La posta dei lettori

Redazione

La posta dei lettori

letterinaDa un po’ di giorni mi sembra di percepire interiormente un omiciattolo, molto simile a me. Mi ricorda il sosia di Dostoevskij, una brutta copia di noi stessi che però alle volte prende vita, nonostante noi magari consciamente non lo vogliamo. Non riesco a capire se è un problema relativo agli Ostacolatori. L’intuizione mi dice che è una pressione luciferica. Il positivo è che riconoscendolo, il sé reale può tentare di distanziarlo, di dissociarsi. È da dire però, che la pressione negativa è piuttosto elevata, anche perché durante la giornata, presi dai vari impegni, non lo si riconosce, ma in qualche modo, si vive la sua vita!

 

Mauro M.

 

 

Il nostro doppio è veramente un omiciattolo, ma è quello che ci fa percepire il mondo esterno, che ci fa toccare la materia con le nostre mani, ascoltare i suoni, sentire i profumi… Senza di lui saremmo dei bamboli nel giardino dell’Eden. Ma noi non siamo nell’Eden, siamo su una dura e difficile Terra, e dobbiamo avere l’aiuto proprio di quell’omiciattolo per svolgere la nostra missione, che è di evolvere, per quanto possibile, in questa vita. Sicuramente in futuro, dopo aver a lungo lavorato a destare la nostra autocoscienza e il pensiero libero dai sensi, riusciremo ad essere meno materialisti, senza cadere nelle braccia di Lucifero né in quelle di Arimane, mantenendoci nella giusta Via di Mezzo che procede verso la luce cristica!

 




 

letterinaNon ho un’età cosí tarda da giustificare la perdita della memoria, ma da un po’ di tempo mi sono accorta di non avere piú quella elasticità mentale che mi permetteva di ricordare facilmente cose della vita pratica. Da cosa può dipendere? Si tratta di dimenticanze poco importanti, almeno per ora, ma non vorrei che peggiorassero. C’è un aiuto, da parte dell’antroposofia, per rinforzare la memoria?

 

Adele T.

 

 

Posso rispondere parlando del mio caso personale, che forse può chiarire il problema riguardo alla “perdita” della memoria. Quando ero bambina, già dai primissimi anni, avevo una memoria eccezionale. Imparavo tutti i libretti che riuscivo ad avere, in genere quelli delle mie cuginette piú grandi che li avevano superati. Nel tempo la cosa si ripeteva per la scuola, nella quale allora c’era molto da imparare a memoria, soprattutto le poesie italiane, piú tardi latine e i canti della Divina Commedia. Fino ai tredici anni, nel periodo in cui ero in collegio, ogni anno si faceva teatro, anche impegnativo, con testi classici che dovevano essere imparati con precisione. Per me non c’era problema, ma per molte mie compagne era un dramma. Io imparavo le parti di tutte e fungevo da suggeritore, sia nelle prove sia spesso anche nella rappresentazione davanti ai genitori. Diciamo che in quegli anni, parlo degli anni Cinquanta e Sessanta, era ancora normale ricordare tante cose della vita pratica a memoria. Non c’era l’aiuto soccorrevole del computer o del telefonino sempre pronti a suggerire il necessario. Tutti ricordavano a mente i numeri telefonici di parenti e amici e i relativi indirizzi, e cosí i nomi delle strade e piazze della città, dato che non c’era il navigatore a indicarli. Era quindi una caratteristica dell’epoca ricordare quanto necessario, ma nel mio caso c’era qualcosa in piú. Dico questo non per mostrare una mia particolarità, ma perché questa mia caratteristica, che per me era del tutto normale, cominciò ad abbandonarmi dopo aver conosciuto l’Antroposofia e aver iniziato gli esercizi. Fu una cosa graduale, non me ne resi conto subito, ma poi, lentamente, compresi che qualcosa stava cambiando in me, e quella facoltà che consideravo immutabile nel tempo si stava appannando. Naturalmente pensai che si trattasse dell’età che avanzava (veramente avevo poco piú che vent’anni…) e che fosse del tutto naturale che ‘invecchiando’ qualcosa si perdesse. Non ne avevo parlato con Massimo, ma un giorno che avevo dimenticato una particolare sequenza di lettere e numeri dell’archivio di lavoro, che nonostante fosse complicata per me non aveva mai rappresentato una difficoltà, mi risolsi a parlarne con lui. Mi vergognavo un po’ di dire qualcosa che riguardava una mia manchevolezza, ma mi preoccupavo che la cosa potesse proseguire peggiorando notevolmente. La reazione di Massimo fu sorprendente. Mi disse che la cosa era molto importante e positiva, perché significava che stavo subendo una trasformazione e aggiunse che non dovevo preoccuparmi, perché quella facoltà mnemonica che consideravo importante, non lo era affatto. Quella doveva essere lentamente trasformata, e anche se all’inizio era normale che ne sentissi la mancanza, dovevo essere certa che quella memoria, del tutto cerebrale, non era la vera memoria. Quella vera era la memoria del cuore. E dunque, quello che stava accadendo era uno ‘spostamento di sede’. Fu un vero sollievo sapere che non si trattava di una perdita ma di una metamorfosi. Dunque, non c’è da preoccuparsi, ma da intensificare il lavoro interiore, gli esercizi. La memoria tornerà, in forma diversa, e tenderà a rimanere anche in età avanzata.

 




 

letterinaIl mio terzo figlio, che ha da poco compiuto diciott’anni, è al termine dei suoi studi liceali e prossimamente dovrà intraprendere una qualunque professione o uno studio universitario. Questo è il momento di decidere. Ma lui, dopo l’esame di diploma, vuole entrare in un periodo di lungo riposo, che dovrebbe durare alcuni anni, senza impegnarsi oltre, perché tanto non ne vale la pena, dato che, dice, questa società è destinata a sfasciarsi e quindi dare il proprio contributo non ha senso. Dice anche che è inutile avere uno scopo, una meta, basta vivere giorno per giorno senza affannarsi a lavorare, e la vita darà ugualmente ciò che uno pensa di raggiungere, magari dà persino di piú. Non so da chi ha preso queste idee, non certo da mio marito e da me, che seguiamo l’antroposofia da anni e abbiamo cresciuto i nostri figli con i piú sani princípi. Ma io, cosa posso fare?

 

Sonia F.

 

 

Intanto prima della fine dell’anno scolastico c’è da pensare all’esame ed impegnarsi per quello. Poi l’estate darà il giusto riposo, e speriamo che i mesi estivi e l’esempio dei compagni, ognuno dei quali intraprenderà un percorso di lavoro o di studio, smuoverà quella forma di pigrizia mentale che ha attaccato questo giovane, che forse ha indugiato troppo a lungo con il telefonino in mano. La vita non ti dà qualcosa, e persino di piú, se non ti muovi per ottenerlo. Nel suo libro Il marxismo accusa il mondo, Massimo Scaligero fa l’esempio di una persona che tesse l’elogio dell’aratro, scrive un trattato sugli aratri, ma non è che con quell’elogio o con quel trattato può scavare la terra, sedendosi e attendendo che l’aratro scavi la terra da sé… Allo stesso modo, non è pensando che comunque la vita qualcosa ti darà, questo ti farà raggiungere grandi mete. Speriamo che sia solo un momento passeggero e che il giovane ritrovi il desiderio di realizzare una vita degna di essere vissuta. Una madre che può fare? Dimostrargli amore, comprensione, ma anche scuoterlo per un risveglio di coscienza.