
Alcuni anni fa una mia amica “artista” abbastanza affermata, nel corso dell’allestimento di una mostra in una Galleria, raccontò a me e ad altri di aver partecipato su invito ad una importante esposizione collettiva, che l’aveva entusiasmata, curata da un noto critico. Ce ne parlò infatti con grande trasporto, dicendo che l’idea era geniale: si trattava di portare nella sede espositiva una delle migliori opere mai realizzate. Fin qui nulla di strano. Però la particolarità dell’esposizione consisteva nel fatto che tutte queste opere sarebbero rimaste chiuse in scatoloni di legno, che non sarebbero mai stati aperti nel corso della mostra. Il pubblico, cioè, avrebbe contemplato questa serie di contenitori tutti uguali, sapendo però che all’interno di ognuno di essi vi era celata la meravigliosa opera di ciascun artista. La genialità era dunque proprio questa: i visitatori immaginavano che lí dentro ci fosse un capolavoro, ma non potevano vederlo poiché era chiuso nello scatolone.
Io restai un poco allibito e dissi che un “artista” invitato avrebbe potuto anche non portare nulla, lasciando lo scatolone vuoto: la risposta inorridita della mia amica fu che questo non era accaduto, che tutti avevano consegnato all’organizzatore una splendida opera della propria collezione d’autore, pur sapendo che non sarebbe mai stata vista in quell’occasione!
Immaginiamo quindi di andare in un museo, di pagare il biglietto e di vedere una serie di contenitori di legno dove dentro ci sono dipinti o sculture di Leonardo, Raffaello, Michelangelo… Che emozionante esperienza spirituale, che arricchimento culturale, che gioia per la nostra anima!
Mi sono ricordato di questo episodio leggendo “Un libro del futuro”, uno dei racconti che Massimo Scaligero scrisse nel 1963 per una rivista italiana, oggi contenuto nella raccolta postuma curata da Enzo Erra Il sorriso degli dèi (Tilopa ed. 1987). L’autore di questo libro del futuro si reca in una stamperia e chiede al tipografo-editore di realizzargli un volume privo del nome dell’autore, privo del titolo, privo di pagine di testo e di copertina… E per pagare questo costosissimo libro “metafisico” l’autore consegna all’editore un non-assegno, un assegno inesistente.
Anche in un altro articolo, che si trova sempre nel volume curato da Erra ed è intitolato “L’ozio integrale culminazione logica dell’astrattismo”, Massimo alludeva al fatto che il logico vertice di certa presunta “arte” dei nostri giorni doveva essere la non-creazione dell’opera, o la realizzazione di un’opera inesistente. Come in effetti è poi avvenuto.
Cosí come io faccio molta fatica a comprendere come persone colte ed intelligenti possano credere che gli infiniti oggetti del creato (i pianeti, i cavalli, le montagne, i cani, gli esseri umani…) si siano fatti da soli per puro caso, pur essendo elementi in cui è racchiusa una enorme saggezza, negando quindi l’esistenza di intelligenze creatrici superiori alla nostra, cosí non capisco come ci si possa entusiasmare di fronte a non-opere d’arte.
La tragicità della nostra epoca è evidenziata anche dal fatto che il grande sviluppo tecnologico, piú che scientifico, porta molte persone a ritenere la nostra civiltà come particolarmente evoluta, mentre è proprio la deriva di ciò che viene considerato arte che ci testimonia quanto siamo sprofondati nella materia non riuscendo piú ad entrare in contatto con basilari valori spirituali che pure in passato almeno si affacciavano all’orizzonte. Dovrebbe essere talmente evidente che certe opere non appartengono al regno dell’arte, vista la loro palese ed estrema “stupidità” (non trovo altro termine), eppure esistono schiere di fruitori di mostre che si estasiano di fronte a queste manifestazioni.

So di essere monotono, ma se andate a visitare l’attuale Biennale di Venezia potreste imbattervi in file di persone in attesa di contemplare le opere piú ammirate, quelle del padiglione austriaco intitolato Seaworld Venice. All’esterno c’è appesa una grande campana con una corda usata da una ragazza nuda che si arrampica per dondolarsi a testa in giú all’interno della campana stessa, imitando un batacchio.
All’interno invece troviamo altre performer che siedono soavi in box trasparenti contenenti urina, filtrata in qualche modo, proveniente da generosi visitatori che donano il meglio di sé “liberandosi” in bagni attigui, compiendo cosí essi stessi una pregevole quanto sofisticata performance artistica, detta minzione.
In realtà credo che le file chilometriche per vedere quest’opera non siano tanto determinate dalla sua “artisticità”, quanto dalla curiosità morbosa dei visitatori che si accostano ai nudi femminili, collocati in situazioni tanto sgradevoli, cosí come un bambino viene attratto dalle giostre di un luna park.
Molti credono che la storia dell’arte, cosí come la storia dell’umanità, prosegua per una linea ascendente, per cui ciò che viene dopo costituisce sempre un’evoluzione positiva di quanto esisteva in passato. Dunque Piero della Francesca è piú di Giotto, Leonardo è piú di Piero, Caravaggio è piú di Leonardo e cosí via, fino a giungere ai nostri giorni, in cui Pollock o Picasso vengono considerati dei giganti. Come se avessero superato i limiti dei precedenti. Invece purtroppo anche la storia dell’arte vede cadute e risalite, evoluzione e involuzione: non è detto che un autore oggi universalmente riconosciuto come un Maestro lo sia davvero, anzi.
Per risollevare l’animo non resta pertanto come sempre che meditare su alcune apparentemente semplici parole di Rudolf Steiner in La missione universale dell’arte (ed. Antroposofica, O.O. N° 276): «Non si può essere spirituali solo nelle parole, ma anche nelle forme, nei colori, nei suoni e cosí via. Soltanto cosí viene sperimentato il vero elemento artistico, perché l’arte è sempre l’apparire del mondo soprasensibile nel nostro sensibile. Possiamo rendercene conto in tutte le arti, quando esse si presentano nella forma in cui sono genuinamente scaturite dalla natura umana».
Attendendo il nostro risveglio, che prima o poi avverrà. Almeno spero.
Carmelo Nino Trovato
