Versione B
Dopo aver vissuto tutti questi sentimenti e queste sensazioni nella sua solitudine, Parsifal fu sopraffatto da due nuovi sentimenti. Il primo era una contrazione di tutto il suo essere, da cui si sviluppò un intenso senso di vergogna. Quando qualcuno raggiunge il livello di Parsifal e si considera puro e devoto, crede anche di essere una brava persona. Allora Parsifal ricordò le parole del Christo Gesú, il Maestro dei Maestri: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo». Nel suo senso di vergogna c’era stato un ultimo residuo di superbia. Anche noi, che aspiriamo all’esoterismo, dobbiamo accogliere e assimilare questo principio nel profondo del nostro intimo. Infatti, penetrando piú profondamente nella vita esoterica, crediamo di diventare migliori delle altre persone che ci circondano. Se ci impregniamo di questo principio: «nessuno è buono tranne Dio solo», esso è corretto solo se ne accettiamo anche un secondo: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». Non basta uno solo di questi due princípi, ma entrambi sono necessari per poter stare accanto al Christo, proprio come Parsifal credeva di stare accanto a lui.

Il re Titurel mostra i due simboli a Parsifal
Il secondo sentimento che lo pervase era uno che credeva di aver superato da tempo, ovvero una paura intensa. Ora sapeva di non essere diventato simile al Christo. E questo era l’effetto residuo delle due grandi immagini che Titurel gli aveva mostrato: il giglio e la rosacroce. È un’illusione credere che l’uomo possa essere buono; solo Dio è buono.
Ma l’ideale a cui dobbiamo aspirare non è quello di perfezionarci nella solitudine, lontani dagli altri uomini, bensí quello di essere umani in mezzo agli altri uomini, di porci al centro dell’universo e di avere la forza di lasciar agire su di noi lo Spirito, di cui si dice che attraverso di esso tutte le cose sono state create e cosí via.
La dedizione non può essere educata finché non si è costruito qualcosa dentro di sé. Voler sacrificarsi senza [prima] voler possedere qualcosa dentro di sé significa perdersi nell’universo e diventare quindi inutili. Questi sono i pericoli dell’immersione mistica. Anche l’intelletto, che non vuole sacrificarsi perché non vuole perdersi, deve prima aver costruito qualcosa, e questo può essere acquisito solo all’interno del mondo, in modo da diventare completo, e solo allora può essere sacrificato.
Se eseguiamo i nostri esercizi con il massimo rispetto e la sensazione della sacralità del loro fondamento cosmico, allora entreremo con la nostra anima nei regni cosmici. Se ci concentriamo intensamente su un oggetto e pensiamo alla prima linea ascendente (vedi disegno), sperimentiamo la forza che proviene da un mondo ancora piú elevato e che corrisponde al potere del pensiero che porta a compimento la creazione; perdiamo la sensazione di essere un’entità separata e diventiamo parte di questa forza. Questo è il primo esercizio.
Prendiamo il secondo esercizio, quello in cui prendiamo noi stessi in mano; allora la prima forza, che porta a perdersi, viene trasformata in una guida di se stessi, che rappresenta la seconda forza.

Il terzo esercizio, in cui gioia e dolore non vengono piú percepiti dentro di noi, ma fuori di noi, rappresenta la terza grande forza unificante grazie alla quale il cosmo ha reso possibile che il Sole, la Luna e la Terra si trasformassero da un tutto in una trinità, in modo tale che le loro forze, che inizialmente provenivano dall’interno, da un centro, potessero poi fluire dall’esterno, dall’ambiente circostante.
Queste sono le tre grandi forze: attrazione, repulsione e orbita. Quando gioia e dolore, simpatia e antipatia non influenzano piú il nostro giudizio, allora non ci perdiamo nelle cose, esse non ci avvolgono, ma ci orbitano intorno, e noi stessi restiamo lí dentro come un punto fisso e immobile e comprendiamo le cose da sé. Allora cresce in noi una tale forza che ci sembra di essere sostenuti sotto le braccia e guidati avanti. Allora, grazie all’equilibrio cosí ottenuto, il nostro giudizio non sarà piú determinato dall’esterno che ci circonda, ma riconosceremo in tutto la saggezza che allora sorgerà dal nostro cuore e che ci eleverà al di sopra del mero intelletto. E attraverso questa saggezza saliremo fino al punto in cui incontreremo l’armonia delle sfere e le grandi entità della creazione, le Gerarchie superiori, si riveleranno a noi. Allora da quelle altezze, come da un unico punto, l’amore perfetto e la saggezza perfetta fluiranno in noi e la luce delle altezze ci illuminerà.
Questa figura è il simbolo dell’ascesa nella vita esoterica. Non può essere compresa con la mente, deve essere percepita come immagine. Solo coloro che sono in grado di escludere ogni comprensione intellettuale potranno inserire i cinque punti di forza nella figura. Questi si trovano: tra le ali e il triangolo, nella prima coppia di ali (inferiore) e nella freccia superiore. Da questi punti si ottiene il pentagono.

L’ultimo paragrafo recita in un’altra trascrizione:
Se ora immaginiamo cinque punti tra queste diverse forme e figure e li colleghiamo con delle linee, vediamo l’uomo inserito in una figura significativa in tutto questo grande contesto del mondo intero.
Questa forma, che può sembrare un po’ strana, se osservata con l’anima, meditando sul suo significato e sulle connessioni e relazioni che ne sono alla base, ha un effetto stimolante sull’anima del discepolo. E poi dobbiamo immaginare continuamente come il seme del nostro corpo fosse nello Spirito, come si sia sviluppato gradualmente e come ora nel corpo sia di nuovo presente il seme dello Spirito. «Nel mio Spirito giaceva il seme del mio corpo…».
Altri due disegni
tramandati senza testo:


Rudolf Steiner (2. Fine)
Conferenza tenuta a Monaco il 30 agosto 1909.
O.O. N° 266/a Traduzione di Marco Allasia.
