
La festa di San Giovanni coincideva con l’inizio della stagione balneare. Ad essere precisi, ne segnava ufficialmente l’apertura. Quel giorno, il 24 di giugno, secondo la tradizione popolare, una trave di fuoco si staccava da un punto ignoto del cosmo, scagliata da un’inconoscibile mano, e precipitava nel mare. Era come se un’astrale fecondazione avesse luogo: da quel contatto nasceva l’estate, e le acque gelide prendevano vitalità e calore.
Nel golfo entravano allora i branchi di tonni, palamite e sgombri, i pesci di corsa, che tessevano le trame di una loro indecifrabile tela di spostamenti e migrazioni da un punto all’altro della costa. A volte si fermavano, in quel frenetico nomadismo, si addensavano in grumi e palle, pullulando e ribollendo sotto il pelo dell’acqua, guizzandone fuori con balenii d’argento e peltro. Se i pescatori riuscivano a sorprenderli mentre si abbandonavano a quel sabba estatico, ne facevano strage.
Col solstizio, il mare era tutto un fermento di vita che si ridestava: di giorno i banchi di pesce azzurro, di notte invece seppie, totani e calamari, che in assenza del sole si lasciavano ipnotizzare dal bagliore violento delle lampare. Dalle profondità salivano fino alle chiglie dei gozzi e qui, ebbri, incantati da quel fraudolento lucore, dondolavano sospesi nell’acqua tersa, levitando in caduta sull’abisso che da smeraldo e zaffiro chiaro ridiventava plumbeo, sinistro, dove il getto luminoso si esauriva.
Protetto dal riquadro ombroso della “Stella Maris”, una paranza di otto metri con un palamento di ben sei remi, e una vela di rinforzo, il vecchio Cosimo raccontava tutte le meraviglie e i segreti della pesca, sia diurna che notturna, con dovizia di particolari, e laddove la narrazione languiva o rischiava di scivolare nel banale, ecco allora che rinforzava il pathos descrittivo con i resoconti di mirifici incontri in mare. Cosa non aveva mai visto il vecchio Cosimo! Trombe marine che succhiavano via dall’acqua vorticando intere flottiglie di barche con tutto l’equipaggio, ondate gigantesche che s’inarcavano sollevando le imbarcazioni di grossa stazza come fossero festuche, e poi correnti impetuose nel cui flusso bastimenti enormi venivano trascinati verso lidi lontanissimi e terre sconosciute.
Soprattutto era bravo, il vecchio marinaio, nel descrivere le apparizioni di orche, serpenti abissali a una o piú teste, balene e sirene. «Una volta, pensate – riferiva, mentre lasciava scorrere tra le dita rugose i filaccioni dei palamiti – siamo sbarcati su uno scoglio in mezzo all’oceano. Navigavo allora sopra un brigantino che andava in Oriente. Era domenica, e il cappellano di bordo volle celebrare la messa sulla terraferma. Siamo scesi tutti dell’equipaggio, quasi una cinquantina di persone, e abbiamo preparato l’altare da campo, raccogliendoci poi attorno al prete che officiava. Ad un tratto, l’isolotto ha cominciato a sussultare: il terremoto! Cosí abbiamo pensato in preda al terrore. In quelle acque tropicali le isole scompaiono rapidamente senza preavviso, cosí come sono affiorate. Di corsa siamo tornati a bordo, interrompendo la funzione. Quando eravamo già tutti in salvo, l’isola ha fatto un bel salto, sgroppando, soffiando e inabissandosi… Una balena! Ecco cos’era il nostro approdo di fortuna. Una bestia gigantesca come non ne avevamo mai vedute nel corso dei nostri itinerari per il mondo. Forse si trattava di un capodoglio, avrà misurato sessanta o piú metri, un mostro!».
«Perché non ci portate con voi a pescare, stanotte?». La perorazione era venuta in coro dal gruppetto di bambini che faceva cerchio, avido uditorio, intorno al favolatore di miti marini.
«Eh, magari – fu la risposta sconfortante del vecchio – la pesca notturna è molto faticosa. Si parte la sera presto e si torna il giorno dopo, di pomeriggio tardi, una volta issati i palamiti. Vi stancate troppo, e poi chi li sente i vostri genitori!» e inarcò le sopracciglia tra il dispiaciuto e l’inflessibile.
«Ma noi ci siamo anche purgati!» azzardò ostinato uno dei postulanti.
Tra le varie osservanze prescritte dalla liturgia pre-balneare, la piú categorica era quella della purgazione comminata a chiunque intendesse approfittare delle delizie offerte dal mare. Qualche giorno prima della discesa in acqua, il rito purificatorio: il sale inglese o l’olio di ricino, e poi non si frapponevano altre formalità e doveri. Il vecchio Cosimo rise divertito a quella candida uscita. La voglia dei piccoli di andare a pesca era veramente irresistibile.
«Va bene – assentí benevolo e rassegnato – però dovete chiederlo a Matteo. È lui il capobarca».
«Matteo, ci portate a pesca, stanotte?». Il viso cotto dal sole e dalla salsedine del figlio maggiore di Cosimo si volse a squadrare la marmaglia petulante.
«Ma se non sapete neanche nuotare!».
Un vocío risentito, eccitato, replicò a quell’affermazione. «Sappiamo nuotare tutti» venne ribattuto all’offesa del pescatore.
«Io no, non so nuotare…». Chi aveva parlato con il tono incrinato da un tremolío vergognoso era Linuccio.
«Mi dispiace – fu la spietata sentenza. – Non posso prenderti a bordo, è troppo pericoloso».
Linuccio deglutí penosamente, e i suoi occhi scuri si inumidirono.
Qualcuno del gruppetto ebbe pietà: «Potete mettergli i sugheri. E poi, ci siamo noi, lo aiuteremo».
Matteo rimase un attimo interdetto: la solidarietà della ciurma in erba si presentava compatta. Finí con l’arrendersi. «Sí, però – aggiunse a mo’ di precisazione – una volta in mare non voglio lamentele e piagnistei. E dovete lavorare, per giunta. Non è un gioco!».
Michele e Salvatore, gli altri due figli di Cosimo, si davano da fare per ultimare il carico della Stella Maris e per mettere a punto l’attrezzatura. A loro vennero affidati i neo-promossi marinai. Gli ordini fioccarono rapidi e secchi: chi fu incaricato di attingere acqua salata per ripulire paglioli e fasciame, chi di avvolgere le corde, chi di issare sul bastingaggio le coffe con gli ami già innescati.
«Tu – fece Michele rivolto a Linuccio – ungi gli scivoli con questo» e gli porse un grosso tocco di grasso vaccino. Il bambino dovette vincere il senso di ribrezzo che gli afferrò lo stomaco al contatto con la massa untuosa e viscida dal sentore nauseante.
«Però metti questo in testa – consigliò Michele – il sole scotta» e gli porse un cappellaccio di paglia. Anche dal copricapo emanava un lezzo di pesce rappreso, umori salini, pece, sudore umano. Un acre miscuglio che compendiava tutta la vita marinara.
«È delicato, quel bambino» commentò dal suo angolo d’ombra il vecchio Cosimo, ma nella sua voce non c’era commiserazione. Pure, a quel giudizio, Linuccio si drizzò nel busto, strinse i denti e cominciò a far scorrere il sego sugli scivoli.
Mancava poco a mezzogiorno, e dall’arenile vaporava una densa calura visibile in trasparenza. Sotto cumuli di sabbia donne anziane si sottoponevano alla tortura delle “stufe”, ricoperte, chi solo parzialmente, chi invece per intero salvo la testa, dal rovente ferrigno sudario.
Terminata la seduta, a turno, rosse come peperoni, congestionate, si avviavano camminando sulle punte, per evitare il bollore della rena, verso il refrigerio dell’acqua.
Qui s’immergevano sospirando di sollievo, e formavano capannelli serrati di petti, spalle e schiene, proteggendo la pudicizia con sottovesti nere. Dorsi e capigliature andavano su e giú in armonia con il moto delle onde, e i parlottío sommesso, il cicaleccio eccitato, le risa erompenti e subito soffocate, si stemperavano nel fruscío della risacca.
«Gesú, e se poi cadi in acqua, chi ti salva?».
«Ci pensano Matteo e gli altri».
«E se la barca affonda?».
«Mi metteranno i sugheri».
Le argomentazioni di Linuccio disarmarono zia Peppina, spaventata all’annuncio dell’andata per mare del nipotino. Che fare? Lo vide troppo eccitato per privarlo di quel divertimento.
«E se poi lo viene a sapere tua madre quando torna, chi la sente?».
«Basta non dirglielo» suggerí il bambino con una furbizia inedita, che stupí l’anziana donna.
Si determinò alla complicità per amore, ma non poté astenersi dal correre da Rosa, la moglie di Cosimo, sua amica d’infanzia, a raccomandarsi perché pretendesse dai figli un occhio di riguardo per il “piccirillo senza padre”, che non sapeva nuotare.
«Avete provato con la corda da una barca?» chiese la comare.
Niente da fare – rispose sconsolata zia Peppina – ha troppa paura. E poi, chi ha tempo…».
«Cosí non diventerà mai un buon marinaio!» fu la sentenza di Rosa, sottintendendo che di quel passo Linuccio non sarebbe diventato mai un uomo, essendo le due condizioni indissolubili a suo giudizio. Ma, allo sconcerto dell’altra, aggiunse: «Non vi date pensiero. È in buone mani. I miei figli sanno come comportarsi in mare. Matteo, una volta, ha tratto in salvo due suoi compagni di paranza sorreggendoli finché non sono arrivati i soccorsi».
Quelle garanzie non bastarono a zia Peppina. Tornata a casa, andò a genuflettersi davanti alla campana dell’Addolorata, che esibiva un cuore trafitto da sette spade. «Voi mi potete capire – supplicò la vecchia. – Voi di sofferenza ve ne intendete, e di pietà anche. Vi raccomando Linuccio… che almeno impari a tenersi a galla!».
E quando al tramonto la “Stella Maris” prese il largo sotto la poderosa spinta dei remi, la donna rimase a lungo sulla spiaggia, seguendo con gli occhi l’imbarcazione che guadagnava il mare aperto scomparendo poi dietro il Capo dei Frati illuminato dal sole calante.
A bordo tutto era sistemato a dovere, pronto all’uso: i filaccioni innescati insieme agli attrezzi utili alla pesca notturna con la lampara: raffi enormi, guadini e nasse, uncini e polpare che luccicavano sinistramente negli ultimi bagliori del giorno. Gli altri bambini si mostravano oltremodo eccitati e allegri, presi dalla curiosità e dalla vanità di aver meritato un cosí grande onore. Ne sarebbero andati fieri per mesi.
Linuccio era stato confinato a poppa col vecchio Cosimo, che reggeva la barra del robusto timone e che avrebbe dovuto filare in mare i palamiti quando la barca si fosse venuta a trovare sulle coordinate giuste, il punto cioè dove la convergenza di correnti e la particolarità del fondale risultavano piú favorevoli a una ricca pesca. Punti di riferimento sulla terraferma fornivano i dati necessari al calcolo per individuare le ubicazioni migliori. La conoscenza di queste informazioni era un segreto custodito gelosamente da ogni marinaio e costituiva la bontà del suo mestiere. La vista delle attrezzature adagiate sul fondo della paranza, lungo il corrente, sui banchi unti di grasso e catrame, mise addosso al bambino una strana inquietudine, un turbamento che dovette apparire manifesto.
«Non aver paura – lo rassicurò Cosimo – lí ci sono i sugheri» e indicò, addossati allo specchio di poppa, due tavolette marroni, molto spesse, tenute assieme da corde aventi la doppia funzione di sostegno dei sugheri e di cinghie d’imbracatura.
«Ma vedrai che non ce ne sarà bisogno» aggiunse poi, accarezzando ruvidamente il mento del bambino.
Linuccio però non stava pensando al pericolo d’annegare: la crudeltà subdola di quei marchingegni inventati dall’astuzia inesauribile dell’uomo lo rendeva triste in un modo che a lui stesso sfuggiva. Si distrasse da quegli umori quando, calati i palamiti, la barca si arrestò per permettere a Matteo di accendere la lampara. Svitata la manopola del gas, la garza si gonfiò sibilando, si accese al contatto della fiammella accostata con circospezione dalla mano del marinaio, alitò in schiocchi sulfurei, avvampò finalmente tutta intera nel rosso vivo dell’incandescenza.
Una dopo l’altra, centinaia di quelle lampade germogliarono nell’ansa del golfo, disponendosi in una larga fascia che ricordava, a chi osservasse il fenomeno dalla riva, una vivida nebulosa, uno strascico astrale baluginante. Tante stelle, una galassia di lampare, e tra esse la paranza di Cosimo con a bordo marinai provetti e altri d’accatto, neofiti estasiati e frastornati da quei prodigi.
La “Stella Maris” fendeva le acque con la forte chiglia alla cui estremità prodiera trionfava la polena luminosa che si sostituiva alla luna assente. A poppavia, dove l’alone lucente giungeva smorzato, giocando a pelo dell’onda, la mano di Linuccio suscitava scrosci e spume dai riflessi fosforici.
La barca si fermò alla postazione stabilita e i pesci cominciarono a fare ridda intorno, dopo essere montati levitando dal fondo. Le varie creature si lasciavano incantare da quel sole fittizio, ubriacandosene. In quel chiarore effervescente ondulavano, arpeggiavano, danzavano in un’ebrietà innocente, offrendosi senza alcuna difesa agli arpioni, alle fiocine e all’insidia dei guadini e dei plughi dai lunghi ami ricurvi. Quante di quelle vite si spegnevano dopo disperati sbattimenti sul freddo viscido dei paglioli, urtando contro l’ordinata del fasciame alla vana ricerca del regno da cui erano stati rapiti con la frode! La frenesia reiterata di quelle agonie diede la nausea al bambino, che si distese appoggiato a una pila di cordami. Nell’afrore del sangue, soverchiato dal vocío eccitato dei pescatori, si addormentò.
La mattanza durò fino alle prime luci dell’alba.
«Ehi, marinaio, è ora di fare colazione!» la voce di Salvatore e un forte strattone svegliarono Linuccio.
«Lascialo stare – s’intromise Cosimo – il bambino sta male!».
«L’avevo detto, io!» si lagnò Matteo scuotendo il capo. E poi: «Comunque, deve mangiare qualcosa. Non può rimanere in mare a stomaco vuoto».
Linuccio, a disagio, si sforzò di mandar giú qualche boccone della merenda che zia Peppina gli aveva preparato. Masticò a fatica, deglutí, ma avvertí subito gli spasimi del vomito non appena il cibo ebbe raggiunto lo stomaco. Si protese dalla murata e restituí quel poco che aveva ingerito. I suoi compagni gli rivolgevano occhiate di commiserazione e tacevano, in qualche modo solidali col capobarca, perché il malessere di Linuccio rischiava di guastare la loro prima avventura di pesca.
«Dobbiamo sbarcarlo alla Cala della Signora – propose Salvatore – non passiamo tornare a riva, siamo troppo distanti».
«L’idea è buona» giudicò Matteo. E rivolto a Linuccio: «Te la senti di rimanere un paio d’ore da solo? Torniamo a prenderti dopo aver salpato i palamiti».
Il bambino acconsentí, senza rimostranze. Non vedeva l’ora di sottrarsi alla tortura combinata del movimento della paranza e del giudizio severo che leggeva sui volti di tutti. Il vecchio Cosimo, mentre la barca puntava verso la Cala, un anfratto a ridosso del Capo Belvedere, celiò, come era il suo solito, sul significato del nome assegnato alla minuscola baia tra gli scogli. Lí, disse, in diverse occasioni, dei pescatori, alcuni di sua conoscenza, avevano avvistato una figura di donna emergere dal mare, e a stento si erano salvati dall’incantesimo dello strano essere.
«Papà – intervenne Matteo con aria di rimprovero – proprio adesso ve ne uscite con queste storie!».
Al culmine del fiordo che la Cala apriva tra le falese, il mare, col gioco delle correnti, aveva formato una spiaggetta di ghiaia. Sassi variopinti, tondi e lisci, insieme a schegge di conchiglie, si ammassavano contro la roccia spinti dalla risacca e dalle mareggiate.
«Ti lasciamo il fiasco del vino – disse Matteo porgendo a Linuccio il recipiente assicurato a una cordicella – mettilo a mollo nell’acqua, ma non ti allontanare dalla spiaggia. Qui il mare è profondo!».
La paranza si staccò dalla riva tagliando in due la superficie setosa e calma della rada. Il bambino la seguí con lo sguardo, udí gemere gli stroppi di canapa contro gli scalmi sotto l’attrito dei remi, le voci della ciurma che gli sembrarono allegre ora che ‘l’impiastro’ non c’era piú. Poi, sparita l’imbarcazione oltre il profilo del Capo ritagliato netto nell’azzurro mattutino, Linuccio restò solo.
L’acqua era fredda e tersa come un cristallo. Facendo attenzione, Linuccio vi immerse il fiasco, adagiandolo sul fondo di ciottoli. Pesci lillipuziani vennero a curiosare musando contro il vetro e schizzando subito via verso l’indaco dell’abisso che si apriva pochi metri al largo. L’approdo di fortuna digradava ripido in balze e sporgenze ricoperte da una peluria d’alghe, da ricci neri e viola i cui maligni aculei roteavano minacciosamente nel flusso marino. Assicurò la cordicella a uno spuntone roccioso e infine si sedette sulla ghiaia dedicandosi alla osservazione del luogo che lo accoglieva dopo una notte di strazio e disgusto. Al pensiero di quanto era accaduto, un groppo gli serrò la gola. Si sentí inutile, diverso, incapace di tenere il passo con gli altri. Gli toccava rimanere sempre indietro, fuori, da parte. Un sussulto violento lo prese, gli scosse piú volte le fragili spalle, gli occhi si velarono. Ebbe un breve sfogo di pianto che gli recò sollievo.
Due gabbiani che si contendevano con furia e strida una preda lo riscossero. Gli uccelli sfruttavano con maestría la portanza del vento librandosi sulla cima d’invisibili piramidi aeree da cui scivolavano planando a pelo d’acqua, risalendo in quota a freccia.
L’onda anomala arrivò repentina e subdola, gonfiandosi in un ribollío dal fondale, s’insinuò tra gli scogli frangendosi e schiumando. Linuccio non fece in tempo a ritrarsi che il flutto lo catturò, ricoprendolo fino alla cintola. Puntò i piedi sulla ghiaia e si alzò di scatto, fuggendo dalla marea e dal suo flusso di ritorno. Ma la forza del vortice l’ebbe vinta sull’ancoraggio precario del fiasco, che venne trascinato via inabissandosi. Il bambino si disperò, pensando alla triste figura che avrebbe fatto con Matteo e gli altri.
“Nemmeno un fiasco di vino sai guardare!” immaginava già il rimprovero del capobarca e le risatine di scherno degli amici. Dopo tutto il fastidio che aveva dato durante la battuta notturna, anche la perdita del fiasco che avrebbe dovuto rallegrare il pranzo di chiusura prima del rientro! Un ‘pescatore di cannuccia’, un buono a nulla, ecco cos’era! La compagnia ne avrebbe tratto spunto per mesi, divertendosi alle sue spalle. Doveva recuperare quel fiasco a tutti i costi…
Avanzò circospetto, saggiando il fondo prima sassoso poi vellutato e liscio. Evitò, scrutando in trasparenza, l’insidia dei ricci e il filo tagliente delle valve di cozze e ostriche. Arrivò al ciglio del baratro dove la rupe precipitava abruptamente verso la profondità indistinguibile. Per fortuna il fiasco si era incastrato in una fenditura della roccia al di sopra di una cengia sporgente, che lo aveva trattenuto dal disperdersi definitivamente nella voragine. Ora posava tra le alghe a pochi metri sott’acqua, visibilissimo nella chiarezza vetrosa, illuminato dal sole. Mai come in quel frangente Linuccio invidiò l’abilità degli altri ragazzi, in particolare del suo amico piú caro, Andrea, di scendere in apnea e restarci per un tempo lunghissimo. Doveva comunque provarci, vincendo il terrore di trovarsi in balía dell’elemento marino per lui ostico fino al parossismo. Tastando il fondo con le palme dei piedi avanzava tentennando come un acrobata sulla corda d’equilibrio. Fu in breve sull’orlo del borro la cui tetraggine lo immobilizzò. Rabbia e paura lo tormentavano, gli gelavano il sangue. Pure, si disse, doveva…

«Linuccio!» la voce che pronunciò il suo nome gli giunse dal mare: una specie di sussurro, un timbro vibrante di sillabe che indugiarono nell’aria a lungo prima di estinguersi. «Linuccio!» il suono si ripeté, e con esso l’arcana riverberazione che aleggiava prima di spegnersi. Il bambino ne cercò la fonte. La donna era lí, il corpo emergente dalla vita in su, e lo chiamava, ammiccando suadente con gli occhi: due liquidi smeraldi profondi che radiavano dalle pupille una luce adamantina. «Vieni, non avere paura!».
Quello sguardo e quell’invito tolsero a Linuccio ogni capacità di resistenza, ogni timore. Catturato dalla malía, si affidò al vuoto come un uccello al suo primo volo da una torre altissima. La visione gli sorrideva mentre lui scivolava sulla superficie marina: quel volto, i capelli, la bocca erano i tratti di sua madre, o meglio della Madonna Addolorata in camera di zia Peppina, dolente e languida sotto la campana di vetro. Forse quelle fattezze e quella promessa di tenerezza gli ricordavano piú esattamente Anna, la vicina di casa, che lo stringeva a sé tutte le volte che si trovava a passare sul ballatoio del caseggiato. Un insieme di tutte quelle manifestazioni femminili: maternità, sublimità, effusione carnale, ecco cosa emanava dalla figura sbocciata sull’acqua, misteriosa creatura che lo attirava senza che lui potesse opporsi. Nuotando senza sforzo fu presto a contatto della donna, che lo cinse con le braccia, lo avviluppò in un amplesso totale. Linuccio chiuse gli occhi abbandonandosi, e si sentí trascinare sotto in una vertigine azzurra.
La paranza si affacciò alla punta del promontorio a vele gonfie e tese sotto l’urto del maestrale. Ammainò appena doppiato il Capo, bordeggiando per accostarsi alla riva. Venne filata in mare l’ancora mentre una cima assicurò la “Stella Maris” alla scogliera.
«Allora – s’informò scherzosamente Matteo – ti è passato il mal di mare?».
«Sí, adesso sto bene!» rispose Linuccio, volgendo una rapida occhiata al fiasco che era tornato al suo posto sul fondo della caletta.
Cosimo però non si accontentò di quella risposta. Si avvicinò a Linuccio e gli prese il mento tra le dita, mentre lo fissava con aria inquisitiva: «Di’ la verità, ti sei impressionato per quello che avevo raccontato stamattina?».
«No – replicò deciso il bambino – non ci ho pensato per nulla. Sto bene, sul serio».
«Eppure, hai un’aria strana – insistette il vecchio, toccando la fronte di Linuccio col dorso della mano – avessi la febbre…». Ma subito scosse la testa: «Sei fresco come una rosa. La terraferma ti ha guarito».
«Raccogliamo i ricci» propose uno dei ragazzi dalla barca. La sfida venne accolta prontamente, e fu un rapido susseguirsi di tuffi e spruzzi tra grida eccitate. «Povero Linuccio – ironizzò una voce – lui non sa nuotare!». Seguirono risate e commenti maliziosi. Intanto mani sollevavano le prede grondanti acqua, e i ricci venivano gettati direttamente sugli scogli. Qualcuno con un sasso già li frantumava per ricavarne il frutto arancione, molle, sapido, aromato di iodio e di sale. Linuccio seguí dalla riva le bravate dei suoi compagni e ne sopportò i lazzi senza reagire. Ad un tratto si avviò, camminando sulle rocce, fino a una sporgenza alta sull’acqua alcuni metri. La raggiunse, restando poi ritto in piedi sul bordo estremo, alla mercé del vuoto.
«Attento – gli gridò dalla spiaggia Michele – puoi cadere, e lí non tocchi!».
Gli altri si accorsero della rischiosa posizione del loro amico e rimasero fermi in acqua, col fiato sospeso. Linuccio sollevò le braccia, incamerò aria con un lungo respiro, e poi giú a capofitto, sparendo in un lampo alla vista di tutti. Corsero Matteo e i fratelli, uno si tuffò, si creò nella caletta una concitata atmosfera di apprensione.
«Non dovevate prenderlo in giro!» commentò amaro Cosimo, rivolto ai ragazzi che intanto erano tornati all’asciutto spaventati e smarriti. Il rimorso li aveva resi di colpo silenziosi e pallidi.
Sotto la superficie non c’era affatto dramma: Linuccio nuotava verso il fondo calmo e felice. Sfiorò la scogliera a piombo, arrivò al terrazzamento dove il fiasco si era arrestato. Al posto del recipiente ora giaceva una conchiglia. La prese e riemerse, tenendola alta sul capo come un trofeo.
«Ma come hai fatto a imparare da solo?» fu la prima domanda che gli rivolsero.
«Cosí – rispose – ho provato, mi sono tenuto a galla. Non ho avuto paura di finire sotto».
Il vecchio Cosimo lo guardava assorto, intrigato, sornione nel sorriso a mezza bocca, negli occhi indagatori e complici. Ma non chiese né aggiunse altro alle domande che tutti facevano al bambino.
Dopo il pranzo la paranza ripartí per tornare alla marina. Un ponente gagliardo si era alzato, escludendo l’uso dei remi. La grande vela latina fiottava, schioccava, trascinando verso l’approdo terminale una barca appruata sotto il peso di una ricca pesca, governata da uomini soddisfatti, gravata di piccole anime rese piú sagge e forti dal morso della fatica e dall’esperienza di un’immersione totale negli elementi della natura. A poppa, Cosimo e Linuccio si scambiavano occhiate: uno per scavare alla ricerca di una rivelazione, l’altro impegnato a mantenere un segreto, a difenderlo fino alla fine.

«È una haliotis imperiale – spiegò il vecchio indicando la conchiglia che Linuccio teneva stretta in mano. – Noi la chiamiamo Orecchio di Venere. Ma questa è di una specie molto rara».
Il bambino non disse nulla. Accostò lentamente la valva iridata all’orecchio, strinse le palpebre, isolandosi dal mondo circostante: nello sciabordío ovattato proveniente dal guscio madreperlaceo udí la voce di lei che ancora lo chiamava.
Fulvio Di Lieto
