
Carmelo Nino «La casa del Costruttore di cupole»
Cosí ho vissuto

Non ho lasciato nulla
al tempo mio,
ogni momento
l’ho vissuto intero,
filtrato e noto
dentro la mia mente,
come si vela
il volto di un mistero
che solo l’occhio interno
può svelare.
Ho appreso presto
l’arte della corsa
in una dimensione
ferma e muta,
dove il silenzio
plasma la sostanza
e il moto nasce
immobile e segreto.
Lí ho disciplinato
il mio respiro,
seguendo leggi
prive di parola.
E con la mente
ho superato limiti,
varcando soglie
chiuse ai molti sguardi,
spingendo il passo
verso mete alte,
là dove il tempo
perde il suo contorno
e si dissolve
in un eterno istante.
Cosí ho vissuto
i giorni senza sosta,
senza offrire
alcun tributo all’ozio,
ma consacrando il gesto
a un fine occulto,
tracciando segni
in cerchi senza inizio,
custode di un disegno
non visibile.
E sempre, oltre il presente
già vissuto,
teso ho lo sguardo
al giorno nascituro
non come fuga,
ma come ritorno
a ciò che attende,
immobile, nel fondo:
un centro antico,
acceso e senza nome.
Raffaele Sganga
D’amore il fiore

Fertile è la terra
su cui cresce
il fiore dell’amore
e verde
lo stelo del fiore.
Ghirlanda
di ritmi ondulati
il calice,
trilli di violino
i pistilli.
Un canto melodioso
attraversa la terra
e corre come musica
nel gambo,
ai petali soffonde
il suo vibrare;
compiuto infine
si distende
lungo gli orli
dell’ondante corolla.
Alda Gallerano

Poiché provieni, adempi
e scende manna limpida
dal cielo.
C’è fame, c’è sete di pietà
qui fra le zolle morenti
e pure agli incroci
infiniti del tempo.
Non lasciare sola la terra,
che palpita ai tuoi passi
che tu ne raschi l’ombra
del sudario e sveli
altissimo
il suo nome o il tuo.
Desta il pensiero
che non puoi,
quello che trova sé
nell’altro del creato
e canta il sole.
Inchinati giú basso
ai piedi della pietra,
lava la pelle del suo peso,
che tu la riconosca
rendendole la luce;
ringrazia i piú piccoli
rimasti sotto, piegati
dal vento della notte.
L’erba d’immensità distesa
che guarda le stelle
per volare e a tutti porge
il verde del suo cuore,
e l’animale posto
nel sacrificio orizzontale,
guidato nelle maree
del mondo
dagli astri innamorati
e dalla luna: sono i fratelli
ignudi. Senza
non ci staresti
alzato come un re
o come un predatore.
È questa la lavanda
con l’acqua dei beati,
gradino di cristallo
dell’ascesa
dei figli all’immortale.
Senza clamore incedi,
come se fossi Dio,
risveglia la gioia
dell’immutato,
l’incontro che tutto risana
e si può solo tacere
come la rosa damascena
al giungere dell’Aurora.
Lirica di Enrico Savelli «Lavanda dei piedi» e scultura in marmo di Carrara «Pietà»
L’occhio del poeta

Essere poeta oggi,
impresa d’immane fatica:
disincagliare immagini
nelle secche
di un pensiero defunto;
ogni giorno
ritrovare la forza
di dire: deve essere.
Il computer non lascia
spazio alla creazione,
la velocità non lascia
spazio alla coscienza.
Eppure solo la creazione
nella coscienza
può salvare l’uomo
dall’implosione
nel computer.
Essere poeta e sapere,
vedere l’umanità
precipitante
senza possibilità.
Giordana Canti
