Il colpo di coda del Drago

Etica

Il colpo di coda del Drago

Il colpo di coda

 

Trump e la guerra

 

Siamo al colpo di coda della bestia globalista. Ferita, si dibatte come un drago colpito mortalmente. Nella contrazione ultima, spasmodica, di chi sa che sta perdendo, ma non può fare a meno di mordere ancora. E allora i Globalisti buttano sul tavolo l’asso di bastoni. Quello che non ti aspetti. Quello che fa piú male proprio perché non volevamo pensare a una simile eventualità. Trump. Ce l’avevano in pugno, non per debolezza morale, che pure c’è, ma per i trascorsi finanziari, per i fili che si annodano dove il denaro non ha bandiera. Lo sapevano. Aspettavano. E quando il tavolo da gioco della storia ha accelerato oltre ogni misura, lo hanno gettato come si getta una carta che brucia le dita. Trump ha attaccato l’Iran. La guerra che aveva giurato di non fare. Ma il dollaro fiat basato sul petrolio sta finendo e bisogna coprire l’agonia con il fragore delle bombe. I sionisti hanno tirato il filo e lui, che voleva essere Napoleone, scopre di essere invece il generale di qualcun altro. L’asso di bastoni non vince la partita. La chiude. E con essa, forse, un’epoca intera. Il disvelamento di Trump come traditore delle idee MAGA. Almeno questo è quanto appare. C’è però un’eventualità nascosta che noi abbiamo ascoltato, ovvero che Trump abbia fatto un’abilissima mossa contro i sionisti, per trascinarli in una lotta che sarà la loro fine. Insomma che abbia agito come coloro che danno la cocaina ai galli da combattimento, affinché l’ultimo furibondo confronto insanguinato della serata resti memorabile agli occhi della clientela. Un’altra ipotesi è che il vecchio sia impazzito come l’imperatore Commodo che si credeva la reincarnazione di Ercole e combatteva nell’arena contro gladiatori menomati. Sta di fatto che la maggior parte dei seguaci di Trump propende per il tradimento o il ricatto.

 

 

La disillusione di Beethoven

 

Beethoven strappa il frontespizio dell'Eroica

 

Beethoven compose la Terza Sinfonia pensando a Napoleone come incarnazione degli idea­li rivoluzionari: libertà, fratellanza, fine della tirannia aristocratica. Il frontespizio recava la scritta “Dedicata a Bonaparte”. Nel maggio 1804 arriva la notizia: Napoleone si è autoproclamato Imperatore. Beethoven, secondo il suo allievo Ferdinand Ries, strappò il frontespizio con tanta furia da rovinare il foglio. Come si strappa qualcosa che ti ha deluso nel profondo, che non puoi piú guardare. Disse: «Anche lui non è altro che un uomo comune. Ora calpesterà i diritti degli uomini e non penserà che alla sua ambizione». La sinfonia fu pubblicata nel 1806 con il titolo «Sinfonia Eroica», composta per celebrare il ricordo di un grand’uomo”, ricordo come di qualcuno già morto idealmente. Un epitaffio, non un omaggio. Beethoven non odiava Napoleone come persona, lo pianse quasi quando morí nel 1821. Odiava il tradimento di un’idea. La struttura si ripete. Trump, proiettato da milioni come liberatore anti-establishment, tradisce la base che lo ha eletto esattamente come Napoleone tradí la Rivoluzione mettendosi la corona in testa. Ma c’è qualcosa che Beethoven non poteva vedere: non era Napoleone il problema. Era la necessità karmica della nascita dell’impero francese che influenzò l’Europa ed arrivò fino a Mosca per poi uscirne sconfitto a Waterloo. Ci fu, certamente la controriforma ed il congresso di Vienna, ma ormai l’Illuminismo era entrato culturalmente in circolo nella società del vecchio continente. Nei nostri tempi l’Occidente ha goduto per ottant’anni di egemonia senza forma imperiale visibile, imperialismo sí, impero no, il dollaro, la NATO, i mercati globali come surrogati. Ora Cina, Russia, India e il Sud globale rifiutano il surrogato e pretendono forma contro forma. Chi non ha la volontà di nominare e organizzare il proprio potere come impero, lo cede a chi ce l’ha. Non è Trump. È la realtà che lo chiede. Possono sfilare a milioni con lo slogan “No King!”, in realtà tutti gli attivisti presentono in una sfera subconscia che la struttura che va formandosi è di tipo imperiale. Non è detto che sia Trump, magari sarà Vance o un altro ancora. Ma l’occidente sta adeguandosi alle altre nascenti autocrazie imperiali.

 

 

Psicologia di un imperatore

 

Uomo del destino

 

Alcuni dicono che Donald Trump sia totalmente corrotto (a), altri che sia ricattato (b), altri ancora che sia un pazzo psicotico e narcisista (c). I suoi sostenitori ritengono che sia uno stratega infallibile capace di mettere nell’angolo il globalismo finanziario sionista che dominava il mondo (d). Noi ipotizziamo che sia una personalità complessa che assommi tutti insieme questi quattro elementi. Per comprendere una simile ipotesi apparentemente stravagante, contraddittoria, perfino ossimorica dobbiamo ammettere che nell’uomo piú potente del mondo agisce una forza di destino, una entità che tira le fila della storia, una entità estranea all’Io umano cosciente. Una presenza a/umana che trascende la nostra comprensione razionale del soggetto. Questa non è una ipotesi peregrina, vediamo perché.

 

 

Medium di alto rango

 

Negli uomini che hanno fatto la storia, nei grandi politici, quasi mai albergano le forze dell’Io cosciente. Facciamo un esempio sconvolgente: Quando Adolf Hitler attaccò la Russia con l’Operazione Barbarossa, era davvero consapevole di quello che stava facendo? Era cosciente di stare, in realtà, aiutando l’Unione Sovietica? Eppure è proprio questo che accadde: l’URSS uscí vincitrice dal conflitto mondiale, grazie al sacrificio di sangue del popolo russo e agli ingenti aiuti degli Alleati. Hitler non sapeva che quei “sottouomini di razza slava” (termine usato dalla vulgata razzista del Terzo Reich), avrebbero cambiato le sorti della storia grazie al suo aiuto. L’uomo che considerava gli slavi una razza inferiore, destinata alla servitú o all’eliminazione, stava in realtà consegnando loro, col suo stesso sangue e con la sconfitta totale del popolo tedesco, un ruolo di primo piano nella storia del mondo. Non riusciva a vedere, a distanza di un palmo dal suo naso ideologico, che stava facendo il contrario esatto di ciò che credeva di fare. Ma c’è di piú. Il Führer era forse cosciente di aver creato, suo malgrado, un baluardo contro l’americanizzazione totale del pianeta? Quel baluardo comunista impedí per mezzo secolo al globalismo, mosso dalle forze della cabala ashkenazita, di vincere in modo definitivo. La risposta è che no, Hitler probabilmente non lo sapeva. Non sapeva che la sconfitta del Terzo Reich in Russia avrebbe prodotto, per eterogenesi dei fini, ottant’anni dopo, la sconfitta di quella cupola sionista, lui la chiamava semplicemente “ebraica”, che dominava il mondo nell’ombra. Perché la condizione del mondo post-globalizzazione è, in fondo, una sconfitta proprio per quella casta che aspirava a governare occultamente il pianeta.

 

Secondo esempio. Quando Josif Stalin eliminò l’internazionalismo di Trotsky, era cosciente di rafforzare lo spirito nazionale russo, affinché, dopo la caduta del comunismo, potesse ricostituirsi un impero cristiano-ortodosso? E ancora: il “compagno” Stalin fu mai cosciente del fatto che, nel nome del comunismo, fu lui l’essere che condannò a morte il maggior numero di comunisti sulla faccia della terra? Due casi estremi. Due casi opposti. Due uomini politici posseduti da una forza estranea alla loro razionale volontà cosciente.

 

Insomma: qualsiasi potente di turno, con qualsiasi apparato simbolico con cui si identifichi, è un medium di alto rango. Perché mai Donald Trump dovrebbe sottrarsi a questa legge karmica? Ecco che i conti tornano: il presidente statunitense è simultaneamente ricattato (a), corrotto (b), pazzo (c) e stratega idealista (d). Ma “lui” non è lui, c’è uno spirito del Tempo che agisce in lui. Dovremmo dire che è un Daimon che occupa un’anima, ma è una affermazione troppo forte per essere divulgata in questi termini, in realtà si tratta sostanzialmente di questo. Questa tesi non compare in nessun blog, in nessun’altra rivista, in nessun post, in nessun angolo dei media ufficiali. Solo sull’Archetipo. Perché? La risposta è chiara: solo la Scienza dello Spirito che ci ha donato Rudolf Steiner, ritrasmessa in modo magistrale da Massimo Scaligero in Reincarnazione e Karma, può spiegare la realtà di fatti altrimenti incomprensibili. E lo Spirito di questo tempo, finita la globalizzazione, ci porta verso la creazione degli imperi-civiltà.

 

 

Una guerra mondiale non percepita

 

Stato di guerra

 

Chi vi sta scrivendo è un sovranista che auspica un nuovo Risorgimento, capace di affermare la piena indipendenza della nostra patria mantenendo e conservando un minimo di regole di civiltà italica. Ciò non toglie che i movimenti in atto nelle macrosfere geopolitiche vadano nella direzione dei grandi imperi. Stato di guerra, dunque. Questo processo di adeguamento verso una struttura imperiale-autocratica ci pare irreversibile: è la sopravvivenza stessa della sfera occidentale a richiedere l’abbandono delle antiche abitudini liberal-democratiche, inservibili in un contesto geopolitico e tecnologico come quello attuale. L’apparato simbolico delle democrazie elettive suscita ancora un certo fascino in una metà dei popoli occidentali, ma il vero problema non sta nella simpatia o nell’antipatia che proviamo per le cosiddette regole della democrazia rappresentativa. Sta nel fatto che i dirigenti politici dell’Europa e del Nord America si sentono in stato di guerra con il resto del mondo.

 

E in guerra le regole democratiche sono sospese, principio peraltro accettato a tutti i livelli, anche dai piú strenui difensori della democrazia stessa. La guerra esige unicità di comando. Esige decisioni rapide, segrete, verticali. Si potrebbe obiettare che non siamo affatto in una guerra mondiale a pezzi, ma è una tesi difficile da sostenere. A ben riflettere: l’Europa ha finalmente perduto la legittimità coloniale, la capacità di creare colonie come nei secoli precedenti. Gli Stati Uniti hanno perduto la possibilità di americanizzare il pianeta con l’egemonia culturale e finanziaria, di fronte ai BRICS e al Sud del mondo. Due catastrofi indigeribili per le vecchie élite. Due sconfitte storiche di portata epocale. Se non fossimo in guerra, le prime pagine di giornali e telegiornali sarebbero dedicate ogni giorno a questo scenario: l’arretra­mento devastante del potere occidentale su tutto il globo. Non avviene. Nessuno ne parla con la dovuta precisione. Perché? La risposta è semplice. Siamo in guerra, e la censura non consente di parlare dell’arretramento dell’egemonia coloniale e imperialistica. Secondo elemento censurato: il potere dopo la Seconda guerra mondiale, il vero potere era da secoli nelle mani di una élite di famiglie ashkenazite e sioniste che aveva enorme influenza sui governi statunitensi e soprattutto sulla City di Londra. Ora non è piú cosí.

 

 

Il cambio di narrazione

 

Cambio di narrazione

 

Dopo il genocidio di Gaza e l’improvvido attacco all’Iran è stato finalmente possibile far notare, all’interno dell’Occidente, quanto il sionismo abbia influenzato l’Europa e gli Stati Uniti, senza essere additati come portatori di un volgare antisemitismo. Siamo sinceri: fino a due anni fa non sarebbe stato possibile asserire a chiare lettere l’impudente influenza delle lobby sioniste sulla politica dei nostri paesi. Vent’anni or sono sarebbe stato impensabile dichiarare questo elementare dato di fatto, l’influenza finanziaria e culturale ebraica nel dopoguerra, senza essere scambiati per rozzi razzisti simpatizzanti delle SS di Himmler.

 

Cosa è cambiato? Perché oggi queste ingerenze sioniste vengono discusse apertamente nei post in rete, su Telegram, su Twitter-X? Perché da marzo del 2025 la televisione italiana ha iniziato a mostrare il dramma di Gaza? Perché ogni sera al telegiornale della principale rete Rai si vedono interviste a libanesi e palestinesi traumatizzati dai bombardamenti israeliani? Perché un numero crescente di politici del Partito Democratico statunitense ha iniziato a porre domande scomode sull’influenza dei finanziatori filosionisti nella politica americana? Perché per la prima volta nella società statunitense la maggioranza simpatizza con i palestinesi e non con gli israeliani? Perché la potenza di supercalcolo algoritmico di chat GBT un anno fa si sarebbe rifiutata tassativamente di illustrare questo paragrafo ed oggi obbedisce in modo servizievole?

 

La risposta è semplice. Una parte delle élite ebraiche, quella piú laica, vicina a Soros, si è rivoltata contro i millenaristi della Grande Israele ed ha occupato uno spazio “a sinistra” alimentando lo sdegno popolare antisionista. Quello a cui assistiamo oggi è uno scontro fratricida all’interno del mondo ebraico stesso.

 

 

La frattura intra-ebraica

 

Chabad

 

Due sono le fazioni in lotta all’in­terno del mondo ebraico. Da un lato troviamo i sostenitori della Grande Israele, animati dal millenarismo di una setta potente e influente: la Chabad-Lubavitch. Chi sono i Lubavitch? Sono ebrei ultraortodossi convinti che l’arrivo del Messia, in ebraico il Mashiach, sia imminente. Ma c’è di piú: una parte consistente di loro crede che il Messia sia già venuto, e che si chia­masse Menachem Mendel Schneerson, il loro settimo grande rabbino, morto nel 1994. Non una figura marginale: Schneerson fu ricevuto da presidenti, onorato da capi di Stato, e la sua influenza politica negli Stati Uniti fu enorme. L’ala piú radicale del movimento non ha mai ritrattato questa convinzione nemmeno dopo la sua morte, anzi, aspetta ancora il suo ritorno. Sul tema della Terra d’Israele, Schneerson non lasciò spazio a interpretazioni: nemmeno un centimetro di terra ebraica può essere ceduto. La Terra d’Israele è sacra e indivisibile per decreto divino. Non è una posizione politica negoziabile al tavolo di una conferenza di pace, è teologia pura, calata direttamente dall’alto. E la teologia, si sa, non scende a compromessi. Benjamin Netanyahu fa parte di questa corrente. Non è un dettaglio secondario: è la chiave per capire molte delle sue scelte, che a occhio profano sembrano suicide o irrazionali, e che invece obbediscono a una logica superiore, o che tale si crede. E la setta non è solo nelle stanze del potere politico: molti militari israeliani portano cucito sulle divise lo stemma della Chabad-Lubavitch. Combattono, nella loro mente, una guerra santa. Una guerra per accelerare l’avvento del Messia. Nel frattempo, per le strade di Tel Aviv, la gente comune manifesta e chiede la fine della guerra. Vuole i propri figli a casa, vuole la pace, vuole vivere. È l’eterno contrasto tra chi la storia la subisce e chi crede, o finge di credere, di farla in nome di Dio.

 

 

I Sionisti pacifisti di “sinistra”

 

Appoggio alla Palestina

 

Oggi si può osservare una frattura all’interno del mondo ebraico stesso. La City di Londra, dopo aver perso la partita con la Russia e di fronte alla condotta sempre piú ingiustificabile di Netanyahu, sta giocando una carta nuova: appoggiare la sinistra dei partiti liberal occidentali per guadagnare il consenso delle masse giovanili che odiano Israele e il sionismo. Molti pacifisti in buona fede, la svedese Greta Thunberg, il nostro Alessandro Di Battista, la giurista Francesca Albanese, o la cantante Elisa che si commosse fino alle lacrime in televisione per i bambini di Gaza, dicono cose legittime e sentite. Ma non si rendono conto di essere strumentalizzati da questa componente globalista. Da un lato della barricata c’è l’integralismo della Grande Israele. Dall’altro lato, e questa è la frattura tutta interna al mondo ebraico, c’è l’internazionalismo umanitario radicale, schierato con la coalizione progressista post-coloniale. I pacifisti alla Roger Waters, che non è ebreo né sionista, rappresenta bene questo fronte culturale, con tutta la loro giustificatissima simpatia per la Palestina, stanno in questo secondo campo senza saperlo. Roger Waters, mente concettuale dei Pink Floyd, è una figura chiave della cultura contemporanea: incarna perfettamente chi combatte una battaglia giusta senza rendersi conto di essere uno strumento nelle mani dei sorosiani. Lo stesso vale per quasi tutti i militanti che sfilano in favore della Palestina: la maggior parte non sa che una considerevole ala dell’ebraismo laico sta appoggiando e canalizzando mediaticamente il loro sdegno. Bisogna avere il coraggio di dirlo: George Soros e la sua Open Society hanno finanziato ONG, media indipendenti e organizzazioni critiche verso Israele. L’operazio­ne Flottiglia verso Gaza non risulta finanziata direttamente da ambienti ebraici, ma ha comunque visto la partecipazione di tali forze. Questa è l’ultima carta che rimane in mano ai globalisti: spostare a sinistra i governi occidentali per riconquistare il potere in Europa, costruendo un socialismo pacifista ma autoritario, finanziariamente eterodiretto dalla City di Londra, in attesa di qualche lockdown energetico che riapra la porta alla vecchia cabala. Quindi è importante capire la frattura infra-ebraica di fronte alla complessità di questo momento storico.

 

 

Il terzo incomodo

 

Protestanti evangelici

 

Fin qui abbiamo visto due fronti infra-ebraici che si combattono: l’integralismo della Grande Israele da un lato, e l’internazionalismo umanitario progressista dall’altro. Ma c’è un terzo attore in campo, potentissimo e spesso ignorato, che non appartiene del tutto né all’uno né all’altro schieramento. E per l’Occidente è forse il piú determinante di tutti. Negli Stati Uniti esiste una fazione compatta e ambiziosa, composta da avventisti e protestanti evangelici, che ha una visione del mondo radicalmente diversa sia dal razzismo sionista della Grande Israele che dai globalisti sorosiani. Questi ambienti non sognano un governo mondiale invisibile né una teocrazia ebraica: sognano un impero americano, cristiano, forte, orgoglioso, capace di competere alla pari con gli altri grandi blocchi di civiltà che stanno emergendo nel mondo multipolare. E il mondo multipolare, in effetti, è fatto di imperi che hanno ciascuno una propria sacralità intrinseca, una radice spiritualistica che li tiene in piedi. Come piú volte si è scritto, la Russia ortodossa di Putin si percepisce come erede di Bisanzio e custode del cristianesimo tradizionale. La Cina di Xi Jinping, con il suo nazionalsocialismo Han, affondato nel taoismo e nel confucianesimo, non ha mai rinunciato all’idea di primato etnico. L’India di Narendra Modi, che riscopre con orgoglio le radici indú e il concetto di Bharat, la grande nazione spirituale. E infine il Giappone, che con cautela ma con determinazione si sta rimettendo in cammino verso una propria identità imperiale, smettendo di fare il soldatino degli americani. Di fronte a questi colossi, l’Ame­rica non può presentarsi come un vuoto ideologico, come un supermercato di valori intercambiabili. Ha bisogno di una sua anima. Ed è qui che entrano in scena gli evangelici e gli avventisti: loro quella risposta ce l’hanno, e si chiama eccezionalismo americano cristiano, l’idea che gli Stati Uniti abbiano una missione divina, che siano la nazione eletta del mondo moderno, il baluardo della civiltà occidentale. Ma questa primitiva visione spirituale da sola non basta. Ha bisogno di muscoli, di tecnologia, di denaro. Ed è qui che avviene l’alleanza piú sorprendente e forse piú decisiva del nostro tempo: quella tra gli ambienti religiosi conservatori e i giganti della Silicon Valley. Sembra un paradosso. Come possono i predicatori evangelici stringere la mano agli ingegneri dell’intelligenza artificiale? Eppure l’alleanza regge, perché hanno un obiettivo comune: la salvezza imperiale dell’Occidente a guida statunitense. I tecnocrati della Silicon Valley vogliono che l’America rimanga il centro del mondo tecnologico e militare. I religiosi conservatori vogliono che quell’America abbia una gioventú ordinata, disciplinata, entusiasta, capace di credere in qualcosa di piú grande di sé stessa e quindi disposta a difendere l’impero. Senza valori condivisi, senza un senso del sacro collettivo, non si costruisce un esercito. Non si costruisce neppure una nazione. Ed è qui che nasce il conflitto frontale con i sinistrati sorosiani. L’internazionalismo progressista, i diritti senza confini, le famiglie arcobaleno, l’ideologia gender nelle scuole, l’immigrazione come valore assoluto: tutto questo è, agli occhi di questa fazione, un veleno culturale che indebolisce l’Occidente, lo divide, lo svirilizza, lo rende incapace di resistere. La battaglia culturale non è uno sfizio: è una questione di sopravvivenza imperiale.

 

 

Un apocalittico imprenditore

 

Il terzo incomodo

 

La figura chiave di questa visione neo-imperiale e tecnocratica ha un nome preciso: Peter Thiel. Co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook, fondatore di Palantir, la società di analisi dei dati che lavora per la CIA e per l’esercito americano, Thiel è l’uomo che meglio di chiunque altro incarna questa sintesi. È apertamente cristiano, aper­tamente conservatore, apertamente convinto che la democrazia liberale cosí com’è non funzioni piú e che occorra qualcosa di piú robusto e verticale per reggere il peso della storia che viene. Ha finanziato Trump, ha finanziato candidati conservatori in tutto il paese, ha sostenuto intellettuali e think tank che mettono in discussione il sistema. Non è un agitatore da comizio: è un costruttore paziente di un nuovo e temibile ordine. Thiel non è un sionista nel senso classico del termine. Non è nemmeno un sorosiano. È qualcosa di diverso: un imperialista tecnologico convinto che solo un Occidente compatto, spiritualmente fondato e tecnologicamente superiore possa sopravvivere al mondo che viene. Ora abbiamo chiaro quali forze siano in campo. Ecco il terzo incomodo. Non sta né con il razzismo di Netanyahu né con il sinistro apolidismo woke di Soros. Thiel sta cercando di costruire qualcosa di suo, e per ora è l’unico che abbia sia la visione che i soldi per farlo, sostenendo Vance che dovrebbe sostituire un Trump ormai bollito. Se poi sarà qualcosa di costruttivo non lo sappiamo, certo che l’intrusione algoritmica nelle nostre vite ci preoccupa non poco, non meno dei fanatici sionisti o dei sinistrati arcobaleno. Per cui crediamo siano tre e non due i veri pericoli per il nostro futuro di abitanti di una provincia dell’impero.

 

 

Tempi Nuovi o Nuovo Medioevo?

 

Viviamo in tempi neo-medievali. Nel Medioevo il potere si mostrava: il re appariva in pubblica cerimonia, il simbolo era ovunque. Poi è arrivata la modernità con i suoi apparati simbolici. Quel­l’epoca sta finendo. Stiamo entrando in una fase apocalittica. Ma apocalisse non significa catastrofe, significa rivelazione. Dal greco apokalypsis: togliere il velo. E infatti oggi il potere si rivela: i miliardari salgono sul palco dei presidenti, le alleanze tra finanza, tecnologia e religione non si nascondono piú. In questa fase il consenso popolare diventa indispensabile per qualsiasi impero. Non prenderà necessariamente le forme della democrazia elettorale, ma qualcosa sta entrando nel profondo. È la vastità del consenso che sacralizza un impero. Senza quella sacralizzazione, crolla. Le opinioni pubbliche occidentali vengono perciò deliberatamente divise in due blocchi contrapposti. Destra e Sinistra. Il bipolarismo è un’assurdità ereditata dal mondo anglosassone, un dualismo nefasto. La divisione è utile ai vecchi poteri: tiene la gente occupata a combattersi e crea il vuoto che il potere imperiale riempie, presentandosi, per ora come unico equilibratore, ma ci stiamo avvicinando all’autocrazia.

 

 

Una nuova speranza

 

Nuova speranza

 

In questa situazione sanguinosa, caotica, economicamente difficile sembra che il mondo stia crollando, ed è vero che un mondo (non il mondo intero) sta finendo, ed è giusto che sia cosí. È il mondo del passato che crolla perché la rivelazione e la consapevolezza avanza nella disperazione. C’è chi non pensa che al denaro, alla carriera, alla cocaina, ai social network e agli aperitivi alcolici.  L’Eu­ropa diventa irrilevante e disperata, e questa, a ben vedere, è la vera fortuna del vecchio continente. Il colonialismo europeo è morto, il razzismo europeo è morto. Scrive il filosofo Andrea Zhok: «Una delle ragioni per cui i nazisti finirono per essere travolti era la gran­de difficoltà culturale che i tedeschi avevano nel trattare gli altri (anche i collaborazionisti) come loro pari. Il suprematismo nazista lasciò ovunque una memoria risentita e appena la superiorità militare iniziò a scricchiolare, tutto prese a crollare rapidamente». La vera soluzione per l’Europa è creare isole, enclave patriottiche dove la sacralizzazione nascente potrà rinascere in una direzione diversa dal suprematismo politico ed economico o dalle follie burocratiche di Bruxelles. Questa sacralizzazione di un futuro europeo non appartiene alle vecchie religioni, ma alla Scienza dello Spirito e alla tripartizione steineriana come asse ideale portante di una nuova società. Ecco allora che il deserto di idealità può trovare se stesso in una sola direzione: la Scienza dello Spirito di ispirazione antroposofica. Forse non sono nati i portatori di questo cambiamento o forse stanno zitti o forse stanno crescendo. Ma ci sono, e finalmente si parlerà non solo in termini economici e politici, ma si affronterà finalmente il problema del karma dei popoli, senza cui, ad esempio, non si comprende nulla di Israele e il concetto di reincarnazione.

 

 

Salvino Ruoli