L'inavvertito guasto della mistificazione

Considerazioni

L'inavvertito guasto della mistificazione

Dicesi mistificazione l’atto (o la serie di atti) che, avvalendosi dell’ignoranza, credulità, ingenuità, stato di soggezione o sudditanza psicologica, nonché di pavidità e bramosia altrui, induce con malizia persuasiva una o piú persone, mediante artifici, inganni, raggiri e falsità mirate, occasionali o predisposte, a procurarsi un profitto o un personale appagamento.

 

 

Fin qui una definizione letterale: ma questa spiegazione cosí articolata e sentenziosa riesce di fatto a farci capire cosa sia veramente la mistificazione? Quale posto essa occupi nella graduatoria dei vari impedimenti che ci impegnano nelle ore quotidiane e talvolta pure in quelle notturne? Perché, letta come sopra riportato, assomiglia molto alla descrizione di una di quelle ordinarie malattie del corpo, tipo un’infezione cutanea, un fungo della pelle, una rinite ecc., di cui abbondano dizionari e manuali sanitari, e che possono venir curate anche da un bravo farmacista. La mistificazione sembra appartenere alla categoria dei problemi trascurabili.

 

Mentre, da quanto ho potuto maturare soltanto in età avanzata, la suddetta è un qualche cosa di molto particolare, piú grave di altre comuni affezioni. A mio parere, una definizione consona all’etimologia della parola sarebbe: trasformare un fatto semplice in un qualcosa di grande, complicato, enigmatico e pauroso, per rifilarlo a una massa di anime distratte, e quindi spacciandolo per una realtà dannosa e incombente, al fine di approfittarne e trarne guadagno, fama, ascendenza o altro ricavo.

 

Quindi ci sono due momenti ben distinti: il primo vede la mistificazione come un fatto irrilevante e trascurabile, specie se messa a confronto con tutti gli altri malanni che circolano su questa terra. Col secondo invece, resisi conto di nutrire in noi questa predisposizione recondita e biforcuta, si cercheranno delle modalità di convivenza controllata con la medesima, oppure ci si rassegnerà a portarsela appresso, prendendo atto che gli uomini sono stati fatti cosí, e che dobbiamo abituarci all’imbarazzo, in quanto tollerabile.

 

Lo strano caso del Dottor Jackyll e Mr. Hyde

 

È facile e dilettevole rileggere Lo strano caso del Dottor Jackyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, e poi tornare a dormire tranquilli, convinti che in questo mondo ne succedono di tutti i colori, ma… meno male che noi non abbiamo nulla a che fare con situazioni del genere, spinte al di là d’ogni immaginazione.

 

Eppure, nessun uomo dotato di un minimo di vivacità interiore, anche se adagiato nella comfort zone delle convenienze e opportunismi vari, può impedire al proprio pensiero di andare ogni tanto a cacciarsi in qualche angolino buio e inesplorato del nostro sé, e da lí trarne poi alcune malombre che non sopportano la luce del giorno.

 

La mistificazione è tuttavia democratica; ci vede protagonisti (volontari, involontari, attivi o passivi, accorti o assopiti) della sua rappresentazione, e per mantenerla ad un livello sempre efficace di diffusione inter-umana, nonché di prestigio sans frontières, trova il suo naturale sbocco nel presentarsi all’eventuale indagatore come un’unità compatta e composta da due emisferi: una metà logica, moralmente giustificabile, seria e compunta, da esibire nelle situazioni abituali e relazionali; l’altra metà, nascosta, diabolica e astuta al punto da convincere la coscienza, che tutto sommato essa vale quanto la prima, se non piú, perché dotata di uno spiccato senso di praticità.

 

Francamente parlando, ci stiamo dentro tutti: dalla politica alla sanità, dalla giustizia alla scuola, al lavoro, alla pubblicità e allo sfruttamento sistematico di intere categorie di persone perpetrato da strategie industriali, marketing commerciali e da altre autorità potentate, piú o meno riconoscibili, le quali, con metodi subdoli e privi di scrupoli, ingannano quella parte dell’umanità che continua a confondere il grano col loglio.

 

Elargizioni

 

La quale umanità pertanto vive in un continuo stato di tensione, di allerta, senza saper bene il motivo, dibattendosi nel vortice di notizie vere e false, complete e parziali, ingigantite e sminuite a piacere dei portavoce e dei loro mandanti, di minacce e di pericoli collettivi; ossia in uno stato confusionale di smarrimento, dal quale diventa poi facile per i “guastatori” ricavare le utilities ago­gnate, senza dover dare troppe spiegazioni, anzi acquistando maggior fiducia e consenso da parte degli sfruttati, offrendo loro, di tanto in tanto, palliativi lusinghieri inutili, di poco conto (ma non meno pericolosi delle polpette avvelenate) del tipo medicamenti placebo o aria purificata in confezione regalo, nonché provvedimenti economici per le classi bisognose, mediante erogazione di modeste elargizioni, di cui i fondi istituzionali si privano inneggiando alla sacrificalità statale sull’altare della congiuntura.

 

Ma quand’anche dopo cotanta riflessione avessimo individuato “il marcio che c’è in Danimarca”, potremmo ora tornarcene tranquilli e soddisfatti a casa consapevoli di aver risolto il segreto della mistificazione? Per essere al corrente del linguaggio moderno, possiamo chiederci se i nostri ragionamenti hanno “disambiguato” l’ambiguità della mistificazione; sarebbe una di quelle domande ad “arabesco dialettico”, che porterebbe di filato ad altre domande. No, qui la dialettica non ci aiuta. Non ci aiuta per il semplice fatto che è inutile cambiar nome al pantano in cui si sta affondando. Sempre pantano è!

 

Quel che invece appare a questo punto utile ed anche urgente è porre la questione in modo diverso dal solito. Sotto una prospettiva fin qui trascurata se non ignorata. Se non si può aprire la porta, bisogna uscire dalla finestra, augurandoci che il salto sia alla nostra portata. Pochi sono coloro che, incuranti dell’autolesionismo che ogni esame di coscienza comporta, si accorgono di come, prima ancora delle due classiche figure, quella del buggerato e quella del buggeratore, ci sia motivo di affermare un assioma da cui non si può prescindere: «là dove c’è un mistificato, ci deve essere anche un mistificatore».

 

La mistificazione tuttavia non ha sempre bisogno di due attori, uno attivo e l’altro passivo; può nascere e agire anche all’interno del singolo individuo, creando cosí in lui una dicotomia la quale, finché ne permane inconsapevole, si riversa a sua insaputa all’esterno, sugli altri, sul mondo, dilagando e ramificandosi in molte direzioni. Vi è quindi una mistificazione che con un po’ di buona volontà è riconoscibile, e ve n’è un’altra, di tipo endogeno, che invece è profondamente celata.

 

Fintanto che nell’individuo si svolgono gli ordinari processi della mistificazione (che ora in questo caso possiamo indicare col nome di auto-inganno, auto-depistazione ecc.) è necessario essere in uno stato di coscienza semi-dormiente: in tal caso il soggetto vedrà, o saprà della mistificazione soltanto quando la riverserà lui stesso sul prossimo (certamente trovando ottime ragioni per non chiamarla cosí), oppure quando la subirà da parte di terzi, soliti ignoti o conosciuti che siano.

 

La percezione della mistificazione presenta pure delle interessanti analogie col campo delle particelle elementari: queste si rivelano all’operatore scientifico o fornendo notizia della posizione momentaneamente assunta, oppure, in alternativa, della velocità di moto, mai su entrambe in contemporanea. Cosí pure la mistificazione appare evidente all’osservatore solo quando la subisce, non quando la indirizza su altri malcapitati; nella passività essa si presenta quale prodotto di malvagità e disonestà di terzi. Quando invece è bricolage dell’autore, allora compare rivestita di un senso onorabile di dignità e di decoro, giustamente proteso a difesa degli interessi e degli affetti personali; motivo questo di fronte al quale anche la coscienza piú reattiva non fa una grinza.

 

Abbiamo perciò isolato due aspetti della dinamica interiore, diversi e contrapposti, con i quali ciascun essere umano deve, o dovrebbe, fare i suoi conti, se davvero ambisce alla conoscenza che sola può rettificare ciò che per ora costituisce una causa continua e inarrestabile di sperequazioni e di conflitti.

 

Com’è incomprensibile l’attuale situazione di popoli, nazioni o continenti, senza aver dapprima appreso le note storiche del passato che li riguarda, cosí è del tutto insensato approfondire una conoscenza di sé (che tra le altre cose nessun programma scolastico di base richiede e neppure la cultura generale, diffusa e coltivata oggi giorno, ammette quale suo indispensabile e doveroso completamento) senza aver quanto meno intuito la reale dimensione di quella. Reduci pertanto da una duplice privazione, ci rimane sempre la surroga di eventuali sostegni psichici predisposti dalle ideologie politiche del momento o dai convincimenti fideistico-religiosi, indotti o inculcati da agenti esterni, o da provetti superstiziologi, specializzati in moral suasion, e patogeni quanto i virus che vanno isolati nei laboratori. Ma per quanti non lo ravvisino, per quanti non abbiano altro rimedio e nemmeno lo cerchino, sono sempre meglio di niente.

 

Dopo però, non lamentiamoci di tutto ciò che in genere ci fa sollevare proteste e contumelie; i cuccioli di gatto o di cane giocano con la loro coda, credendola cosa estranea, ma in brevissimo tempo imparano che è una parte di loro stessi, da non mordere e neppure eliminare. Una buona parte dell’umanità vive di cose piccole, modeste; chi ha pochi mezzi e un equilibrio interiore di pari possibilità, lascia ad altri i compiti e le problematiche piú vaste e complicate. Detto in questo modo, sembra una cosa giusta, corretta, che non presenta risvolti nocivi. Eppure nessun cucciolo affiderebbe mai la propria coda ad un animale estraneo adulto, anche se della stessa razza.

 

Due classi diverse

 

Perché quindi esiste e prolifera la mistificazione? Se i “grandi “, i “leader”, i “tycoon”, i “mezzi busti” delle copertine illustrate, insomma quelli che si sono eretti da sé, o che noi abbiamo con una certa disinvoltura posto sulle vette del potere, volessero e cercassero di comune accordo il bene di tutta l’umanità, non dovrebbero esserci crisi, situazioni belliche assurde, disordini sociali, danneggiamenti fisici e strutturali dei territori, gap economici tra le classi sociali; le sentenze dei giudici sarebbero uniformi e coerenti per tutti i gradi dell’iter giudiziario, l’interpretazione delle leggi non apparirà difforme a seconda dei venticelli intestini di correnti partigiane; la sanità funzionerebbe a dovere senza tener conto dei privilegi di casta o delle agiatezze dei curandi; gli insegnanti educherebbero gli allievi senza maltrattarli, magari non avvilendoli con punizioni assurde, e i ragazzi riceverebbero riconoscenti il buon insegnamento senza dover minac­ciare, aggredire o picchiare i loro istruttori.

 

Forse esagero, forse c’è in me un senso di rincrescimento non controllato, e quindi tendo ad approfittare d’ogni occasione per dire peste e corna sulle circostanze dell’epoca in cui vivo. Se fossi un’anima piú obiettiva, cercherei di mettere in risalto anche le cose buone e belle, che sicuramente esistono ma che, a mia vista, vengono offuscate dalle altre.

 

Cielo e mare

 

Andando a rileggere i libri di storia, in particolare quelli degli ultimi secoli, so che troverò di che consolarmi: guerre, omicidi, pestilenze, crisi economiche, sopraffazioni e violenze d’ogni sorta non sono dei selfy esclusivi della modernità; tuttavia non possono rimanere prive di una spiegazione sostanziale che non sia la solita legge dell’homo homini lupus: se oggi voliamo per i cieli grazie agli aerei e scendiamo nelle profondità degli oceani con batiscafi e sommergibili, an­che le relazioni intercorrenti fra gli esseri umani (lupi esclusi) dovrebbero aver compiuto un salto di qualità, in vista di un’auspicabile pacifica e fraterna convivenza globale. Invece dobbiamo dolorosamente constatare che i lupi coesistono tuttora, e sia pure con edulcorate apparenze e in vesti eleganti, seminano ovunque le prove della loro influente sanguinaria voracità.

 

Dove sta quindi la mistificazione? Nel vedere il mondo sotto una lente che ingigantisce le asperità, nel disperarsi per non sapere che fare, per riportare il tutto ad un livello di accettabilità sostenibile, possibilmente non troppo gravosa? O al contrario, ritenere che vada tutto bene cosí e qualora le cose non girino proprio nel verso giusto, con un po’ di paziente attesa e qualche preghierina ogni cosa si risolverà?

 

Dall’Antroposofia ho appreso degli elementi che in questo frangente mi servono da chiavi interpretative; tra due estremismi, tra due opposti, tra due forze che dall’interno mi prospettano panoramiche di vita contrapposte, io esisto in quanto sto in mezzo a queste, e quindi se non maturo in me una concezione ben salda e articolata del “perché mai?”, subirò passivamente le compressioni di entrambe; la subirò e basta.

 

Fa parte dell’odierno discorsivismo il concetto di “vivere la transizione”, “gestire le differenze”, “abitare le distanze”; immagini retoriche alludenti a come comportarsi quando vieni attratto dal “su” e poi respinto all’“in giú”, senza un attimo di tregua neppure per fiatare. Se non ne intravvedi la ragione, abbandoni ogni tentativo di recuperarla, o addirittura ti convinci che non ci sia proprio, alla faccia di fede, credo, convinzioni, teismi o ateismi; dal momento che in questa situazione di scombussolamento credere nel metafisico, nel sovrumano, oppure non crederci, rappresentano per l’appunto le facce di una dicotomia non risolta sul campo e indigeribile in quanto ignota alla coscienza pensante, qual essa al momento è.

 

Ma, invece – e questo è il segreto di Pulcinella – noi siamo venuti al mondo proprio per risolvere il problema. Questo preciso problema. E il mondo è il campo: il campo che serve per risolvere il problema. Ce ne siamo dimenticati; a molti è rimasto un ricordo diventato ormai un rifugio animico, un fuocherello residuo di speranza; in altri, nemmeno quello, e si danno da fare per sostituire lo scopo e il senso perduto della vita, avvalendosi di immaginazioni inumane e fantasticherie astruse che aiutano quanto fiabe, miti e leggende possono aiutare uno scettico impenitente in crisi mistica.

 

Sembra un ossimoro, ma è cosí: la vita terrena e quella dell’anima sono i campi di battaglia in cui abbiamo voluto inoltrarci per porre fine alle contraddizioni, agli equivoci, agli scontri tra cielo e terra, e risolverli in virtú di una possibile sintesi interiore operata dall’uomo, in cui le forze in gioco siano riportate nell’ordine dello Spirito.

 

Incatenati nella caverna di Platone

Incatenati nella caverna di Platone

 

Vivere la transizione, abitare le distanze, sono frasi belle, frasi che colpiscono; contengono un’eco della no­stra originaria missione sulla Terra; non offrono però soluzioni praticabili, restano inerti, e nel frattempo propongono alle anime imprigionate in questa platonica caverna del terzo mil­lennio solo alternative di emergenza: adeguarci alle necessità, adattarci alle difficoltà, volersi bene basta a non ca­dere nell’autolesionismo, vivere ciascuno per conto proprio e che il migliore sopravviva.

 

Questo significa: non abbiamo saputo vivere la transizione, né abitare le distanze e neanche gestire le differenze! Senza saperlo abbiamo inconsciamente ripristinato la legge del branco: nonostante aerei, sommergibili e Intelligenza Artificiale, siamo regrediti all’homo homini lupus!

 

Se questa non è una mistificazione – rivolta contro noi stessi, contro la natura umana, contro l’origine dell’anima, contro la missione che essa ha deciso di assumere prima ancora d’incarnarsi – allora qualcuno piú acuto di me, venga a dirmelo e me lo spieghi. Garantisco che lo prenderò in considerazione.

 

Rinfrancato da questa tirata, mi sento adesso in grado di indicare alcune forme di mistificazione che ci avvolgono di continuo e delle quali non ce ne accorgiamo perché abbiamo bypassato il problema, con l’espediente di considerarle fatti normali della vita d’ogni giorno. Prendiamo tre concetti eclatanti, tanto per dar slancio all’esempio: Amore divino e amore umano – Karma ed esistenza – pensare, pensieri pensati, percezioni. Noi solitamente non amiamo: ci sentiamo amanti, amati o anche temporanei amatori; ma tutto al­l’interno delle leggi dello spazio e del tempo, dentro i limiti che ci hanno detto invalicabili. L’amore è eterno finché dura, affermava Carlo Verdone. Siamo in grado di confutarlo? Dipende verso quale meta rivolgiamo il nostro amore; dipende da come e dal perché lo rivolgiamo; e dipende da cosa chiediamo in cambio. Fintanto che non tiriamo fuori da noi una risposta definitiva a queste tre domande, l’amore vero se ne resta sospeso tra le nuvole nell’infinità dei cieli, e l’amore umano se ne va ramingo per conto suo lungo le strade del mondo, alla ricerca di ciò che, stando lassú, cominciamo a convincerci che non possa essere quaggiú.

 

Karma – esistenza: cosa c’entra il karma con l’esistenza? Nulla! L’esistenza è una delle infinite applicazioni della vita; o siamo vivi o siamo vissuti. Ma non siamo ancora viventi e nemmeno vivendi; per la logica in cui crediamo, siamo sí, “viventi” nel senso reale della parola; ma perché non ci chiediamo se siamo viventi nel senso del Logos? Dobbiamo forse capire che Logos e parola stanno tra loro in un rapporto che fino ad oggi non abbiamo mai concepito. Sarebbe un “concepimento ” di tale purezza da risultare per ora impossibile. Ma con l’introduzione del karma, forse uno spiraglio può aprirsi. La vita, attraverso il karma di ogni singolo essere, lo conduce nell’esistere e il senso dell’esistere, attraverso il karma, lo può riportare alla Vita.

 

Cavallo

 

Il Pensiero non è il pensato; il pensato è una determinazione del Pensiero; quando percepiamo un nostro pensiero, siamo sicuri d’esserne gli autori; ma quando percepiamo gli oggetti, ci siamo mai chiesti chi ne sia l’Autore? Autore non solo dell’oggetto in sé, ma anche della forza ci che rende ogni volta limpida e pos­sibile la conoscenza di quel determinato oggetto. Non percepiamo veramente l’oggetto, noi percepiamo il pensiero di quell’oggetto e possiamo pensarlo solo perché in noi vi è la matrice del pensante pari a quel pensato che ai nostri sensi si materializza come oggetto. Il collegamento tra A (il mio pensare che sollecitato dalla percezione richiama in me il pensiero del cavallo) e B (il cavallo pensato da un pensiero non mio che mi si manifesta quale oggetto) rimane celato al­l’esperienza comune. Per cui dico: «Io vedo un cavallo», ma in realtà nel mio pensare quel che prende forma istantanea è il pensiero che ha creato il cavallo. Pensiero identico al mio. E che perciò credo mio.

 

Tra idea astratta e realtà concreta vi è sempre un punto in cui le valenze s’incro­ciano ma ancora non s’incontrano; possono tuttavia incontrarsi se quel punticino, ove ci sono anch’io, con la mia anima, con la mia coscienza pensante e con tutta la mia organizzazione psico-fisica, diventa capace di cogliere il segreto dell’identità. Ma è un punto che bisogna ancora imparare a ri-conoscere, perché se continuiamo a non ri-conoscerlo, se lo scavalchiamo (possiamo anche dire, con una certa crudezza, se “lo tradiamo”) veniamo portati dalla nostra stessa manchevolezza a risolvere la questione… mistificando. Mistificare come? Col ritenere l’amore, il karma e il pensare, entità d’un Iperuranio sconosciuto, del quale, qui sulla terra, godiamo soltanto i riflessi che saltuariamente ci giungono, creando gli intrecci infiniti dei nostri affetti, delle nostre vicissitudini, dei nostri pensieri. Noi andiamo a rovistare nelle loro inferenze, nei corollari e nei derivati, cercando le cause di quel che vive e regna in un presunto Altrove, materialisticamente sicuri che sia cosí. Perciò cerchiamo cause ipotizzabili attraverso il filtro di teoremi scientifici o guardandole nello specchio dei moti affettivi del cuore.

 

Eppure, in un sistema equilibrato di dinamismi contrapposti, il punto centrale dovrebbe diventare collaboratore, coordinatore, custode della funzionalità complessiva; il punto di mezzo che unisce e non avversa le forze ascendenti né quelle inabissanti: ove tuttavia, per colpa di un’insufficiente coscienza di sé, tale centro abdichi alla sua potenziale funzione, allora di necessità il sistema collassa. Col risultato che quel punto di mezzo finisce per sentirsi estraneo, inutile, inadeguato all’unico motivo che avrebbe potuto rendergli la valenza perduta.

 

Si tratta perciò di non ingannare se stessi col marchingegno della mistificazione; comodo ma tanto subdolo quanto schiavizzante, e riportarsi al livello di concepire nel pensare quel potere di conoscenza che solo il vero pensare svela a chi lo pratica in modo libero, lontano ed esente da tutti i lacci e i laccioli escogitabili e praticabili di questo mondo. Mi sono chiesto: esiste un’indicazione precisa, incisiva, cosí potente da illuminare il momento epocale di svolta della natura dell’uomo e della sua anima? Della sua reale funzione e missione sulla terra? Sí, c’è. C’è infatti un pensiero compiuto dove i concetti di amore, karma, pensiero pensante e pensato-pensabile, vita ed esistenza, confluiscono, si accendono della sintesi unitaria voluta, a dimostrazione che nulla è impossibile per l’Uomo che ha saputo cogliere l’amore nel pensare, il pensare nell’amare e vedere nel flusso incessante degli eventi l’obiettiva legge del karma: ce l’ha affidato cosí e costituisce la prima delle Sue Massime Antroposofiche: «L’Antroposofia è una via di conoscenza che tende a congiungere lo spirituale esistente nell’uomo con lo spirituale che esiste nell’universo» (Rudolf Steiner).

 

Compito nostro è attuare il congiungimento: non mistificandolo, non confondendolo, non alterandolo – e quindi, tradendolo – con soluzioni alternative. Cosí è se ci piace; e se non ci piace, cerchiamo almeno, in un momento di intima confidenza con noi stessi, di spiegarci il motivo. Potrebbe succedere qualcosa di inaspettato.

 

 

Angelo Lombroni