Goetheanum – Un’esperienza rosicruciana

Spiritualismo

Goetheanum – Un’esperienza rosicruciana

La Luce d’Amore Spirituale del Logos – compresa la Colonna di Fuoco della Luce Adamantina dello Spirito Santo – con tutte le difficoltà nella traduzione dialettica di ciò che è comprensibile solo attraverso l’esperienza diretta, ho cercato di descriverla in vari modi su questa rivista. In particolare, se ne trovano tracce nell’articolo “Il Cristo Eterico e il corpo di resurrezione”, in “Concentrazione – L’esercizio a sé sufficiente 123”, in “L’essenza dello Spirito 12”, all’inizio di “Il Logos Solare e la ricerca del San Graal 12”, nelle parti già pubblicate dell’articolo “La Via Mistico-Iniziatica 123” e “La risalita allo Spirito Universale”.

 

Raggi di luce

 

Il sentirsi continuamente riempito il cuore dei Suoi raggi di Luce d’Amore eterico-spirituale produsse una sensazione di espansione toracica, che culminò in un’ondata di Amore Spirituale che riempí l’intero atelier, coinvolgendo i cuori di tutti i presenti. Un processo che, in forma piú o meno cosciente, si ripete per ogni singola anima presente, creando una rete di intenso rapporto di gioia e di amore spirituale. Fu questa rete d’Amore Spirituale a cementare un senso di fratellanza di intenti spirituali in ciascun componente del gruppo, tanto da spingerci a definirci come “il gruppo di Dornach”, anche se provvisoriamente e in relazione esclusiva a quel viaggio.

 

Compresi che quest’evento era il traguardo, l’apice e lo scopo, voluto dalle Gerarchie Spirituali fin dall’inizio, che aveva portato me, come tutti i presenti, a partecipare a quel viaggio.

 

A livello individuale, sentii inoltre che si stava edificando nel tempio interiore della mia anima una nuova stanza, che raccoglieva in memoria le sostanze spirituali racchiuse in quel luogo.

 

Quando l’istruttore diede il segnale di interruzione del raccoglimento, fu per me uno shock psichico sospendere la concentrazione e con essa il collegamento con l’Essenza del Puro Io Spirituale. Ma contemporaneamente avvertii il sorriso dall’Entità Solare e una voce interiore che risuonò nella mia mente: «Non preoccuparti! Ciò che doveva avvenire è avvenuto. Ciò che doveva essere è stato».

 

Bisogna ben comprendere che questa esperienza della Luce d’Amore Spirituale, comprensiva del­l’Amore Immortale e del Sacro Amore, è in realtà il collegamento esperienziale e conoscitivo del Cristo Eterico. Ed è solo attraverso tale esperienza che si può apprezzare e comprendere pienamente la promessa del Cristo, espressa nell’ultimo versetto del Vangelo di Matteo: «Ecco, io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

 

Questa è, in verità, la Sua manifestazione nell’uomo e attraverso l’uomo, in un eterno legame con l’umanità. Si tratta della vera esperienza e manifestazione del Cristo nell’essere umano per i nuovi tempi. Manifestazione che da esteriore, avvenuta piú di duemila anni fa con la Sua incarnazione, è diventata interiore grazie al Mistero del Golgota, e perciò piú completa nella vita spirituale individuale.

 

Questo è il serio conseguimento che si ottiene con le pratiche della via del pensiero, ossia quando gli esercizi penetrano profondamente nel vivere e nel percepire Spirito dentro e fuori di sé. È, in sostanza e in particolare, ciò che avviene con la linea del pensiero puro, la forma piú metafisica e consapevole di esperienza spirituale, perché legata alla coscienza intuitiva. Ben diversa da quanto si consegue e si ottiene con la visione eterico-astrale proprio della linea del pensiero libero dai sensi, in quanto questa resta comunque percepita esterna e fuori dalla coscienza di sé, essendo legata alla coscienza immaginativa.

 

La descrizione di questa Luce d’Amore Spirituale nel piano fisico-materiale, nasce dallo straordinario collegamento col l’Entità Solare, ed è la traduzione necessaria per la comprensione, sia concettuale, sia percettiva animico-spirituale, sia sentimentale, sia edenico, di uno stato di permanenza cosciente del Sé Individuale nel Sé Universale, anche se giustamente per brevi istanti. Esso è amore della divinità verso l’uomo e dell’uomo verso la divinità. Amore che si manifesta in una concretezza travolgente. È l’Amore Cristico. Da tale amore deriva il realizzarsi e lo sperimentare “l’Amore Immortale”, che è la struttura dell’uomo: la struttura irradiante della Gerarchia d’Amore, e il “Sacro Amore” la sintonia dei due princípi, che è il ripristino della coppia originaria.

 

La realtà di ciò che accade nell’animo dello sperimentatore spirituale è dunque molto piú complessa, diversa e piena, poiché tali conoscenze, sviluppi o dissoluzioni di limiti interiori, presuppongono il ricordo, nella sede profonda della propria coscienza, dell’esistere anche nel mondo animico e in quello spirituale.

 

In sostanza, è solo vivendo, anche solo per brevi attimi o per una sola volta, in questi mondi superiori, che si ha la vera certezza di presenza e certezza di essenze, forze ed energie percepibili e operanti nel regno animico-spirituale. Ed è anche in questo contatto che si avverte la loro penetrazione nel mondo manifesto e mondano, pur mantenendo sempre viva nella coscienza del fisico-materiale la visione di questi mondi sottili e delle visioni astrali che ne derivano.

 

Cosí si comincia ad accettare la vita fisica per ciò che essa è, pur se amplificata dal relazionarsi con quella animico-spirituale, con tutte le sue contradizioni, i suoi dolori e gioie, con tutti i suoi lati negativi e positivi.

 

Tutto questo, però, è in funzione della capacità di riconoscere lo spirituale. E tale riconoscimento dello spirituale, insieme alla conseguente esperienza conoscitiva del Cristo Eterico, che è oltre il comune sperimentare, è ciò a cui il vero ricercatore dovrebbe direttamente mirare nella sua ascesi spirituale. Non solo in forma riflessa o tramite una dialettica prestabilita, ma nella viva esperienza interiore.

 

Con questa sintesi del sentire animico-spirituale dei mondi sottili, uscii con gli altri del gruppo di Dornach dall’atelier di Steiner e ci dirigemmo nuovamente verso il Goetheanum per salire in alto all’edificio nella sala dove si trova collocato il gruppo ligneo del “Rappresentante dell’Umanità”.

 

Rappresentante Umanità

 

Per accedervi utilizzammo la stanza superiore, in quanto in essa sono esposti vari bozzetti di preparazione, realizzati da Rudolf Steiner, sia del Johannesbau (l’edificio di Giovanni), il primo Goetheanum, sia del secondo Goetheanum, sia delle copie in evoluzione del gruppo ligneo. Da lí tramite una scala interna, affiancata sulla destra per ogni gradino da una fila di poltrone, ci si immette direttamente alla visione dell’opera scultorea finale. Essa è un’opera gigantesca di importanti dimensioni. Ne immaginai il lungo lavoro, le difficoltà e l’im­pegno artistico per produrla in quanto non avevo visto nei bozzetti i punti di riferimento o di richiamo per il pantografo.

 

Forse, risentendo ancora degli effetti dell’esperienza in falegnameria, fu facile per me dare un senso alla rappresentazione lignea. Non so cosa rappresenti per altre persone o sperimentatori, ma per me, a causa di quel vissuto nell’atelier, rappresenta le condizioni che permettono di vivere al completo l’esperienza dell’Amore spirituale, indirizzato verso la divinità e il prossimo. È il donarsi al Puro Io spirituale manifestante il Cristo Eterico, cioè a quell’Amore spirituale, a quell’Amore cristico che consente di allontanare e vincere quelle forze luciferiche, arimaniche, nonché asuriche, che tendono a impedire all’uomo, mettendolo continuamente alla prova, di spiritualizzarsi e di iniziare a essere, come dice Steiner, parte della Gerarchia d’Amore.

 

Con queste riflessioni rimasi in contemplazione interiore sull’opera in quel locale, appositamente creato per contenere la scultura, per tutto il tempo concessoci. Cioè fino a quando, dopo circa un’ora, non uscii insieme a tutto il gruppo di Dornach dalla sala e poi dall’edificio, concludendo cosí la visita al Goetheanum di Dornach.

 

Quella sera cenammo in una pizzeria consigliata dal signore che ci aveva prenotato le stanze. Essa si trovava vicino al confine tra il comune di Dornach con quello di Arlesheim. Lí sia Romolo Benvenuti sia Giuseppe Persichilli ci informarono che il giorno dopo, grazie all’interessamento della figlia dello svizzero di collegamento per il soggiorno, saremmo partiti per Malch. Comune del distretto di Karlsruhe, nella terra del Baden-Württemberg, in Germania, per visitare il cosiddetto “modello dell’edificio a Malch”, prototipo della costruzione del primo Goetheanum. Costruzione realizzata secondo le indicazioni, i disegni e i suggerimenti dati da Rudolf Steiner.

 

Cosí dopo cena e dopo aver trascorso del tempo per prendere confidenza con i vari partecipanti del viaggio, ci ritirammo ognuno nella propria camera di albergo o di pensione, per essere pronti per il viaggio del giorno dopo. Mi attendevo, come la sera prima, che la concentrazione sul pensiero fosse influenzata dagli eventi della giornata, in particolare dall’esperienza nella falegnameria. Invece, pur essendo particolarmente intensa, mi portò in pochi istanti nella fase finale, cioè nel silenzio, nel vuoto mentale e all’im­mersione espansa nell’Essere Assoluto.

 

La mattina successiva, come mio solito, mi alzai molto presto e mi accinsi a fare quattro passi per riflettere in solitudine nel fresco della mattina intorno al circondario della pensione. Tuttavia, quella mattina non potei farlo perché incontrai nell’atrio dei partecipanti che si erano svegliati prima di me. Mi fermarono e mi coinvolsero nei loro discorsi, impedendomi senza volerlo di uscire in solitudine. Cosí, dopo aver atteso che tutto il gruppo fosse pronto, ci incamminammo verso la piazza dove era parcheggiato il pullman, visitando superficialmente la cittadina di Dornach per scoprire qualche bar o pasticceria per la colazione e qualche supermercato per acquistare il necessario per il pranzo al sacco.

 

Infine, nella tarda mattinata, partimmo verso Malsch. Entrati in Germania e superata la Foresta Nera giungemmo in vista della nostra destinazione. Non entrammo propriamente nella cittadina ma ci dirigemmo immediatamente alla sua periferia, nell’ex tenuta del pittore Karl Stockmeyer (1858-1930), come seppi successivamente. La tenuta era immersa nella campagna tedesca e comprendeva due edifici. Uno molto grande di due piani, e un altro, poco distante, un po’ piú piccolo. A poca distanza da essi, accanto a quello grande, vi era una piccolissima costruzione immersa nella vegetazione, che per la sua dimensione pensai fosse una rimessa.

 

Fascicoletto

 

All’entrata della costruzione piú grande ci aspettava la guida. Pur non capendo né noi né lui una parola dell’altro, rendendo la comunicazione quasi comica mancando un interprete, ci fece visitare l’edificio e con molta difficoltà capimmo che esso era la sede della scuola steineriana Waldorf. Poi ci portò nell’edificio piú piccolo e ci fece una lunga presentazione di esso, dell’edificio piú grande e del Modello con la sua storia, di cui non capimmo quasi nulla, se non che era solo una presentazione preliminare prima di portarci a visitarlo.

 

Notando un fascicoletto rosso in tedesco dal titolo Der Modellbau in Malsch, chiesi immediatamente di poterlo acquistare, intuendo che in esso vi era descritta tutta la spiegazione della guida, con l’idea di tradurlo quando sarei tornato a Roma.

 

Si rivelò una giusta scelta perché, pur se a posteriori, potei apprezzare sia la storia sia la costruzione che ci accingevamo a visitare. Portandomi inoltre a tradurre l’O.O. N° 284 di Rudolf Steiner Immagini di colonne e suggelli occulti. Cosí capii che l’edificio piú piccolo era la casa della famiglia Stockmeyer e forse fu la sede della Loggia Teosofica, poi Gruppo Antroposofico, Francesco d’Assisi, prima del nascere del­l’Antroposofia. Famiglia di quell’Ernst Stockmeyer (1886-1963) insegnante di matematica e pioniere del­l’educazione Waldorf, e che mi diede senso logico della presenza nel grande edificio della scuola steineriana.

 

Modello di Malch

 

Dunque ci incamminammo verso quell’edificio che avevo considerato una rimessa, ma che in realtà era un capanno lungo circa quattro metri, che con la sua estremità semicircolare dava l’impressione di una cappella. Capii cosí che esso doveva essere il Modello di Malsch.

 

L’accesso avviene tramite un piccolo ponte, al termine del quale, prima della porta, vi sono due sculture in cemento realizzate da Karl Stockmeyer. All’atrio, con una volta a botte, si viene subito attratti dalla vetrata della finestra dipinta da Albert von Baravalle, rappresentante la “Croce nera con le Sette Rose”. Essa fu realizzata per ricordare il nome con cui Rudolf Steiner la chiamò nel giorno della posa della prima pietra: “Il primo Tempio Rosacroce”.

 

Sulla destra si apre una piccola sala ovale, il cui soffitto a volta è attraversato da un lucernaio che illumina un ambiente privo di finestre. Sul camminamento lungo il perimetro vi erano quattordici colonne, sette da un lato e sette dall’altro, con archi asimmetrici e superfici curve della volta a cupola ellissoide, intercalate da rosoni rappresentanti i sette sigilli utilizzati nella “Sala di Kaim”, poi “Sala dei Concerti”, di Monaco di Baviera.

 

Saletta ovale 1

 

Saletta ovale 2

 

Lí, il nostro gruppo di Dornach, percorrendo il camminatoio, si pose all’interno. Alcune ragazze, prese dall’affascinante tempietto o forse sperando che si ripetesse ciò che era avvenuto nella falegnameria del Goetheanum, iniziarono a produrre delle figure di euritmia, incrementando con questa esibizione la particolare atmosfera già presente.

 

Mentre assistevo per la prima volta ad un’esibizione di euritmia e cercavo di intuirne gli aspetti spirituali richiamati, iniziai a cercare, osservando la sala, il significato di tale costruzione e il suo senso.

 

Questo interrogativo si risolse a Roma, con la traduzione sia del fascicoletto sia dell’O.O. N° 284.

 

Esso cioè è una copia, edificata in muratura, simile alla sala delle riunioni teosofiche, ma già con un seme antroposofico, che si tenevano a Monaco di Baviera. Tale sala, la cosiddetta Kaimsaal, ovvero Sala di Kaim. La sala prende il nome da Franz Kaim (1856-1901), storico letterario e fondatore della Filarmonica di Monaco, che adattò la sala come podio per concerti musicali. Nel 1907 fu usata anche come sede del “Congresso di Monaco” dalla Società Teosofica. È la stessa sala in cui Rudolf Steiner iniziò la separazione da tale associazione e in cui, il 28 agosto 1913, si tenne la prima rappresentazione mondiale di Euritmia. Ora tale sala in Via Tàrkenstrasse 5 non esiste piú, essendo stato l’edificio bombardato dagli alleati del 1944 durante la seconda guerra mondiale. La Sala, che fu in seguito chiamata Tonhalle, ovvero Sala dei Concerti, all’angolo tra Prinz-Ludwigstraße e Türkenstraße, era completamente foderata con tessuto rosso vivo. Il soffitto dell’Auditorium era rivestito di rosso. Le grandi gallerie erano coperte. Il risultato era una stanza rettangolare con una pianta abbastanza ampia, senza finestre, e con un interno libero. Le pareti in tessuto rosso erano abbastanza lisce. Solo sulla parete frontale era incassato un semplice spazio scenico rettangolare, non molto profondo, il cui pavimento era un buon metro piú alto del pavimento della sala. Lassú c’era un lungo tavolo per la direzione del congresso, anch’esso drappeggiato di rosso e decorato con i segni zodiacali. Accanto, spostato un po’ in avanti, c’era il leggío. Sulla rampa si ergevano su piedistalli i busti dei grandi idealisti tedeschi Fichte, Schelling e Hegel, e a sinistra e a destra di essi due colonne, una rossa con una J, l’altra blu con una B e incise rispettivamente su di esse le parole:

 

 

Il Quarto Sigillo

Il Quarto Sigillo

 

J

 

Nel Pensiero puro trova

il Sé, che può sostenerti.

Se trasformi il Pensiero in un’Immagine,

sperimenterai la Saggezza creativa.

 

 

B

 

Se condensi il Sentimento in Luce

rivelerai la Potenza formativa.

Se reifichi la Volontà all’Esistere,

creerai nell’Essere del mondo.

 

 

Le due pareti laterali e la parete di fondo erano decorate da sette colonne alte circa due metri e mezzo, che erano semplicemente dipinte su grandi tavole. Esse, su un fusto rotondo, liscio e senza piedistallo, mostravano come capitelli i motivi delle successive colonne del Goethe­anum. Su di essi erano posti i segni planetari e negli spazi tra i pilastri c’erano i sette sigilli apocalittici. Sia le colonne che i sigilli sono stati dipinti secondo gli schizzi dati da Rudolf Steiner.

 

Le notizie che ho riportato sulla Kaimsaal sono tratte dal fascicoletto “Costruzione del modello a Malsch” corrispondente in forma sintetica al capitolo “A. Karl Stockmeyer – Dei Precursori del Goethe­anum” in Immagini di colonne e suggelli occulti O.O. N° 284.

 

Il Primo Sigillo

Il Primo Sigillo

 

Dei sette sigilli della “Kaimsaal” si può dire che se si è capaci di dipanare ed introiettare metafisicamente il primo di essi, cioè quello del “Figlio dell’Uomo”, si può iniziare a vivere esperienzialmente tutti e sette i sigilli o centri dati da Rudolf Steiner.

 

Analogamente avviene con la “Rivelazione di Giovanni” in cui il dipanare e l’introiettare metafisicamente il “Figlio dell’Uomo”, apre esotericamente la strada ai sette centri o candelabri e ai corrispondenti sette spiriti o angeli o stelle delle sette chiese, iniziando cosí con essi a vivere asceticamente il senso dei setti sigilli e dell’intera rivelazione di Giovanni.

 

Se poi si realizzano le frasi incise sulle due colonne, corrispondenti al quarto sigillo di Steiner, da noi riportato a fianco del mantra, che descrivono sinteticamente in forma realizzativa la parte piú alta della via del pensiero, già illustrata da Massimo Scaligero e in parte qui nella pratica personale, si entrerà, grazie allo Spirito Santo, nella vera Iniziazione e all’esperienza dei corpi sottili, fino a sentirli tangibili nel proprio corpo psicofisico.

 

Ciò comporta la presenza di Forze, Fuoco, Luci e Correnti animico-spirituali in tali corpi, causate dalla trasformazione metafisica, che permette, in determinati stati e in particolari momenti, l’operare della Pura Luce dello Spirito, la Luce del Logos, la Luce dell’Amore Spirituale, capace di dissipare barriere come nebbia al sorgere del Sole. Allora i sigilli, i candelabri e le stelle diventano forme descrittive di manifestazioni realizzative nell’evoluzione individuale di stati di coscienza nell’Essere.

 

Terminata l’esibizione di euritmia l’intero gruppo uscí dal primo modello del Goetheanum, commentando e analizzando la struttura visitata, e dopo aver ringraziato e salutato la direzione e la guida, riprendemmo il pullman per tornare a Dornach. Vi rientrammo nel tardo pomeriggio e, dopo aver trascorso del tempo nel ri­storante per parlare tra di noi, conoscerci meglio e scambiarci le impressioni fin lí avute, ci ritirammo ognuno nella propria pensione o nel proprio hotel per la notte e per prepararci per il viaggio di ritorno a Roma.

 

La notte, conclusa la pratica notturna, sentii il bisogno di fissare nel mio animo le stanze del Goetheanum, in particolare lo studio nella falegnameria di Rudolf Steiner e il Modello di Malsch, affinché potessi, all’oc­casione, accedervi meditativamente nel tempo. È questa un’azione che compio spesso per importanti eventi e per particolari luoghi, al fine di mantenerne vividi nella memoria i collegamenti eterico-spirituali nel tempo.

 

La mattina successiva, dopo la colazione in un bar del luogo e una breve passeggiata col gruppo per Dornach partimmo per Roma. Dal finestrino del pullman ebbi un’ultima occasione di vedere in lontananza il Goetheanum, e ciò mi suscitò il rammarico di non essere potuto rimanere un altro giorno in piú.

 

All’arrivo alle porte di Roma, l’organizzatore ci invitò tutti, inaspettatamente, a un pranzo nella sua villa a Grottaferrata per il 29 settembre. Accettammo, e cosí, il giorno prestabilito, mi recai con mia moglie Maria Cristina alla sua abitazione. Al nostro arrivo, trovammo già presenti molti dei partecipanti al viaggio, e, dopo i saluti, io e mia moglie ci inserimmo subito nelle conversazioni sia di carattere antroposofico sia di attualità. In particolare, si parlò dell’attentato dell’11 settembre alle due torri gemelle di New York che ci aveva particolarmente scosso. Evento che per me preannunciava l’inizio di un secolo difficile, in cui forze avverse all’uomo stavano entrando in campo per ostacolare la sua evoluzione animico-spirituale.

 

La preghiera prima del pasto

 

Giunta l’ora di pranzo, prima del desinare, nel momento in cui tutti i commensali siedono intorno al tavolo, si iniziò, come si faceva un tempo, un momento di raccoglimento interiore per il ringraziamento spirituale. In quell’istante del convito, fui improvvisamente colto dal ricordo di un’altra epoca, di un indefinito altro tempo, che mi condusse a richiamare, in un vortice spirituale, forze e correnti sottili dell’energia del Graal. Forze ed energia del Fuoco dello Spirito Santo, capaci di elevare la parte piú alta dell’ani­ma verso il Logos-Cristo. Cominciai dunque a dirigere le mie forze interiori in tale operazione, permettendo loro di raccogliere e di coinvolgere nel loro turbine tutti i presenti, rendendoli, cosí, presenti al richiamo delle forze del Graal. Ma il vortice non fece in tempo a compiere il suo primo giro, né ad avviare con maggiore forza il secondo, che una potente voce arcangelica intervenne risuonando con fermezza nella mia mente: «Fermati! Questo non è né il luogo, né il tempo!». Quel comando possente e inappellabile non lasciava spazio a esitazioni. Mi prodigai dunque con urgenza per dissolvere e disperdere l’energia di richiamo del Graal, con non poca fatica. Nel farlo, ebbi la sensazione di attirare l’attenzione, non desiderata e non gradita, non solo da parte di mia moglie, ma anche di alcuni partecipanti che, fin dal giorno della visita alla falegnameria, avevano preso l’abitudine di starmi vicino durante gli incontri. Tra questi, Patrizia Bertuzzi, Bruno Evangelista e altri di cui non ricordo i nomi, anche se nessuno di loro mi rivolse alcuna parola al riguardo. In quel preciso momento emerse con chiarezza nel mio animo la certezza che il tempo del cosiddetto “Gruppo di Dornach”, che tanto ci aveva uniti nel viaggio in Svizzera e Germania, stava giungendo al termine. E tale percezione si concretizzò realisticamente da lí a due mesi, completando il ciclo.

 

Ma questa è tutta un’altra storia.

 

 

Giotto Pierrogi