
Il celebre etologo britannico Desmond Morris (1928-2026) è recentemente scomparso all’età di 98 anni. Famoso è il suo testo La scimmia nuda – Studio zoologico sull’animale uomo, edito in Italia da Bompiani nel 1968 e diffuso in tutto il mondo in oltre venti milioni di copie. Per lui l’uomo non è che una scimmia priva di peli ed affermava che «noi non siamo fratelli degli animali, siamo animali».
Queste convinzioni, per chi conosce almeno gli insegnamenti essenziali della Scienza dello Spirito, evidenziano come questo studioso fosse privo delle basilari conoscenze che portano a ritenere profondamente diversi gli esseri umani dagli animali. Morris sosteneva che gli uomini hanno comportamenti simili a quelli degli altri primati: ovviamente tutti sappiamo che gli scimpanzé suonano violino e pianoforte, compongono poesie, scrivono intensi romanzi e saggi filosofici, scolpiscono il marmo, mentre le simpatiche scimmiette realizzano raffinate architetture, tipo la Sagrada Familia di Gaudí, per intenderci…

Per portare acqua al suo mulino, infatti, Desmond Morris affermò, attirandosi però molte critiche, che l’arte non era una prerogativa esclusiva dell’umanità: nel 1956 diede un foglio, dei pennelli e dei colori a Congo, un giovane scimpanzé, il quale produsse opere di successo.
Quando Salvador Dalí vide le opere della bestiola, disse: «La mano di Congo è quasi umana, quella di Jackson Pollock è del tutto animale»… Il pittore surrealista di Cadaqués aveva un modo raffinato ed arguto per esaltare la presunta creatività dell’animale o voleva semplicemente criticare le caotiche tele dell’espressionista astratto americano?

Un’opera di Congo
Nel 1957 lo stesso Morris organizzò un’esposizione all’Institute of Contemporary Arts di Londra, che raggruppava opere eseguite da alcuni scimpanzé. Ovviamente anche Pablo Picasso fu un ammiratore di Congo, acquistandone un quadro. E quando un giornalista ironizzò sulla somiglianza tra alcune sue opere cubiste e quelle del maestro Congo, sottintendendo che si trattasse in entrambi i casi di tele imbrattate, il pittore di Malaga, offeso, gli morse una mano: che Morris avesse ragione nel ritenere che certi uomini si comportino spesso da animali?
Purtroppo la tragica caduta dell’umanità nella materia e nell’errore provoca spesso disastri che ci pongono davvero al livello di una certa animalità: livello che non dovrebbe appartenerci. Il subumano si affaccia sempre piú nella nostra epoca, causando danni che speriamo non essere irreparabili. Al di là delle guerre davvero “bestiali”, dell’infimo livello di certi spettacoli televisivi e cinematografici, del rincretinimento animalesco provocato dal tifo sportivo (in primis quello calcistico), dell’idolatria nei confronti di personaggi pubblici che invece di apparire dovrebbero nascondersi, purtroppo anche il mondo dell’arte è fortemente corrotto: basti vedere chi oggi viene ritenuto grande maestro.

Opera astratta di Cy Twombly
D’altra parte se i veri e propri “scarabocchi” di Edwin Parker Jr., meglio noto come Cy Twombly (1928-2011), venduti anche a 70 milioni di dollari, sono ritenuti emozionanti opere d’arte da collezionisti, da studiosi e dal mercato, perché non apprezzare anche gli “scarabocchi” dello scimpanzé? Il ragionamento non fa una piega, però potrebbe essere anche invertito: ma è davvero arte quella che somiglia ad uno scarabocchio prodotto da un animale e con esso è confondibile? Prendiamo un catalogo illustrato contenente opere dei principali artisti informali o astratti dei nostri giorni ed inseriamoci a caso lavori eseguiti dagli scimpanzé: se non siamo in grado di distinguerli, è questa la prova che anche le simpatiche bestiole sono autori degni di nota, oppure che c’è qualcosa che non va nel mondo dell’arte di oggi!
Per quanto riguarda il rapporto esistente fra uomo ed animale, sono interessanti queste parole di Rudof Steiner in E l’edificio diviene uomo (ed. Antroposofica, O.O. N° 286): «L’animale osserva gli oggetti con il suo corpo astrale (mentre noi li osserviamo con l’Io) nel quale fluiscono le forze presenti nell’anima di gruppo di quell’animale. Non ha alcun senso credere che gli animali (anche quelli superiori) vedano il mondo come lo vede l’uomo; ciononostante questo punto è del tutto incomprensibile per l’essere umano. Egli crede che il cavallo che gli sta accanto lo veda proprio come egli vede il cavallo. Per lui è ovvio che, avendo il cavallo degli occhi, esso lo veda come egli lo vede. Eppure ciò è un assoluto non-senso perché, come un uomo non vede un angelo se non è dotato di chiaroveggenza, cosí un cavallo non può vedere un uomo se non è chiaroveggente. Infatti l’uomo è presente per il cavallo non come essere fisico, ma come essere spirituale simile a un angelo e il cavallo può percepirlo grazie a una certa chiaroveggenza di cui è dotato».

L’opera astratta di Joachim-Raphaël Boronali
In conclusione mi viene in mente che il mio amico Aligi Sassu (1912-2000), celebre pittore di Corrente, a casa sua a Milano tanti anni fa mi narrò del cosiddetto “Affare Boronali”, del 1910. Si trattava di uno scherzo goliardico effettuato dagli allievi di un’accademia parigina. Un pennello intriso di colore fu legato alla coda di un asino di nome Lolo: l’animale, agitando sapientemente la coda come solo un asino sa fare, realizzò un dipinto che fu poi esposto al Salon des Indépendants con il nome burlone dell’autore Joachim-Raphaël Boronali. Ma era un asino particolarmente talentuoso!
Carmelo Nino Trovato
