
In questo articolo vorrei portare a conoscenza dei lettori quella che è stata l’opera di rimboschimento della quale quest’anno ricorre il centenario dell’approvazione e dell’inizio dei lavori, centenario che coincide con l’Ottavo Centenario Francescano, che proprio quest’anno viene celebrato ad Assisi.
Mi avvalgo per questo dell’aiuto di uno scritto prezioso di Emilio Vetturini, un emerito di storia locale del secolo scorso, dal titolo: Settanta anni di rimboschimenti sul Subasio, Edizioni Porziuncola, Assisi.
È un testo ormai datato, la stampa risale al 1989, ma vi è descritta la storia del periodo piú avvincente e in un certo senso eroico dell’immane lavoro che fu fatto, specialmente dagli anni Venti fino agli anni Quaranta del Novecento.

Inizio dei lavori di rimboschimento del Monte Subasio
Qualcuno potrà osservare: ma cosa ha di tanto speciale raccontare la storia di un lavoro di cui di simili ne son stati eseguiti tanti in altri luoghi d’Italia. Ma il Subasio, il Sacro Subasio, ha una lunga storia legata al Sacro con Francesco “il piú Santo fra gli Italiani”, come un tempo fu definito, ed era sacro ancor prima. Va anche tenuto presente che all’inizio del Novecento il Monte era ridotto ormai ad un’arida pietraia e oggi, nel costatarne la lussureggiante vegetazione, si può solo avere una vaga idea dell’enorme lavoro per trasformarlo in quel che ora vediamo.

Immagine attuale dello stesso fianco del Monte
Il Monte Subasio, 1290 metri, è un’altura che sovrasta Assisi e ne definisce il paesaggio, è un rilievo scostato dalla catena appenninica, rocce calcaree, marne ed arenarie che un tempo erano ricoperte dal mare, rocce ricche di ammoniti nella pietra rosso-rosata che per secoli è stata cavata per edificare l’Assisi prima romana poi medievale e su fino ai giorni nostri.
Nei secoli passati, da testimonianze scritte di autori ma anche da ciò che è stato dipinto da artisti famosi dal 1200 in avanti, ci è chiaro che il Monte era ricoperto da selve popolate da una ricca fauna. Senza entrare in dettagli, vi era la presenza di fitti boschi di querce, lecci, carpini, l’acero e il sorbo, e spazi, che aumentavano sempre piú, di terreno coltivato ad orzo, farro e pascoli per le greggi che nel tempo, disboscando, diventavano sempre piú estesi, a scapito della foresta che man mano regrediva.
Le fonti d’acqua in quota sono rare, le si trova per lo piú ai piedi del Monte, data la conformazione carsica del terreno che convoglia le acque verso il basso, raccogliendole prima in grandi bacini sotterranei.

Solo negli anni Trenta del secolo scorso, durante l’opera di rimboschimento, si diede mano a costruire fonti che potessero servire a chi lassú transitava o lavorava, opera encomiabile, che a tutt’oggi è quasi completamente trascurata e lasciata all’abbandono, o regimentata per gli acquedotti, col risultato che attualmente fonti in quota non ne esistono quasi piú.
Si tenga presente che il Monte Subasio è attraversato dalla Via di Francesco, che dal Nord scende fino a Roma e che ogni anno attira migliaia di escursionisti e pellegrini.
Torniamo al rimboschimento; abbiamo accennato ai pascoli, fu infatti la transumanza delle greggi che connotò per secoli il paesaggio e la funzione del Subasio, come del resto di altre alture circostanti, il Monte Tezio verso Perugia, il Penna e il Cucco tra Gualdo Tadino e le Marche, il Pennino sopra Nocera Umbra, solo per citarne alcuni.
Vi fu pure la presenza di castellieri, sistemi di difesa in cui, attraverso uno scasso nel terreno e l’erezione di palizzate in legno o piú raramente di mura in pietra, venivano recintate aree d’altura dove greggi e capanne trovavano riparo presso i luoghi di pascolo. Vi sorgevano all’interno piccoli agglomerati dove vi si risiedeva stagionalmente, di rado in pieno inverno, quando allora, si parla di tempi che risalgono all’VIII-VII secolo a.C. fino al III-II a.C., gli inverni erano piú rigidi e nevosi di ora.
Va poi detto che il transito non solo degli armenti ma pure di mercanti, eserciti e pellegrini, specialmente dopo che San Francesco con la sua crescente fama cominciava ad attirare, si svolgeva sulle alture, dato che in pianura nella Valle Umbra, il tratto che da Perugia arriva a Spoleto, il terreno era paludoso, acquitrinoso ed insalubre, era il Lacus Umber dei Romani, che solo in secoli successivi verrà bonificato fino a sparire.
Dopo questo lungo ma necessario preambolo, descriveremo ciò che fu l’opera di rimboschimento del Monte Subasio, il Sacro Monte, sacro già dai tempi prima del Cristianesimo e prima ancora dell’arrivo dei Romani che fecero di Assisi una città popolata di templi. Quelle che seguiranno sono note dell’essenziale, non si vuol qui entrare in dettagli troppo tecnici sulla materia. Si è detto dell’uso pastorale del Subasio già almeno dal V secolo a.C. e della convivenza sul territorio di pascolo, boschi e coltivi, col passare dei secoli, già dopo il mille, la crescita demografica e urbana porta ad una sempre maggior necessità di legname e pietra, e il Monte ne diventa la cava. In quel periodo il Subasio è costellato di manieri, torri, rocche e monasteri, il bisogno di legname per costruire e come combustibile si fa sempre piú forte.
Tralasciamo la storia dei secoli successivi, la dominazione dello Stato della Chiesa, con il fabbisogno di legname per costruire case, chiese, naviglio, e arriviamo cosí ai primi del 1900, quando il Regno d’Italia ed i Savoia erano ormai realtà consolidata e la legna diventava sempre piú necessaria, basti pensare alle ferrovie. I boschi venivano man mano sempre piú spogliati, per farne pascolo e legna per uso industriale e domestico.
Già allora era evidente, anche solo allo sguardo, che il Subasio era una enorme distesa di rocce e pietraie desolate, troppo tardi si comprese l’errore di aver per secoli solo disboscato senza curare di piantare altri alberi e senza curare una rotazione nel taglio del bosco, e il poco che era stato fatto al proposito non era certo sufficiente.
Osservando le immagini dei primi del ’900 e le foto aeree del tempo, si rimane stupiti per l’incredibile degrado che aveva ridotto il Subasio ad un deserto di pietre, squallido e abbacinante: il Monte aveva in pratica cessato di dare vita.

Unica porzione di foresta rimasta era la lecceta intorno all’Eremo delle Carceri, difesa dai frati francescani che lí risiedevano già dai tempi di Francesco. E proprio da lí inizierà la storia del rimboschimento.
Siamo negli anni della Prima Guerra Mondiale. Presso l’Eremo delle Carceri vengono allestite, tra il 1916 e il 1917, delle baracche in pietra per alloggiare una ventina di prigionieri austroungarici, provenienti dalla Bosnia Erzegovina, Cecoslovacchia e Ungheria, con l’intenzione di impiegarli in opere di rimboschimento nelle aree adiacenti il Santuario.
Hanno pratica di lavori agricoli e dei boschi e qualche risultato lo si comincia già da subito a vedere; vengono costruiti muretti in pietra che regolano il flusso delle acque piovane, create gradonature dove vengono piantati alberi, per lo piú conifere, aceri e roverelle, anche faggi; insomma qualcosa cominciava a muoversi.
Terminata la guerra, alcuni di loro, pochi, tornano alle loro case, i piú rimangono ad abitare in Assisi e nei dintorni, mettendo su famiglia e trovando un lavoro.
Li si è voluti ricordare con una targa in pietra, apposta anni fa fuori dall’Eremo con i loro nomi.
Arriviamo al 1926, quando tutto il patrimonio della proprietà collettiva del Monte Subasio passa all’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali.
È l’anno del VII Centenario Francescano e in certi ambienti si formulò la proposta di realizzare un monumento a San Francesco sulla cima del Subasio.
Tale idea suscitò l’opposizione di molte personalità della cultura e della società del tempo, tra le quali Gabriele d’Annunzio: un monte ridotto ad una pietraia cinerea, cosí si sosteneva, non poteva accogliere degnamente il monumento al Santo: il vero monumento sarebbe stato il ripristino forestale del rilievo.

Arnaldo Fortini
Fondamentale fu l’azione di intermediazione di Arnaldo Fortini, uomo di cultura e poi Sindaco e piú tardi Podestà di Assisi, che come Presidente del Comitato del Centenario Francescano riuscí ad ottenere dal Governo che il Monte Subasio, il Monte di Assisi e Francesco, fosse fatto rinascere con l’opera di rimboschimento.
In un documento di allora cosí si legge: «Il Governo intende che la grande opera del rimboschimento dei monti d’Italia abbia inizio dal Subasio, la montagna della tradizione francescana, e i Militi Forestali, compiendo il rito del giuramento, riporteranno dal Subasio il sentimento informatore della rinascita del bosco in Italia».
Nel 1927 l’inizio dell’opera era stato soprattutto formale, l’avvio concreto avvenne l’anno seguente, quando l’esecuzione dei lavori fu assegnata alla Milizia Nazionale Forestale che impresse ai lavori un dinamico impulso, perfezionando metodi e tecniche. Personale e materiali furono provvisti con sensibile ampiezza, basti considerare che per oltre dieci anni vi furono impiegate trecento unità lavorative al giorno, che affrontarono l’opera a ritmo sostenuto.
Era il periodo della grande recessione ed i cantieri forestali si rivelarono una preziosa fonte di occupazione e di salario sicuro, in quei tempi di crisi.
Va pur detto che prima dell’inizio dei lavori vi furono diversi sopraluoghi di tecnici e agronomi, molti erano gli scettici che la cosa sortisse a qualche risultato, ma i lavori andarono avanti e molto fu l’impegno di chi vi credeva.
Si diede quindi mano ad una gigantesca opera di gradonatura, l’unico sistema che su quel tipo di suolo potesse permettere di piantare alberi con un certo risultato. Chilometri di gradoni, intercalati da piazzole, degradanti dall’alto verso il basso; furono usate per lo piú conifere, specialmente le piú rustiche, le piú facili ad attecchire e veloci nello sviluppo, il pino nero, pino d’Aleppo, pino domestico, cipresso mediterraneo e della California, il cedro deodara e atlantico, tra gli abeti l’abete di Douglas, l’abete del Caucaso, l’abete di Numidia.
Si nota nell’elenco che alcune specie sono provenienti da luoghi fuori dell’area mediterranea, li si ritenne però adatti al suolo e all’ambiente del Subasio e cos’ ora, a distanza di quasi un secolo, si può dire che si sono naturalizzati.
Nelle aree piú in basso tornava la quercia, la roverella, il leccio, il carpino, l’orniello e l’olmo. Il faggio fece la sua comparsa solo piú avanti e attualmente occupa un posto importante.
Di certo lo sforzo iniziale fu enorme ed impiegò somme assai notevoli per quei tempi, oltre ad una organizzazione non indifferente. Basti pensare che negli anni che vanno dal 1928 al 1938 si impiegarono tre milioni e ottocentomila piantine, nonché 1.500 quintali di seme.
Tutti i materiali dovettero essere trasportati in pendio a dorso di mulo, mentre gli operai giungevano a piedi dalle campagne e paesi sottostanti. Furono creati anche tracciati che dal basso salivano verso la sommità, tracciati che ancor oggi, in parte, sono i sentieri presi in gestione dal CAI.
Solo piú avanti si iniziò ad usare mezzi a motore, autocarri, rimorchi, che man mano sostituirono gli animali da soma e resero meno faticoso il lavoro delle squadre d’operai. Non mancarono difficoltà e molti gli scettici sul buon fine dell’opera, ma tutto si riuscí a superare.
Si era ormai vicini al secondo conflitto mondiale e i lavori subirono un rallentamento, ma già alla vigilia di questo si vedevano i primi risultati del lavoro fatto.
Giungono cosí gli anni ‘50, già ampie zone del Monte appaiono ormai rivestite e sempre piú piante autoctone iniziavano a far la loro ricomparsa: il ginepro, sorbo, nocciolo e sambuco, il ligustro, l’agrifoglio, il biancospino e la rosa canina, solo per citarne alcuni, vi fu sperimentato anche il castagno e il noce ma con risultati deludenti.
Molte ora sono le specie vegetali presenti, in uno studio da me portato avanti per anni ho censito oltre seicento specie, ma molte di piú sicuramente ve ne sono, tra cui alcune molto rare, come l’asfodelo giallo, l’iris montana e molte varietà di orchidee. Numerosa è pure lassú la presenza di piante officinali.
Va fatto accenno alla sperimentazione, da parte dell’Università di Agraria di Perugia negli anni ‘50 e ‘60, di terrazzamenti coltivati a lavanda e altre officinali nell’area di Vallonica, cosa che però non ebbe sviluppi nel tempo.
Anche la fauna, nel corso degli anni, ha ripreso a popolare le selve: i caprioli, le lepri, la volpe, la ricomparsa del lupo, il ritorno dell’aquila, se pur non nidificante sul posto, il falco pellegrino e tante altre specie di uccelli, rettili e mammiferi.
Arriviamo cosí ai giorni nostri. Con la legge regionale del marzo 1995 nasce il Parco Regionale del Subasio che copre una superficie di circa 7.196 ettari, in pratica buona parte del Monte e aree circostanti che, oltre ad Assisi, interessano i comuni limitrofi: Spello, Valtopina e Nocera Umbra.

Nel suo Regolamento, ben poco attuato finora, molte cose vengono vietate, in primis la caccia; si attuano poi norme di salvaguardia e controllo delle aree boschive e di pascolo, poi vi fu il passaggio dalla gestione del Demanio di Stato coi suoi organi controllo, ad esempio il Corpo Forestale, alle nascenti Comunità Montane.
Molto vi sarebbe da dire di quello che sul Monte non va, ma non è qui la sede; si auspica che le Autorità a cui è demandata la cura e il controllo di esso abbiano ad agire non per scelte dettate da tornaconto politico e personale né per fini e scopi per aumentarne il flusso turistico, ma per una missione, la passione verso ciò che i Padri hanno lasciato in eredità con il loro lavoro.
Il Monte non ha bisogno di piú gente che lo frequenti, ma di persone che frequentandolo siano motivate da amore, interesse e dal desiderio di conoscere: sarà il maggior ringraziamento a chi ha profuso lavoro ed energie in quasi un secolo di questa avventura, la rinascita del Monte Subasio, il Sacro Monte.
Un invito a chi legge a visitarlo, conoscerlo e frequentarlo, tanti sono gli aspetti naturalistici, ambientali, storici e religiosi che ha da offrire, e mi si perdonino le note personali introdotte nello scritto, che vengono solo dall’amore e dalla passione che nasce e cresce con la conoscenza.
Davide Testa
