazione, che adesso ci gestisce quali occupanti pro tempore questo vecchio pianeta, si sarà resa evidente, nitida e obiettiva a tutti i nostri organi percettivi fisici e psichici.
È (o sarebbe ) di fatto il recupero della memoria spirituale, di cui nei circoli piú consoni al tema, molto si parla, e senza il cui alimento, le vie dell’Iniziazione sono impercorribili: non perché spariscano o diventino inconcepibili, ma perché all’epoca attuale tendono ridursi ad argomentazioni dialettico-discorsive, al caso anche filosofiche, al punto di presentarsi come metodologie sistematiche capaci di fornire ai propri follower un adeguato vademecum per un futuro rinnovo dell’interiorità umana e della Terra. Di questi vademecum ne esistono a dozzine: ma non sono un corollario della libertà di scelta.
La differenza tra un combattente volontario e un combattente “di servizio” sta tutta nel fatto – mi pare evidente – che il primo porta in sé delle forti motivazioni ideologico-affettive, che l’altro non possiede, e di cui non suppone nemmeno l’esistenza. Pertanto i due modi di compiere il proprio dovere sul campo sono estremamente diversi.
Ma cosa succede quando il cosiddetto volontario, giunto sul terreno del combattimento, perde ogni ricordo di quel ch’era venuto a fare? Comprese le istruzioni, gli insegnamenti e la forza di volontà per eseguirli? Ogni cosa di cui s’era colmato nel prepararsi alla vicenda terrestre, adesso è scomparsa nel nulla! E c’è di peggio: di solito gli smemorati, pur non ricordando, sono comunque consapevoli d’aver perduto qualcosa; ne soffrono, ne patiscono la lacuna e cercano, frugando in ogni dove, di recuperarla. Ma qui, nel caso ipotizzato, il volontario che, tutt’a un tratto, si ritrova nell’inversione di ruolo, cioè nell’ “in-volontario”, non avendo la benché minima contezza della mutazione subíta, continua ad ignorare l’accaduto senza sapere di ignorarlo, e con questa nuova impostazione va ad incontrare, o a scontrare, la realtà di un mondo che a tutta prima gli apparirà posto al di fuori di ogni suo possibile pensiero ed immaginazione.
La scena di quanto cosí gli si squadernerà davanti sarà interpretata e vissuta come una tragedia, dalla quale non può far altro che scappare a gambe levate (ma scappare dove? come?) oppure restarvi impigliato dentro a dibattersi in essa, ma senza alcun entusiasmo, senza alcun vigore; anzi, pervaso da un senso generico d’ansia, privo di speranze (che non siano quelle orchestrate dalla banda degli slogan ideologici e dei fanatismi mistici) dovrà giocare la carta dell’ultima risorsa: sopravvivere, momento per momento, alla meno peggio, col cuore oppresso dal peso d’una misconoscenza, che tuttavia (appunto perché misconoscente) egli attribuirà a varie cause dovute ora al destino, ora alla malvagità altrui, oppure a fisime patologiche quali il deperimento e l’età incalzante.
Nella coscienza del volontario, i motivi stanno alla base della decisione del suo voler essere volontario; ne sono il fondamento; mentre nella coscienza dell’ “in-volontario”, non c’è nulla che supporti il compito o la missione. Nulla che gli suggerisca un senso preciso, un indirizzo, un orientamento che lo rendano capace d’intervenire su ciò che gli si presenta quale serie continua di eventi esistenziali (intervenire, intendo, in modo giusto, efficace, migliorativo; non certo distruttivo; perché di interventi sbagliati, irresponsabili, spesso folli, a volte micidiali, i libri di storia, dall’epoca delle caverne alle cronache dei giorni nostri, ne sono pieni).
Mancando questa particolare sensibilità, l’in-volontario, al pari dell’in-cosciente, deduce che le cose gli capitino senza una ragione intellegibile, senza un significato; e siano tutte ugualmente preoccupanti e pericolose.
L’ignoranza e la paura sono le due facce della stessa medaglia: una causa ed un effetto che senza preavviso si scambiano di ruolo. Scoprire il determinismo nella natura, aiuta sí, a comprendere, ma fino ad un certo punto; allo stesso modo in cui una tesserina, isolata dal suo mosaico, non rende ragione del disegno intero.
Eppure, agli albori della vita, quando lo sdoppiamento tra cosciente ed incosciente non s’era ancora verificato, le anime erano tutte piene di quella forza unitaria di Spirito in virtú della quale penetrava in loro la volontà di venire e operare alla luce del sole, nell’epoca e nella condizione ambientale meglio adatta al formarsi della loro esperienza fisico-sensibile; esperienza decisa fuori dal mondo e però realizzabile soltanto in esso.

Diventa adesso piú semplice immaginare come un’eventualità di tal specie non abbia molti punti in comune col voler dondolarsi pigramente sull’altalena della vita e godersi i finti voli in avanti e all’indietro.
La realtà percepita dai sensi, rielaborata ad uso e consumo di una sola parte dell’umano, quella sviluppatasi nello spazio e nel tempo, e quindi piú retriva, non è compatibile con la verità eterna. Resta un fatto incomprensibile, e alcuni lo chiamano “mistero”. Una deviazione tendente a chiudersi in una realtà sui generis, falsa, errata, artefatta quanto si vuole, ma tuttavia credibile, formata da aspirazioni olistiche ma d’ispirazione distopica.
Rinuncio qui a elencare altri tipi di deviazioni agevolate dal dubbio, dallo smarrimento e dallo sconforto, perché laddove l’anima scorda se stessa con i suoi presupposti prenatali e la coscienza si addentra nei labirinti di uno stato confusionale, ossessivo, smanioso, paranoico e logorroico ad un tempo, le alternative che si presentano, non fanno altro che aumentare il rischio di dispersione esteriore e di disperazione interiore.

Ma è proprio questo che, mi permetto d’immaginare, accada alle anime che s’incarnano nella dimensione fisico-sensibile, e quindi nella dimensione della materia animata o inanimata che sia, onde assolvere il compito assunto. Compito che pure avevano compreso, accolto con amore e deciso in pronta baldanza di attuare, quando la necessità esistenziale non aveva ancora pervaso l’orizzonte.
Anche se teoricamente preavvertite delle difficoltà cui stavano per andare incontro, durante ogni incarnazione, le anime subiscono il contrattacco della materia; delle potenze telluriche che le avvolgono nella loro spirale centripeta, formanti la barriera anti-spirituale per eccellenza: per cui a furia di compressioni e di resistenze, nell’interiorità umana viene a formarsi il nucleo duro, ostico, arroccato dell’ego; immerso nelle forze della natura, nel divenire, nel deperire, nell’essere esposto ad ogni forma di rischio e di pericolo psicofisico, ed inoltre, avendo perduto per prima cosa la percezione diretta del proprio essere immortale, l’anima “egoicizzata” sperimenta se stessa allo stesso modo in cui (secondo la nota descrizione del Manzoni) don Abbondio sperimentò la sua vita: sentirsi un vaso di coccio, stretto tra molti vasi di ferro, viaggiare su un carretto traballante, per una strada sconnessa e ciottolosa.
Il che fa comprendere con una certa sveltezza, la necessità, l’urgenza e l’importanza d’imboccare quanto prima una via di risveglio che ci faccia recuperare il senso della vita, il valore dell’esistere fisico, l’essenzialità del ruolo umano, e la forza da profondere nell’intento di realizzarlo.
Priva di questo viatico conoscitivo, la presenza dell’uomo sulla terra viene vissuta attraverso una sofferenza animica non rimediabile mediante espedienti, accorgimenti e tecniche di rilassamento, che molti vengono indotti ad adoperare nel tentativo di nascondere a se stessi l’amara premessa, attingendo appieno a quelle “gioie della vita” che, secondo un trend oramai inevitabile, sono diventate un obiettivo di massima, una golosità sopraffina da non perdere, mentre, sotto una visione appena lievemente disincantata, sono il Vaso di Pandora che abbiamo scoperchiato da tempo.
E il Vaso di Pandora, da quel che ci tramandano gli esperti d’archeologia e semantica, è peggio dei vasi di metallo (anche se il problema dell’uomo di questo tempo – sarebbe bene capirlo una volta per tutte – non sta nel metallo, nel carretto, o in Pandora: sta nel coccio).
Certo si può ancora rimediare, certo si può ancora guarire. Possiamo cominciare a vedere (e a dirci) la verità sulla nostra condizione di uomini, di individui. Ma bisogna prima riconoscere i presupposti di questo nostro vivere; cosí come non si può capire il senso di uno scritto senza aver imparato a leggere, è altrettanto ovvio che non si potrà mai dare un vero significato alle nostre esistenze, se abbiamo completamente dimenticato chi siamo, da dove veniamo e cosa siamo venuti a fare.
A tal fine si offre l’incontro con la Scienza dello Spirito: poterla riconoscere alla luce della sua essenzialità, è il modo piú salvifico, forse attualmente l’unico rimasto, per motivare e accettare le apparenti negatività che ci vengono incontro durante il nostro transito terreno, grazie ad una lettura non banale di queste. Si scopre allora che tali negatività, non sono altro che la riproposizione di molte lacune, omissioni e trascuratezze del passato, che ora puntualmente ritornano e ci coinvolgono sotto forma di eventi.
Ci chiedono il conto: ma non ci chiedono denaro, BTC o altre cripto valute, né beni di consumo. Ci chiedono il nostro approfondimento, la nostra disponibilità, forse quasi estinta per inoperosità protratta, a vivere appieno quella spiritualità che culminò nel nostro nascere, e riportarla qui dove il fronte è perturbato e resistente.
Questo impulso coercitivo, questo processo di catarsi, teso all’autopurificazione, non è naturalmente accettabile per un ego, che brama e pretende la sua pace e la sua serenità, da gustare dentro i limiti dell’esistenza materiale. Non sospetta nemmeno lontanamente che nel momento in cui otto miliardi di individui reclamano ciascuno la propria pace e serenità, non solo qualunque accordo collettivo risulterebbe drammaticamente risibile, ma finirebbe per procrastinare il gioco dell’equivoco all’infinito, o meglio, fino alla Fine.
Come si possono reclamare pace e serenità finché le cerchiamo con quello stesso pensiero col quale le abbiamo annientate, demolite, distrutte? Con lo stesso sentire che ha concesso l’invasione di forze opposte? Con lo stesso volere che, per quanto coltivato istruito e fortificato dall’esperienza e dalla cultura, si è sempre piú asserragliato nel bunker dell’ego, sottomettendosi alle sue regole?
Ricordo Dostoevskij: «Nel complesso, le vicende degli esseri umani sono sempre le stesse; raccontano tutte le medesime storie. Sono gli esseri umani considerati singolarmente uno ad uno che, vivendole, le rendono diverse». Per cui, non è lecito fare d’ogni erba un fascio, anche se suddividere in via provvisoria l’umanità in categorie prefisse permette una prima visione d’insieme, da prendere però come punto di partenza e da perfezionare ulteriormente.
Ognuno di noi produce energia psicofisica. La volontà è una parte di questa energia, in cui la psiche è riuscita, grazie al pensare, ad estrarre da quella fisica ogni sua determinazione. La forza d’agire invece deriva da una parte della forza psichica che, compenetrando quella fisica, le permette poi di compiere le sue azioni; tra cui anche quelle coscienti, responsabili e mirate ad un risultato preciso.
Dal grado di qualità delle misture impiegate che si travasano una nell’altra, creando una sorta di composto, in un’alternanza di consumi e rinnovi continui, si definiscono sia gli atti volitivi che le azioni concrete, in una vasta gamma, da quelle piú forti e determinanti a quelle deboli e inefficaci. Tuttavia nel quadro generale l’apporto delle ultime può provocare conseguenze perfino maggiori delle prime, perché qui la dimensione qualitativa non segue le regole di quella quantitativa, alle quali siamo abituati e che riteniamo inamovibili.
L’Uno può prevalere su cento, su mille, su tutti, purché sia davvero l’Uno.
Ed è giusto, se non doveroso, ricordare, a conclusione di queste mie divagazioni pseudo-filosofiche, che abbiamo a disposizione in ogni momento della vita la possibilità di provare a noi stessi, di toccare con mano, l’esistenza di un fatto facilmente controllabile da chiunque; fatto tanto piú glorioso ed eccezionale quanto non veduto per il segreto e il mistero che lo circonda, e che lo rende praticamente imperscrutabile a quanti propensi e avvezzi alla grossolanità e alla consistenza della materia.
Ogni cosa, ogni ragionamento, ogni conoscenza esperita con qualunque mezzo, necessita – assolutamente – d’essere confermata da qualcosa di diverso da sé: un testimone, una controprova, una volontà terza, un intelletto giudicante, un’autorità riconoscibile.

Il pensiero invece è confermabile solamente dal pensiero: «Esso non necessita di un altro pensiero per darsi quale obiettivamente è» (Massimo Scaligero, Tecniche della concentrazione interiore, Ed. Mediterranee. Roma, 1975)
Questo è il senso dell’ Uno: non dell’uno contro tutti, ma dell’Uno per tutti. Dell’Uno che c’è in tutti. L’ultimo messaggio dell’Evento del Golgotha, che introduce nell’ anima dell’uomo la possibilità di intuire la soluzione della perfetta pace e della serena armonia, ossia l’unico e vero Amore realizzabile su questa Terra, che invece abbiamo, per dis-grazia, trasformato in “ Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo”. Su cui, chi vuole, chi non sa, chi finge di sapere, può continuare a divertirsi.
Anima umana e Terra, dunque: travagliate fin qui dall’incapacità, dalla mancanza di coraggio, dalla superficialità e dalla cecità degli egoismi, al punto di non riconoscere piú nel dono del Pensare, un potere smarrito ma sempre ritrovabile. Quel potere che potrà ricongiungerci ai Mondi Spirituali, ma che nel frattempo è l’unica forza che abbiamo a disposizione per riunificare Spirito e Materia, Anima e Corporeità, Testa e Cuore, eliminando gli attriti dei contrapposti e trasformando ogni umana tensione in una superiore Armonia di Conoscenza.
Angelo Lombroni
