Che ne sanno dei nostri amori, gli uomini?
Nei loro, i corpi uniti si posseggono
e lottano, si perdono in oscure
mescolanze di umori, come in sonno
o vertigine amara si smarriscono.
E fecondano ignote discendenze
nel fervore di ovuli remoti.
Che sanno di morgane e madreperle
gli uomini fatti carne, distaccati
dai misteri lunari, dai riflussi
delle maree che portano la vita?
Noi creature pelasgiche sappiamo.
I corpi affusolati, idrodinamici,
le pinne come ali strette ai fianchi,
conosciamo i dettami delle stelle,
e quando la stagione ci richiama
nel fermento di acque iridescenti,
seguiamo lei che danza, la divina
equorea madre, fervida, elusiva,
esca già pronta ai nostri desideri.
Ci abbandoniamo al vortice dei flutti,
sospesi tra l’abisso blu profondo
e il verde della chiara superficie.
L’onda ci spinge, o forti la domiamo,
opercoli branchiali tesi, scatti
fulminei, con la spada che rifrange
i fendenti del sole all’apogeo.
Ma non è guerra il nostro turbinare
in ribollío di ossigeno, è preghiera
perché si sgrani dal suo ventre il dono
di mille sfere e perle seducenti.
E noi perderci in esse, fecondarle,
perché duri nel tempo il nostro seme.
Che ne sanno dei nostri sogni, gli uomini?
Fulvio Di Lieto
