
Massimo Scaligero
Nel testo La Luce di Massimo Scaligero ecco come si presenta uno stralcio del pensiero piú che autorevole di Pio Filippani Ronconi espresso nella prefazione al libro: «Il tema fondamentale dell’opera, attorno a cui si ordinano i suoi dodici capitoli, è quello dell’essenza intuitiva del pensare, in cui opera il principio della Luce, che è idea. L’uomo si serve della Luce, con cui guarda il suo riflettersi nella tenebra, che gli appare come mondo oggettivo, ma non la possiede né si accorge che fuori di sé è la Luce, o Lògos, a dominare la tenebra, conferendo significato al mondo delle forme che da questa emergono. La conoscenza, quindi, è un ritrovarsi dell’uomo nel cuore della tenebra, ricongiungendosi alla luce che su di essa domina. Come il Figlio nasce dalla Vergine, cosí il linguaggio – prolungamento del Verbo di qua dalla soglia umana – nasce dall’Anima del Mondo ed anche nelle sue forme minime è pur sempre una risonanza della Parola cosmica».

Pio Filippani Ronconi
Ricordiamo ai lettori che Pio Filippani-Ronconi (1920-2010) è stato uno dei piú grandi orientalisti italiani del Novecento, conoscitore di circa 40 lingue, professore ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, nonché traduttore fondamentale del Canone buddhista. Aveva una conoscenza diretta delle fonti originali (pali, sanscrito, tibetano) e dei Tantra induisti e buddhisti. Grande amico di Massimo Scaligero.
Ora, da un lato la profondità dell’esperienza meditativa di Scaligero come degno esponente della Scienza dello Spirito steineriana, dall’altro la vastissima cultura orientale di Filippani Ronconi (indologia, studi iraniani, filosofie dell’Estremo Oriente) si intersecavano a piú riprese nei loro scambi culturali e sugli scranni della prestigiosa rivista «East and West». Entrambi gli amici condividevano la ricerca di un’alternativa spirituale valida per l’uomo moderno. Filippani Ronconi, oltre alla prefazione a La Luce, scrisse anche un testo intitolato Massimo Scaligero, amico e Maestro, testimonianza del profondo rispetto e della vicinanza spirituale con Massimo Scaligero (vedi https://www.larchetipo.com/2001/gen01/testimonianze.htm e https://www.larchetipo.com/2022/10/recensioni/avvento-delluomo-interiore/).
Ora, tornando per un attimo alla prefazione scritta da Filippani Ronconi, un profilo di dominanza operativa nel rapporto luce-tenebra viene affrontato da Scaligero nell’opera La Via della Volontà Solare, in particolare nelle tematiche insite nei 3 capitoli centrali:
- IV – “Nuova metafisica del respiro”
- V – “Il Sole che splende negli occhi”
- VI – “La presenza del Logos nel mondo, il pensiero adamantino”.

Simbolo del Vajrayāna
Alla base di questi capitoli vi è sostanzialmente una riscoperta intuitiva, orientata al tipo umano moderno, del Veicolo del Diamante-Folgore (Vajrayāna). Nella mitologia induista il Vajra, che rappresenta il fenomeno naturale del fulmine, viene impugnato come arma (la piú potente del mondo) da Indra, re degli Dei. Nel Buddhismo si trasforma come concetto correlato di Vuoto (Sūnya), inteso come relazione posta in essere tra vuoto metafisico (stadio finale dell’Illuminazione) e corpo alchemico indistruttibile (come il diamante) prerogativa dell’asceta Vajrayāna, veicolo questo necessario per raggiungere appunto lo stato di Illuminazione (vedi Il Vajrayāna alla luce degli insegnamenti di Scaligero – L’Archetipo).
Secondo Filippani Ronconi l’ascesi Vajrayāna non è in aggiunta ai due veicoli ascetici buddhisti Hīnayāna e Mahāyāna, ma una via tantrica di liberazione separata, che supera i limiti delle pratiche convenzionali, utilizzando tecniche di tipo tantrico in primis basate sulle parole di potenze (https://www.centrostudicampostrini.it/biblioteca-scheda.php?numero_libro=67498), e che rovesciano de facto il piano della realtà a favore di una trasformazione energetico-spirituale (o eterica nel senso steineriano e scaligeriano del termine). Con il buddhismo tibetano come sua portante storicamente piú compiuta, la tecnica del Diamante-Folgore rimane segreta ed è riservata solo agli Iniziati della scuole Vajrayāna poiché a detta di Pio Filippani Ronconi “la Potenza vive solo di nascosto”.
Una convinzione giusta per l’epoca antica, ma sappiamo da Rudolf Steiner che l’epoca delle scuole “segrete” è terminata. Chiaro è che esiste sempre l’intervento delle Gerarchie superiori.
Vak – La Parola Primordiale

Per Pio Filippani Ronconi Vāk indica la parola primordiale, cioè il Verbo cosmogonico della tradizione induista e tantrica: la Parola-suono da cui nasce e si sostiene tutta la realtà. In ambito vedico-tantrico, Vāk è la divinità-parola che esprime la potenza creatrice del Logos universale corrispondente al mantra OM (pronuncia AUM con la M nasalizzata). Quindi il mondo è visto come estensione e manifestazione di questo suono-parola originario, come energia cosmica e spirituale che, attraverso particolari vibrazioni, diviene strumento di realizzazione mistica e di trasformazione del soggetto. Vāk La parola primordiale è anche il titolo di un suo libro in cui esplora la funzione del Verbo nel processo conoscitivo e iniziatico, collegando mitologia, linguistica e metafisica orientale. In questo contesto, Vāk diventa una chiave interpretativa per comprendere il rapporto tra lingua, rivelazione e potere operativo dei rituali esoterici, tipici dell’ambito che lui studiava (induismo, tantrismo, tradizioni iniziatiche).
I tre capitoli centrali dell’opera di Scaligero
Nei capitoli centrali de La via della volontà solare si configura una sorta di “Magia Solare” (vedi Aspetti propedeutici alla Magia Solare di Massimo Scaligero – L’Archetipo ) che, pur rimanendo radicata nella Scienza dello Spirito steineriana, mostra correlazioni profonde con temi e pratiche del Vajrayāna buddhista: metafisica del respiro, visualizzazione energetica, identificazione con il corpo luminoso, la parola sacra e la trasformazione del pensiero in atto potente. Di seguito una descrizione sintetica dei tre capitoli, con indicazione di riferimenti al Vajrayāna.
IV. Nuova metafisica del respiro
Scaligero non parla di “respiro fisico”, ma di un respiro interiore che lega il microcosmo umano al macrocosmo solare: il respiro diventa il mezzo per introdurre la coscienza nella dimensione del “corpo eterico” e, oltre, in quella del “corpo solare”. In questo senso parla di una “metafisica del respiro”, che può essere avvicinato alla pratica antica del respiro secondo il metodo del Vajrayāna, ma al contempo egli avverte il discepolo che tale metodo «non può non risolversi per l’occidentale in un risultato opposto, avendo egli come base quella “individualità” nella quale lo Yoga aveva il còmpito di evitare il discendere e il concludersi. Per il moderno tipo umano sarebbe legarsi ancora piú profondamente a una natura in cui, essendosi egli immerso, l’eco dello Spirito è spenta. In effetto una preparazione iniziatica, che non sia tale solo retoricamente, v.d. non sia espressione della cosiddetta “contro-Iniziazione”, deve dar modo di comprendere come l’occidentale, per ritrovare la sopra-natura, non possa piú appoggiarsi a processi della natura, ossia a processi esteriori o corporei».
Sempre secondo Massimo: «In questo punto [la testa], infatti – per la correlazione con la categoria umana – confluiscono, acquisendo direzione “verso” l’essere spazio-temporale da ogni punto di uno spazio “vuoto”, forze creatrici del cosmo. Esse hanno qui un centro: il cui potere per l’Iniziato si attuerà come autonomia dallo spazio e dal tempo, rimanendo il suo essere ordinario armonicamente partecipe della sfera dello spazio e del tempo. L’esperienza che di esso ha l’Iniziato è radiante, in quanto emana una luce di cui egli accoglie l’essenza, anche se ad esso egli comincia ad accostarsi mediante quella via indiretta che è la concentrazione su un oggetto, essendo impossibile, prima dello svincolamento dell’essere eterico dal fisico, una comunione diretta: che, come si è detto, sarebbe tensione dell’ego mentale, di natura inevitabilmente egoistica, epperò una via alla occlusione del centro».
V. Il sole che splende negli occhi

In questo capitolo Scaligero introduce la metafora del “Sole interiore” che “spande” la propria energia posizionandosi tra epifisi ed ipofisi, intendendo i centri di coscienza situati all’altezza del terzo occhio, legati alla visione interiore, alla volontà e alla parola spirituale. Il Sole che splende negli occhi rappresenta una realtà spirituale che “irradia” riplasmando il pensiero e la volontà dell’uomo secondo archetipi solari.
Nel Vajrayāna il corpo sottile è costituito da canali, centri e centri sottili: l’energia interiore viene “spinta” verso la testa e i centri superiori (come il bindu o il sahasrāra) per generare il corpo di ringiovanimento e di luce. La figura del Sole interiore richiama direttamente la visualizzazione creatrice nel centro frontale, dove il Sole simbolizza la luce pura e la volontà salvifica.
Scrive Scaligero: «La non dialettica essenza del pensiero è il tessuto vitale in cui si manifesta il “Sole che splende tra gli occhi”: non dialettica in quanto non può essere determinazione concettuale, anche se intuibile mediante pensiero, il cui tessuto intuitivo è appunto lo spirituale attuante se stesso. Dal centro, vuoto-piú-del-vuoto, in cui convergono le potenze dell’Infinito, è dunque irrimediabilmente lontano chi, per insufficiente ascesi di pensiero, faccia leva sulla natura mentale, che è dire sulla organizzazione corporea».
VI. La presenza del Logos nel mondo – Il pensiero adamantino

Il pensiero adamantino
Nel sesto capitolo Scaligero descrive il Logos come Parola creatrice che è “presente” nel mondo, non solo come idea astratta ma come potenza eterica operante che si manifesta nel pensiero umano quando il pensiero stesso diventa “adamantino”. Il “pensiero adamantino” è un pensiero rivestito di potenza eterica che apre la strada alla magia solare e si struttura come un cristallo di carbonio (diamante) che attiva il sistema ghiandolare (pituitaria e pineale), un pensiero-volontà che può agire magicamente sul piano spirituale.
Nel Vajrayāna il concetto di vajra (fulmine/diamante) indica la presa di coscienza immanente ed improvvisa della Shakti che forgia il corpo e la mente dell’asceta dopo le corrette tecniche di concentrazione e meditazione in modalità indistruttibile e permanente. L’essenza adamantina della realtà spirituale, irrompente per prima attraverso la formulazione di mantra e la meditazione di yidam (divinità meditative da intendersi come supporti all’ascesi). Il parallelo è evidente: il vajra è sia il simbolo sia il mezzo immanente; i mantra e il pensiero basato su immaginazione creatrice attiva il Verbo-Logos che si lascia percepire dall’asceta nella volontà solare.
Occorre comunque riportare quanto Scaligero precisa in questo caso, ovvero che: «l’uomo però crede che sia il mondo a venirgli incontro cosí come appare. E l’orientale visione della maya lo assume come il mondo delle parvenze di cui occorre liberarsi, mentre quelle parvenze, sorgendo per una forma interiore fluente dall’anima, sono segni di un mondo che attende un nuovo percepire e un nuovo pensare, non una mistica fuga».
Dominanza operativa scaligeriana
Questa dominanza si deduce chiaramente dal pensiero di Scaligero espresso nei tre capitoli centrali analizzati (IV, V, VI) e in generale in tutto l’opus solare. Scaligero rivela nei dettagli l’essenza del veicolo del Diamante-Folgore riconducendolo al processo alchemico di acquisizione della Pietra Filosofale (La saggezza dei Rosacroce – L’Archetipo) attraverso la metabolizzazione del carbonio con tecniche di respirazione tipiche del mondo vegetale (trattenere anidride carbonica ed emettere ossigeno):
- «Le forze trascendenti che un tempo venivano sperimentate dallo yogin nel prana, si alienano nel respiro ordinario dell’uomo non piú di tipo yoghico, ma moderno, extroverso, identificato per via del respiro con la struttura corporea, onde egli respira nella sensazione di sé che è consumazione di vita. …Ma in questo elemento di morte egli ha il contingente supporto per l’esistenza fisica; è supporto trascendente nella sua alterità, in definitiva presente non per la basale animazione degli istinti, come accade nell’uomo ordinario, ma come segno e limite dell’immortalità, perciò presente come stimolo a una sintesi di resurrezione, in quanto, a un dato momento, il pensiero convertito divenga pura forza di vita che assuma come veicolo nell’ente corporeo il carbonio che allo stato puro, nell’ordine esteriore è diamante».

- «La contemplazione del processo trascendente del respiro è un evento in cui è chiamato ad operare il cosmo: esso prepara quell’individuale compimento sovrasensibile nel sensibile, al quale le dottrine alchemiche alludono con il nome di “Pietra Filosofale”. …Il respiro trascendente si compie nella “zona” del Vuoto, onde le forze di vita fluiscono non piú mediante assorbimento di ossigeno, ma per un moto del puro pensiero che ora, come organo dell’Io, attinge direttamente alla loro sorgente, senza aderire alla respirazione fisica. Come le forze sovrasensibili della pianta ne costruiscono il corpo, assumendo e permeando di eterea forza il carbonio, epperò elevandolo ad altro valore, per un vero e proprio “trapasso qualitativo”, che è vivificazione dello stato minerale».
- «[Il ricercatore spirituale] grazie al meditare indipendente dalla corporeità, cessa di espellere nel respiro il carbonio e lo trattiene nel corpo: qui ora può averlo come supporto della corrente adamantina, o potenza del “vuoto”, senza che generi la morte: il soffio da lui espirato non uccide ma genera vita. È dunque la “via adamantina”, per la cui virtú la luce eterea risolve il minerale e riconverte in sostanza di vita quella sua inentità che giunge ad apparire. Il mistero della densità fisica è risolto nel suo triplice tessuto conforme al Dharmakaya quale fu intuito dai maestri del Vajrayāna».
«Il Dharmakaya è “il corpo spirituale glorificato”, chiamato “la Veste di Beatitudine”. Il terzo, o il piú alto dei Trikaya (Tre Corpi), l’attributo sviluppato da ogni “Buddha”, cioè da ogni Iniziato che ha attraversato o raggiunto la fine di quello che si chiama il “quarto Sentiero” (in esoterismo, il sesto “portale” prima del suo ingresso nel settimo).
Il piú alto dei Trikaya è il quarto dei Buddhakchetra, ossia dei piani Buddhici della coscienza, rappresentati figurativamente nell’ascetismo buddhista come un indumento, o veste di Spiritualità luminosa. Nel Buddhismo popolare settentrionale queste vesti o indumenti sono: 1. Nirmanakaya, 2. Sambhogakaya, 3. Dharmakaya. Quest’ultima è la piú alta e sublimata di tutte, poiché colloca l’asceta sulla soglia del Nirvana. Il corpo cosmico del Buddha» (da: https://www.spiritual.it/it/glossario-de-la-dottrina-segreta/dharmakaya,10,2132).
Kether
