
Il mondo impazzito
Una delle considerazioni maggiormente diffuse circa l’andamento della situazione generale in cui l’essere umano viene a trovarsi al giorno d’oggi (senza avere peraltro la minima percezione d’aver compiuto cose che hanno contribuito a causare quella data situazione, e sentendosene pertanto non solo estraneo, ma addirittura indignato per quanto accaduto e per quel che potrebbe ulteriormente accadere) è traducibile nella vox populi: «Questo mondo deve essere proprio impazzito!» dando per scontato che con la parola “mondo” il riferimento all’insieme dei suoi abitanti sia immediato.
Frase di sfogo, frase di esaltazione, di rammarico e di denuncia ad un tempo; ma anche frase qualunquistica, che non conforta, non risolve alcunché, né dentro né fuori di coloro che la dicono senza pensarla o la pensano senza dirla; vuoi perché indifferenti e rassegnati, vuoi perché timorosi di venir scambiati per sovversivi; cosa tutt’altro che improbabile, dati i tempi, ma che per il momento può limitarsi a venir additata come deplorevole conseguenza di un criticismo accusatorio; il quale, a differenza di quello costruttivo, è un criticismo di abbattimento, tendente, in qualche caso, alla paranoia; frutto di una scontentezza e di un rancore generalizzati e a mala pena contenuti dalle serie innumerevoli d’incantesimi, artifici ed altri aggeggi colorati, che a comando emettono suoni concilianti, tipo plip o bzzz, accuratamente studiati e diffusi della scienza e della tecnica materialistica odierne; il tutto grazie alla complicità di un ruffianesimo pubblicitario e ai consigli per gli acquisti di chi, avvertendo una inquietudine misteriosa crescere in sé giorno dopo giorno, ritiene suo diritto scaricare il disturbo sugli altri, secondo il noto principio commerciale che una pur minima dose di veleno, quotidianamente assunta, tonifica il sistema immunitario dei somministrati e rinforza l’asset finanziario dei somministratori: “2 vantaggi 2 in un’unica offerta”, tanto per restare nel tema.
Per cui, in un mondo oramai suddiviso tra impositori non bene identificabili e subitori di rimessa, questi ultimi perfettamente individuati dalla Tessera Sanitaria, dal Codice Fiscale, dallo SPID, dalle password, dalla C.I.E. dal P.I.N., dalle microspie telefoniche e perfino dagli abbonamenti bus, diventa sempre piú problematico risalire dagli effetti alle cause che li hanno generati.
Quanti subiscono, avvertono oscuramente e istintivamente che qualcuno li sta sfruttando prendendosi gioco di loro, calpestando i loro diritti e illudendo le loro speranze: possono certamente ricorrere all’aiuto di patronati, sindacati, agli sportelli per la difesa dei diritti del cittadino, o ad altre opere di pubblica assistenza; ma negli ultimi tempi qualche carattere particolarmente esacerbato, ha cominciato a sospettare che pure le istituzioni erette a difesa delle parti socialmente piú deboli, siano in realtà luoghi di connivenza, se non addirittura vere proprie emanazioni di quelle che si sarebbero dovute prendere di petto e contestare.
Tra mangiare gratuitamente (o quasi) alle mense predisposte dalle consorterie industriali quali discariche di alimenti non piú vendibili, o curarsi gratuitamente (o quasi) presso presídi di zona eroganti farmaci piú adatti a mantenere vive e vegete le affezioni in corso che curare le medesime, la soluzione piú saggia e meno dispendiosa sembra essere quella di starsene a digiuno e farsi compagnia del proprio malanno, augurandosi che l’ultimo dei galantuomini rimasti, ovvero il Tempo, possa ancora trovare il modo di acquietare le pance e far star bene anche il resto.

In maniera molto piú erudita, lucida e spassionata, ma proprio per questo piú risonante, Massimo Scaligero, nel suo libro La Logica contro l’uomo affronta il focus di questa situazione mondiale, che poi, in ultima analisi, è il tema dello stato di salute e di equilibrio interiore dell’essere umano del nostro tempo. Egli punta il dito sul problema cruciale consistente in una forma d’alienazione mentale, che da molto tempo, alla pari di un virus epidemico impercepibile, e quindi inarrestabile, si sviluppa e si diffonde per ogni angolo del pianeta.
La scienza e la medicina intervengono sempre; intervengono cioè quando il male è compiuto; ma nel caso psicofisico il suo manifestarsi è già l’irreparabile, e nessun ammalato desidera curarsi da un medico che si presenti piú ammalato di lui; sempre che, tanto ammalato quanto medico, sappiano della propria condizione.
Infatti la voglia di guarire e di curare per il bene della collettività, consiste nel fatto che sia sorta prima di tutto la coscienza del bene perduto; altrimenti si continua a credere che il male in cui ci si trova sia solo una specie di fastidio nebulizzato, da sopportarsi senza smanie o intemperanze, come si sopportano tante altre cose tipiche di quest’epoca, quali l’inquinamento atmosferico, la sofisticazione alimentare, il placebismo terapeutico della Sanità Organizzata e le bugie circa la necessità della svalutazione monetaria sostenuta delle Autarchie Finanziarie addette al controllo: al controllo cioè delle loro frodi, affinché vadano a buon fine e siano accettate quali effetto di un dinamismo organico peculiare dell’apparato economico.
L’alienazione mentale è diversa dall’alterazione mentale. Questa infatti è, o dovrebbe essere, una modificazione peggiorativa di ciò che un essere umano porta già in sé, mentre l’alienazione è un appropriamento indebito e inavvertito di facoltà naturali che quindi il soggetto continuerà ad usare, ma che ora non sono piú in suo potere, bensí nelle mani di intelligenze extraumane che di soppiatto lo hanno pervaso e lo manovrano, lasciandogli tuttavia l’illusione di credersi sempre l’artefice del pensare, sentire e volere.

L’essere umano diventa burattino
Praticamente viene rovesciato il senso della vecchia storia di Pinocchio, che in questo caso, si ripete all’incontrario: alla fine è l’essere umano a diventare un burattino.
È interessante osservare come nella fiaba di Collodi il passaggio dal burattino all’umano è una sorpresa eclatante e gioiosa, una vittoria della coscienza individuale sull’automatismo robotico (si tratterebbe perciò di una forma di alterazione positiva), mentre quel passaggio che dall’umano conduce al burattinaggio è impercepito, nel senso che non offre alcuno spunto d’accorgimento e qualunque verità venisse portata incontro al soggetto cosí modificato (per l’appunto, alienato) non farebbe altro che suscitare in lui rancore, risentimento e protesta per l’onta subíta.
Non sapendolo (né volendolo ammettere neppure nel caso rarissimo di perilampsis intuitiva) il soggetto continua quindi a comportarsi convinto delle sue ragioni e delle sue scelte, ma nella realtà, operando in modo contrario e avverso alla potenziale direzione evolutiva, oramai perduta di vista.
Da qui nasce il titolo del libro succitato La Logica contro l’uomo, da cui in sostanza scaturisce un orientamento essenziale: «Non sia l’uomo per la logica, ma sia la Logica per l’uomo».
Crediamo di pensare in modo autonomo: quante volte però abbiamo dovuto constatare, dopo un serio, attento esame, che l’attivazione dei nostri pensieri è stata provocata semplicemente da cose percepite, da oggetti del mondo materiale, i quali attraverso il filtro dell’immaginazione sono poi cresciuti sino a diventare rappresentazioni invasive; oppure, attraverso il gioco della fantasticheria, sono assurti a ideologismi preconcetti e costrittivi?
Crediamo di volere e di agire secondo nostro libero intendimento: eppure nella maggior parte dei casi, il nostro agire è un reagire impulsivo, immediato perché non-mediato; nel bene come nel male, esso salta fuori da una reazione in cui i limiti dell’equilibrio e dell’armonia sono saltati, e ora dilaga incontenibile e travolgente.
Abbiamo fiducia nei nostri sentimenti; siamo convinti che la forza che li manifesta in noi sia sempre una pura, originaria proiezione di tutte le cose belle, buone e giuste che vivono nella nostra anima. Basterebbe tuttavia riflettere per un po’ di tempo sulla natura del sentimento: quando è vero, quando è vivo, quando è giusto, è uno slancio possente e generoso, che va in direzione dell’altro o degli altri: non reca in sé tracce egoiche di interessi, piaceri o tornaconti personali; è un volo, pur anche minimo, di correnti centrifughe: sincere, leali; nulla chiede in cambio. Ma senza queste premesse il sentimento viaggia con ali centripete: prima o poi si corrompe, ricade e finisce in polvere.
Cosa c’entra tutto questo con la logica contro l’uomo? C’entra, nel senso che la logica è quella forma del pensiero capace di ideare, ovvero rendere viva e concreta un’idea tirandola giú dal suo Iperuranio. Mi sono espresso in modo pedestre e me ne scuso: volevo dire: fare del proprio pensare un canale attraverso il quale l’idea riesce a penetrare la sostanza umana, che, con un pensare sentire e volere corrispondenti, diviene capace di introdurla nel mondo come un’opera compiuta, possibile da percepire, e ammirare da quanti saranno in grado di apprezzarla.

Pensare, sentire e volere
È evidente che questo processo di trasmissione, di osmosi tra lo spirituale/metafisico e l’umano/terrestre, sarà tanto piú corretto e positivo quanto piú le nostre tre facoltà raggiungeranno una intesa solida e duratura. Con un pensare debole e aleatorio, o con un sentire inaderente e poco dedito al compito, o con un volere incapace di mantenere nel tempo la giusta direzione, non solo non è possibile realizzare un’idea, ma si apre la strada ad un qualcosa di malriuscito, di distorto, che può alle volte dare l’illusione di essere un’idea, ma invece è soltanto un abbozzo deforme e precario: una brutta caricatura dell’idea; a volte anche orrenda. Diffusa e spacciata per elemento originale (compreso pure il caso, raro, di eventuale buona fede) si rivelerà una copia priva di vita spirituale, forte soltanto del proprio precipitato egoico; nociva per chi vorrà usarla, micidiale per quanti si adatteranno a subirne le conseguenze.
Una delle domande piú semplici che possono venire alla mente riguardo ad una supponibile alienazione mentale dell’umano, è questa: perché la logica dovrebbe lavorare contro l’uomo? La logica è una qualità inscindibile del nostro pensare; è l’aspetto piú positivo del pensare e quindi per farla procedere contro corrente bisognerebbe essere dei veri autolesionisti.
Come spesso accade, anche da una riflessione di tipo comune, elementare, da una pura constatazione senza pretese, possono emergere delle verità sorprendenti. Infatti la richiesta di precisazione sopra citata, contiene già in sé la risposta. Quel che preme e sul momento abbaglia è sempre e solo la domanda: la risposta rimane nell’ombra, ha bisogno di tempo per uscire allo scoperto. Essa consiste nella scoperta – dapprima incredibile e non facilmente accettabile – che siamo diventati tutti autolesionisti senza accorgercene. Come ciò sia stato reso possibile è il senso di questa mia indagine: indagine breve e sicuramente incompleta su un tema che è invece gigantesco, di importanza vitale, drammatico, e sta letteralmente ipotecando il futuro dell’intera umanità.
In questo caso imparare a conoscere la natura dell’essere umano diviene fondamentale; è l’unica maniera per metterci in grado di capire che cosa ci sta succedendo e per quale motivo siamo capitati qui proprio mentre succede. Siamo nati per virtú di una forza spirituale che ha voluto rivestirsi di materia; c’è quindi un primo scompenso da colmare. L’anima viene dal cielo, il corpo dalla terra; l’anima è immortale, il corpo no; segue le leggi della natura. Questo è un altro scompenso, altrettanto da colmare.
L’Io ha concesso all’ego una provvisoria reggenza nel regno spazio-temporale. E questo significa un ulteriore squilibrio tra forze superiori di amore e di fedeltà, specifiche dell’Io, e quelle inferiori, proprie dell’ego, pervase da bramosie e frementi di voluttà personalistiche, dissimulate all’interno di un caleidoscopio animico in continua vorticosa rotazione.

Caino e Abele
Basterebbero queste divergenze per intuire, almeno in via teorica, quanto l’avventura dell’uomo nell’esistenza terrena sia un’impresa problematica e conflittuale; non potendo – non sapendo – cosa fare per appianare le enormi disparità che lo costituiscono dal fondamento, per lungo tempo l’uomo si vede costretto a riversare sugli altri, compagni d’uguale vicenda, tutta la rabbia e la frustrazione di non riuscire nell’impresa: quella che il suo Io ha scelto per lui, di conseguenza nella sua anima, espostasi al segno di Caino e Abele, la divaricazione continua ad agire, e lo fa dibattersi con sempre maggiore frequente violenza, lo strazia quanto basta per spronarlo alla ricomposizione degli opposti.
Non essendosi tuttavia guadagnato una conoscenza del suo Principio (ma anzi, avendola rifiutata), né tanto meno della sua missione sulla Terra, tale sprone egli, per ignoranza e inettitudine, lo rigira di contro a sé, e invece di battersi per la ricomposizione degli opposti, si riduce ad operare nel mondo in modo forsennato e distruttivo a favore di quelli. Convinto da una logica che, in questa corsa folle all’involuzione, lo ha sedotto sull’impossibilità di perseguire soluzioni diverse.
Ma proprio il fatto che egli possa o non possa riuscirci, è base di quella libertà che egli ha tante volte chiamato in causa e sempre per motivi che con la vera libertà non hanno mai avuto nulla a che fare. La libertà è l’idea, e fintanto che l’anima umana non sarà purificata al punto di rivivere nella luce e nella potenza di quell’idea, ogni forma di libertà sarà solo un pretesto per allestire nuovi conflitti e immergersi in nuove sofferenze.
La libertà è un potenziale dell’anima, ma essa deve chiarire a se stessa l’antico equivoco: dimostrare di essere capace di portare la luce dello Spirito nelle tenebre della materia. Mentre invece da come stanno aggrovigliandosi le vicissitudini, sembra addirittura che gli esseri umani operino in senso inverso.
Eppure l’Uomo può spuntarla, può riconoscere per via di ascesi conoscitiva il senso smarrito del suo essere; ha tutti gli strumenti per farlo e conciliare in sé le contrapposizioni che si sono formate dentro di lui, e che egli combatte credendole soltanto esterne.
Una di queste – anzi la prima – è proprio la Logica, quella che al pari della Libertà, o viene dallo Spirito, oppure da un suo opposto remoto; e in questo caso è la logica della morte.
La Logica avrebbe dovuto essere la Filosofia delle Filosofie; la natura stessa del mondo in cui viviamo ci offre di continuo gli spunti per constatare con mano quanta pace, quanta serenità, quanta saggia armonia si svolgano meravigliosamente nell’ordine e nell’equilibrio superiore del creato; dai microrganismi alle specie piú evolute, dalle vette delle montagne agli abissi degli oceani.
E se talvolta la natura sembra esserci ostile e rivolta contro l’uomo, questo non basta per affermare pedestremente che le forze della Terra ci respingono e ci sono nemiche; anzi, gli eventi catastrofici dovrebbero indurci ad un esame di coscienza piú profondo e onesto, e chiederci se, forse, qui, in certi frangenti fortemente distruttivi, non abbiamo lasciato traccia delle nostre intromissioni.
Quando dunque la Logica è pura forza propositiva, essenza luminosa del pensare umano e quando non lo è?

La quadratura del cerchio
Pare un interrogativo difficile, forse impossibile come la quadratura del cerchio. Ma una tale domanda, sorta dalla paura, dal dubbio e dalla confusione (e dall’ostinato caparbio autoinganno per cui ogni colpa debba sempre essere caricata ad altri) non può che presentarsi cosí. Insolubile in quanto alienata nei dati d’ipotesi.
C’è ovviamente un’unica risposta: i modi per raggiungerla sono tuttavia individuali; ognuno sappia costruirsi il proprio percorso meditativo, se davvero vuole arrivarci.
Ma per concludere, riduciamo pure il problema all’osso: ci regalano una pianta, una comunissima pianta da appartamento; sta a noi decidere se mantenerla in vita oppure abbandonarla al suo destino. Ognuno saprà cosa e come fare, sia in un caso che nell’altro. Ora sostituiamo l’immagine della pianta con quella della nostra anima e pensiamoci su.
Certo! Bisognerà prendere delle decisioni. Certo! Bisognerà eseguirle, applicarle rettamente con puntualità e precisione, senza barare. Certo! Sarà essenziale amare la scelta fatta, accudire all’impegno per il tempo che sarà necessario, con fiducia e devozione, e tutto funzionerà per il meglio.
È una ricetta antica quanto l’universo, ma funziona sempre. Perché nata da un pensiero sano, pulito, un pensiero retto, un pensiero del Logos. Un pensiero solare.
Infatti non c’è nulla di illogico sotto la luce del Sole. Sotto quella della Luna, qualche volta sí, ma sotto la Luce del Sole mai.
Angelo Lombroni
