Una chiave universale per ogni problema

Considerazioni

Una chiave universale per ogni problema

 

«Perché, perché, perché, uno piú due fa sempre tre?»

 

Perché

 

Cominciava cosí la vecchia filastrocca im­parata da bambino che ogni tanto mi ritorna in mente ancor oggi simile ad una cantilena… Finora non avevo mai pensato di dare una risposta al­l’implicito interrogativo; ero convinto che cantuzzarla tra me e me servisse da passatempo e che tutto finiva lí.

 

Invece la mia filastrocca conteneva una domanda, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno del punto interrogativo, no ? Dopo quindici lustri l’ho capito, e adesso mi sembra giusto cercare un pensiero che ponga fine alla questione. Meglio tardi che mai.

 

L’uomo è immerso, letteralmente immerso, in un mare di problemi; parlo ovviamente di problemi non risolti, quelli risolti non interessano piú, anche se prima di archiviarli definitivamente nel dimenticatoio sarebbe bene osservare come e in quale modo li abbiamo risolti. Questo è infatti il tema conduttore della presente piccola ma spassionata disamina.

 

A loro volta, infatti, i problemi non risolti costituiscono un ulteriore problema. Tra essi, come se non bastasse, c’è anche il fatto dei problemi risolti parzialmente o malamente aggiustati con qualche cerotto o un adesivo d’emergenza; problemi che tuttavia crediamo superati e quindi non piú in essere, non piú operativi. Il che sta a significare che prima o dopo si ripresenteranno modificati in altra veste, e allora sarà difficile capire da dove sono saltati fuori, come si sono formati, avendo noi, nel frattempo, dimenticato d’averli aggiustati in via puramente provvisoria e dati per risolti.

 

Il mondo, o la dimensione dei problemi in cui ciascuno è avvolto e coinvolto al 100%, può essere denominato in vari modi: “interiorità umana”, o “ambito psicofisico”, o “dimensione animica”, o anche con altre diciture, ma in sostanza tutte riconducibili ad un unico trinomio: “pensare-sentire-volere”; corrispondente a intelletto, anima e corporeità, oppure, in via semplificata. anche se piú superficiale, a testa, cuore e membra.

 

Sono facoltà che si adoperano ininterrottamente, senza sosta, e che sono diventate abitudinali; per cui è logico che non ci si occupi molto della loro composizione; mentre invece è proprio il composto (la qualità del composto) tra pensare, sentire e volere ad essere l’artefice della maggior parte degli equivoci, delle tensioni, dei dubbi, nonché di tutti quei conseguenti effetti, che sorgono e si sviluppano nei rapporti tra gli esseri umani, con una velocità e una capacità di proliferazione tale che nessuno la può seguire. Se potesse farlo perderebbe il filo d’ogni ragionamento; a meno che non si tratti di un filosofo in grado di avere il pieno controllo sul proprio pensare e relativi pensati; ma qui saremmo già al di fuori delle possibilità di ordinaria dotazione.

 

Incontro un tale che conosco e lo saluto: «Buongiorno. Come sta?». In questo caso le mie tre facoltà sono in equilibrio, il mio pensiero è tranquillamente sostenuto dal pensare e il sentire, lo incornicia con cordiale neutralità. La mia volontà non sembra nemmeno chiamata in causa, è come una porta aperta, mi permette di vivere il momento senza alcuna apprensione: lo fa in modo lieve, quasi impercettibile.

 

È la condizione che tutti preferiamo e che cerchiamo di riafferrare ogni volta che ci sfugge. Il fascino discreto del formalismo, non piú optional, si è popolarizzato a placebo.

 

L'incontro

 

Supponiamo però che quel tale mi debba dei soldi, e che da tempo mi schivi per evitare la restituzione; il mio saluto sarà diverso: «Ohi-là-là! Guarda chi si vede! E allora, che mi racconti oggi?». Un saluto è un saluto, in apparenza uno vale quanto l’altro; anzi, quest’ultimo sembra ad­dirittura piú vispo e arzillo del primo; ma non è cosí. Perché? Perché dentro c’è una tensione, un fastidio, una punta d’irritazione. Il tono, anche se non aspro, è sferzante; segno che mi sono posto subito in una situazione di superiorità, visto che io sono in credito e lui è l’evasore. La mia voce, l’espressione del volto glielo fanno capire. Indipendentemente se lui poi se ne accorga o meno. Senza dubbio, avvertirà qualcosa tra le parole proferite e la tonalità che le riveste; poi, se la sua coscienza sarà sufficientemente desta, proverà un certo imbarazzo. Ma non è garantito.

 

Nel terzo caso, sempre per costruire degli esempi concreti, il tizio che incontro era stato ammalato per lungo tempo; ora però in è in via di guarigione. «Oh, buondí! Che piacere rivederla… So che non stava bene, ma adesso mi pare che tutto si sia risolto…».

 

Qui il pensare è meno intenso del sentire; pure il volere viene modulato su un moto che tende a dimostrare empatia e vicinanza in blanda complicità. Le tre forze non sono in equilibrio, ma nel loro assieme si librano in un volo di benevolenza; svelano un apporto cortese e sincero per l’altro e per la sua vicenda. Di norma, questo fa reagire positivamente l’ascoltatore.

 

Lo dico perché, mentre il proprio imbarazzo è cosa da celare e di non dare a vedere, l’interessamento cordiale, libero da curiosismi ficcanaso, è sempre limpido e ben accolto.

 

Con ciò, cerco di dimostrare come, attraverso infinite combinazioni di equilibri/squilibri del mix tra pensare, sentire e volere, noi parliamo, confezioniamo discorsi, esterniamo riflessioni, in modo precario e dilettantesco: per usare un unico aggettivo, possiamo dire “incontrollato”. Crediamo di affermare i pensieri, le frasi, le opinioni in maniera “normale”, trasparente, senza secondi fini, senza accenti personalistici; li riteniamo asettici, privi di retroscena; invece infiliamo in ogni parola ed espressione verbale un trapelamento (a volte lieve, a volte pesante) di quanto d’indigerito ci è rimasto sullo stomaco e che ci portiamo dentro: poi rimaniamo di stucco di fronte a certe reazioni dell’ascoltatore.

 

Nel caso, accampiamo difese tipo: «E io che gli ho detto di male? Gli ho detto solo la verità…».

 

Sí, certo, ma, pensaci su un momentino: in quale modo gliel’hai detta?

 

La verità non offende: il come la dici però può essere impostato e pregno di malcelata ruvidità, che riesce addirittura ad inficiare quella verità che dopo si sventola come vessillo di un’imparzialità incontestata e incontestabile, a tutela della nostra posizione.

 

Questo però è del tutto falso! Non è mai la “verità incontestata e incontestabile” a scatenare lo scontro; è quel che le sta dietro e che la spinge avanti come vento di tempesta.

 

Non ci rendiamo conto che nelle relazioni umane, governate dai suoni del linguaggio, chi comanda non è la voce parlante, ma l’orecchio che ascolta.

 

E allora? Allora abbiamo bisogno di certezza; abbiamo bisogno di essere sicuri di dire quello che si pensa, e di dirlo bene, con precisione e senza nascondini, in modo che il nostro interlocutore possa capire con esattezza quanto volevamo comunicare. Né piú né meno.

 

Nelle scienze esatte, in particolare nella geometria e nella matematica, abbiamo trovato il “paradiso” per la nostra atavica mancanza di sicurezza. Non a caso, si dice che la matematica non è un’opinione; tuttavia nessuno, quando deve regolarsi col proprio pensare, sentire e volere, si aspetta che le opinioni venutegli alla mente siano esatte quanto lo è il gioco dei numeri nelle operazioni matematiche.

 

Questo perché i numeri e lo operazioni relative valgono in un àmbito già predisposto dalle menti umane; come dicono gli anglosassoni: “Mio il campo, mio il gioco, mie le regole”. Ma al di fuori di questi campi delle scienze precise, per tutto il rimanente, che non è poco… non c’è partita. Non posso avvalermi della prova del nove, per sapere se domani pioverà, né posso usare il teorema di Pitagora per eliminare il fastidio di una colica renale.

 

Nella vita, ogni problema ammette “n” soluzioni, basta pensarle. Me l’ha garantito un professore di fisica molti anni or sono, ed io non sono mai riuscito a demolire l’assioma. Nella matematica, invece ogni problema ha già una soluzione: una sola. E se quella non viene fuori, sai di aver sbagliato e devi ricominciare tutto da capo. Le scienze esatte non sono simpatiche, sono un po’ pretenziose perché oltre al problema sanno di contenere già la soluzione, ma sono utili per questo: ti avvertono subito quando sei nel torto.

 

La soluzione esatta (nei calcoli numerici) e la verità assoluta (nell’analisi delle vicende umane) non collimano mai; la prima si inceppa nell’operazione irrisolta, la seconda non si arresta mai e ti spinge avanti con la sensazione di dover trovare qualcosa di definitivo; qualcosa che non si risolva soltanto a livello mentale, ma che coinvolga tutto il sentire e il volere di cui siamo capaci davanti alle esigenti richieste del reale.

 

Il Fine Dicitore

 

Ognuno è consapevole che tra pensiero e parola ci possono essere divergenze abissali, mascherate e coperte da dialettica, astuzia e abilità, tipiche di tutti i parolai di questo mondo. Anzi, qualcuno è riuscito a farne una vera e propria arte, da venir considerato un “fine dicitore” ed ha ottenuto applausi e onori da quei tanti che, per svariati motivi, non sanno, o non vogliono dire quello che pensano e si sono perciò adattati a non pensare quello che dicono.

 

Tra pensare sentire e volere, il pensare è, senza ombra di dubbio, detentore assoluto della funzione essenziale: solo mediante il pensare, siamo in grado di conoscere e verificare i nostri sentimenti e le decisioni della nostra volontà; mentre il sentire e il volere possono appropriarsi temporaneamente del pensare e indurlo ad attuare ciò che essi sentono e/o vogliono, il pensare non ha in sé proponimenti invasivi degli altri campi, né si glorifica del primato di terna; è un’energia che scorre all’infinito e come tutte le energie libere e pure si concede, si lascia adoperare dalle forze dell’anima e del corpo, ogni volta che queste raggiungono l’intensità critica per le proprie mete.

 

Proprio per tale motivo, si può intuire che la forza del pensare è un’energia indipendente ed autonoma: un’energia vitale fondata su se stessa, dalla quale non si prescinde; il volere, come il sentire, sorgono in via subordinata, dall’impatto di questa forza superumana, che si offre, e si fa umana, per vivificare gli slanci del cuore e i possibili i moti della fisicità, compresi quelli irriflessi, nonché l’intera gestualità degli arti.

 

Solo risalendo il processo formale della forza pensante, grazie agli esercizi della concentrazione e della meditazione, possiamo giungere a percepire l’essenza, la fonte soprannaturale da cui il pensare fluisce: risalendo invece un sentimento o analizzando una volizione (e possiamo farlo – mi ripeto – solo in quanto pensanti) troviamo il centro della dimensione umana, tocchiamo con mano la nostra interiorità piú profonda e intima, ma non andiamo piú in là.

 

Chi studia la natura, chi studia l’umano, può certamente ritrovarvi una traccia del Divino, un segno dell’Origine, ma ci riesce perché ha saputo formulare dei pensieri che lo hanno indirizzato oltre se stesso, oltre la propria natura; e questi pensieri, questi contenuti meditativi gli hanno svelato ciò che nessuna scienza della ragione può svelare. L’osservazione anche la piú acuta e precisa di quel che è già fatto non porta automaticamente a intuire la forza della creatività che lo ha reso possibile in quanto percezione esistente fuori di noi e in quanto immagine mentale prima e poi rappresentazione, dentro di noi.

 

Il pensiero quindi, grazie ad una continua perseverante esercitazione di se stesso su se stesso, seguendo con fiducia e fedeltà quanto indicato da Rudolf Steiner in tutta la Sua opera, può valicare i limiti (ordinariamente supposti, ma invalicabili fintanto che supposti) dell’intelligenza, della cultura e della preparazione umane, coltivate e acquisite nell’esperienza del mondo fisico-sensibile esteriore (ampiamente sviluppata) e in quella animico-spirituale interiore (ancora da completare).

 

Molti ritengono che l’immateriale non sia in grado di produrre effetti sulla materia; ci sarebbero qui mille modi per dimostrare il contrario, ma mi voglio limitare ad un’unica constatazione: un fatto, una percezione o una situazione reale provocano in noi il pianto o il riso, o la paura o la rabbia, secondo le tante disposizioni individuali alla reazione.

 

Se non fosse cosí, come spiegarci che una determinata circostanza, un suono, un odore o pure la semplice rievocazione di un ricordo, possano far reagire, anche con una certa virulenza, la nostra corporeità, facendola sussultare, tremare, impallidire e turbare sino ad emettere lacrime, sudori, salivazione, o creare sbalzi della pressione arteriosa e procurare svenimenti?

 

Il mondo dello Spirito

 

Basterebbe questo per capire che l’immaterialità, o per dirla meglio, il mondo metafisico, ha un campo d’azione privilegiato e assoluto sull’intera struttura psicofisica dell’uomo, al punto che (ce lo dicono i Maestri dello Spirito; non siamo obbligati a cre­derci, ma prima di negare l’affermazione, sa­rebbe bene svolgere op­portune verifiche) questa struttura psicofisica non ci sarebbe, non si sarebbe formata, se pri­ma ancora dello spazio e del tempo non avessero agito e cooperato le forze invisibili e impercepibili del Mondo dello Spirito.

 

Detto questo, sembrerebbe che il potere del pensare, cosí immenso, infinito e servizievole, domini incontrastato l’umano e, nel tempo, lo evolva al meglio; no, non è affatto cosí. Nell’universo di fronte ad ogni azione c’è una reazione, altrettanto opposta e valente; e l’essere umano, di fronte alla forza-pensiero che gli fluisce da un mondo superiore, dal quale la sua anima è scesa per incarnarsi, trova nella dimensione terrena tutta la potenza contraria a quella da cui nasce il pensare. Questa dovrà tuttavia rivestire per esistere come creatura terrestre.

 

Inferno e Paradiso

 

La natura umana, l’interio­rità dell’uomo, appartiene quin­di a due mondi: due mondi che in un certo senso si intrecciano dentro e fuori di lui, lasciandolo libero di sentirsi appartenente ora a l’uno ora all’altro, a seconda di come si è formata e disposta la sua struttura psico-fisica, e ovviamente sulla base delle esperienze svolte nella terrestrità. In poche parole, tra Paradiso e Inferno, egli viene a tro­varsi in un particolare Purgatorio, molto mobile, animato, in via di continua trasformazione, nel quale, ove sia egli capace di recuperare la memoria spirituale scolpita nella sua anima, e costantemente manipolata dalle evenienze e dalle vicissitudini imperversanti nell’emisfero sensoriale, potrà alfine ri-conoscere quale atto della sua volontà e quindi come indiscutibile sua decisione, il voler vivere tutte le esistenze fisiche necessarie a trasmutare l’Inferno in un nuovo Paradiso. Il che è, di fatto, la sua missione.

 

Se ciò non dovesse accadere nel modo auspicabile, succederà il contrario: il suo compito terrestre, e con esso il valore del suo essere esistito, verrà vanificato.

 

Ogni dinamica necessita di contrapposizione: si deve però distinguere: la contrapposizione compresa e vissuta in senso positivo, può divenire confronto e collaborazione, alimento e sostegno del perfezionamento dell’uomo; inconosciuta, gestita male e mal sopportata, è conflitto perenne, in cui si profila la possibilità di una perdita irrimediabile.

 

Chi si trova nel bel mezzo di questa dinamica e non ha il minimo sentore del motivo, ovviamente finisce per interpretare il tutto come scontro titanico tra il Bene e il Male. Non è un errore, ma è una visione che deve venire integrata. Prima di tutto, ci troviamo nel mezzo di questo “scontro” perché noi abbiamo voluto e deciso di farlo: siamo venuti sulla terra per affermare e difendere il Regno di Dio. Se manca il supporto di tale ricordo animico, tutto il resto rimane nel mistero e diventa il peso della tragedia umana.

 

In secondo luogo, non esistono il bene e il male cosí come ingenuamente ce li figuriamo (e ci hanno insegnato accuratamente a figurarceli). Esistono altresí forze spirituali e forze anti-spirituali alla ricerca di un equilibrio stabile, proprio come, in meteorologia, le aree cicloniche e anticicloniche si alternano creando ora tempo buono ora tempo perturbato. Tentare di dare a tutto ciò una concezione “moralistica” è assurdo in quanto, per farlo degnamente, bisognerebbe prima conseguire un intendimento cosciente della moralità universale; cosa ancora non presente nel nostro attuale stadio evolutivo.

 

Quindi prima di dare un’interpretazione e considerarla verace e definitiva, dobbiamo verificare che i nostri organi percettivo-sensoriali fisici e psichici siano integri, sani e crescano in modo corretto.

 

Altrimenti al posto di veraci e obiettive rivelazioni, avremmo un’accozzaglia di rappresentazioni soggettive, incomplete, abusive e fuorvianti quanto lo furono in passato le spiegazioni pseudoscientifiche sul movimento del Sole e dei pianeti o sulla circolazione del sangue nell’organismo fisico. E probabilmente, scopriremo in futuro, quanto le teorie che oggi sono parte del sapere codificato siano esse stesse completamente errate, ma necessarie per questo periodo storico evolutivo dell’uomo. Cosí ci hanno insegnato i nostri Maestri.

 

L’antico sistema tolemaico geocentrico. Massimo Scaligero lo considerava “meno errato” dell’attuale sistema copernicano. Tutto sarà compreso diversamente nella futura civiltà.

L’antico sistema tolemaico geocentrico. Massimo Scaligero lo considerava “meno errato” dell’attuale sistema copernicano. Tutto sarà compreso diversamente nella futura civiltà.

 

Il nocciolo della questione, e qui richiamo il senso del titolo di questo articolo, sta nel distacco tra idea/concetto – pensiero – e parola. Quando tra questi tre elementi si formano degli abissi che separano la luce spirituale dal pensiero e il pensiero stesso si affaccia alla nostra anima privo della sua originaria purezza, ogni parola che proferiremo, ogni rappresentazione che costruiremo, ogni azione che intraprenderemo, non saranno mai sulla linea di un giusto, armonioso sviluppo.

 

Macchiate di soggettivismo egoico, personalizzato e frammentato, contenute in un’anima ammalata e afflitta in quanto capace di coltivare soltanto le menzogne epocali, illusorie e delusorie, le nostre lacune, le nostre omissioni, le nostre trasgressioni, continueranno a demolire la possibilità di concludere volontariamente la missione umana sulla terra.

 

Per cui, prima di sventolare soluzioni apocrife, prima di consumarsi in ricerche frenetiche, prima di invocare la pace universale o la fratellanza di tutti esseri umani, ritengo ribadire fermamente di andare a rivedere e controllare come stiano le cose con il nostro pensare; in quale rapporto l’abbiamo messo col volere e col sentire; e come permettiamo che si svolgano in noi quei processi che dal mentale ci conducono fino all’agire concreto. È solo da lí che può arrivare la Soluzione, quella da scrivere con la maiuscola. Tutto il resto essendo panacee e sinecure.

 

Allora uno piú due farà tre ogni volta che nell’anima la componente di pensare sentire e volere, amalgamati nelle debite proporzioni, risuonerà univoca e concorde: rendendo vero, giusto e santo il valore del risultato.

 

Fino a quel momento saremmo costretti a sottoporre la convalida delle nostre operazioni, matematiche o no, a continue prove e controprove, alla logica razionale, alle autorità competenti, al sapere dialettico, ai luminari della psicologia, o, se tali garanti risultassero insufficienti, all’Intelligenza Artificiale.

 

 

Angelo Lombroni