
Anni fa, non molti, si venne a sapere che turisti nordici, particolarmente tedeschi e inglesi, andavano a trascorrere le vacanze estive in Sardegna, non soltanto per le attrattive naturali dell’isola, per notevoli che siano. I teutoni, in realtà, erano attratti dalla sensazione che facevano a quell’epoca nell’opinione pubblica mondiale i rapimenti di persone che movimentavano la vita sull’isola da un po’ di tempo. Due inglesi erano stati tenuti in ostaggio da banditi locali per quasi due settimane. Da buoni, tradizionali eredi di Boadicea, i due rapiti infiorarono la propria disavventura fino a farla diventare un romantico happening, secondo la ricetta del folklore italiano che vede nel vino, nel mandolino e nei banditi i massimi ingredienti per fare delle vacanze in Italia un successo. I giornali del Nord Europa accordarono ai resoconti del rapimento la stessa importanza con la quale un secolo prima avevano riportato quelli fascinosi di Shelley e Byron. Fu un boom: sull’isola si riversarono a schiere i cercatori di emozioni gagliarde. Viaggiavano per l’isola battendo di preferenza le strade piú lontane dai centri abitati, accampandosi nel folto dei boschi per facilitare il compito agli eventuali banditi. Ma ormai l’isola brulicava di carabinieri, e cosí i sogni di quei romantici sfumarono in un monotono, tedioso contatto con la legge.
Il fenomeno è indicativo. Per quanto grandi e immanenti siano i pericoli, l’uomo vi si sente attratto. Se non fosse cosí, tante scoperte temerarie non avrebbero avuto luogo e tanta storia non sarebbe stata scritta. All’uomo piace il rischio. Lo prova il fatto che, a dispetto di tanti dirottamenti avvenuti negli ultimi anni, l’indice di carico degli aerei sia salito senza tentennamenti, anche sulle rotte piú sensibili e “calde”.
Nessuno lo confesserebbe in pubblico, eppure, sotto sotto, sono in molti quelli che, imbarcandosi su un aereo diretto a Stoccolma, segretamente si augurano di venir dirottati verso qualche paese assolato dell’Oriente o dei Tropici. In fondo, il dirottamento è un’emozione, come il tifone che investiva la goletta un secolo fa, oppure l’attacco dei pirati ai brigantini nei primi anni delle scoperte geografiche.
Sfortunatamente per noi, passeggeri e non, che viviamo nell’èra dei missili interstellari, i dirottamenti, per essere degli imprevisti di viaggio, hanno perso la patina di cavalleresco e romantico di cui erano impregnati gli avvenimenti e le azioni umane di tanti anni fa. Come tutte le cose e le vicende di questi nostri tempi, anche il dirottamento è spesso un prodotto di alta efficienza tecnica e organizzativa: un atto freddo, senza possibilità d’imprevisti né eventualità d’insuccesso.
Certe volte, invece, alla pari di tutti i fenomeni caratteristici della nostra èra atomica, dimostra come un apparato perfetto, qual è l’organizzazione dei viaggi aerei, possa essere immobilizzato da un giovincello armato di una pistola giocattolo o di un temperino buono tutt’al piú per sbucciare una mela.
Naturalmente, le autorità non hanno dormito, nel frattempo. Contro le minacce dell’abbordaggio nello spazio, hanno escogitato e provato tutti i mezzi e le tattiche possibili. In seguito a una telefonata anonima al direttore dell’aeroporto di Heathrow, che informava della preparazione di un attentato di vaste proporzioni alle installazioni aeroportuali, fu mobilitato l’esercito con autoblindo, cannoni e tute mimetiche.

In un’altra occasione, il capitano di un aereo in fase di atterraggio, nel manovrare tra le mille piú manopole di cui sono dotati i cruscotti di pilotaggio di un moderno aviogetto, pigiò per errore il dispositivo di allarme “pirata a bordo”. Scattò allora a terra l’apparato antidirottamento: un corteo di autoambulanze circondò la piazzola di arrivo, le autopompe antincendio si allinearono lungo la pista di atterraggio, mentre poliziotti e dottori accorsero, ognuno con i propri arnesi di lavoro, vale a dire mitra e bisturi.
Un’organizzazione al limite del fantascientifico, che però va spesso soggetta a qualche intoppo banale, troppo banale per essere preso in considerazione a priori. Ricordo a questo proposito il topo che, incappato nel relais di una centrale, provocò un corto circuito che lasciò l’ultramoderna metropoli di New York senza energia elettrica per varie ore. Come dire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. E forse, in fondo, è molto meglio cosí, perché alla nostra vera natura non piace che il futuro sia già dato per scontato.
Gran parte delle operazioni anti-dirottamento vanno eseguite prima della partenza, con una serie di controlli severissimi tra i quali primeggia per efficacia il “detector”. È qualcosa tra il Geiger e un apparecchio a raggi X. Prima di ricevere l’assegnazione del posto, i passeggeri devono sfilare attraverso una cabina dove è installato il detector. Se il passeggero ha indosso oggetti di metallo, la macchina li rivela, dando l’allarme agli addetti al controllo, e il passeggero viene cosí perquisito. È ovvio che anche il detector ha i suoi inconvenienti. Suona, infatti, anche quando si tratta di un portasigarette di metallo, delle borchie di una cintura, di un innocuo tagliaunghie. E poi, in fondo, come si fa a stabilire la reale portata di pericolosità di un oggetto?

All’aeroporto di Fiumicino a Roma i passeggeri in partenza per Mosca furono allietati dalla seguente scenetta. Il detector aveva “pizzicato” un cittadino sovietico come portatore di un oggetto sospetto. Alla perquisizione fu trovato in possesso di un coltello da cucina di ragguardevoli dimensioni. «Mi dispiace – gli fece il poliziotto del controllo – ma lei non può passare con quel coltello». Il russo lo guardò sbigottito, sia perché non capiva l’italiano, sia perché (e questo lo si seppe in seguito) non riusciva a spiegarsi per quale ragione l’italiano in divisa trovasse tanto da ridire per un semplice coltello da cucina. Il poliziotto si rivolse al resto della comitiva. «C’è qualcuno del gruppo capace di tradurre al signore quello che ho detto?». Una distesa di facce attonite fu la risposta piú eloquente. Allora l’uomo di legge, per spiegarsi meglio, impugnò il coltello e mimò un’aggressione ipotetica al pilota. «Vede? – faceva rivolto al russo che lo guardava allibito – vede cosa può fare con questo coltello?» e lí che trinciava l’aria con grandi fendenti. Dopo un po’ di quella pantomima, nel cervello del russo dovette filtrare un barlume di verità. «Niet, niet!» replicò allora rabbonito, e frugò in fondo alla sua borsa. Ne estrasse un pacchetto di carta, e dal malloppo scartò un pezzo di parmigiano. L’accostamento coltello-parmigiano risultava evidente, e il russo tentò a gesti di renderla ancora piú chiara. Era, comunque, bastato quel suo pacato rituale di scartare il parmigiano, cosí, davanti a tutti, per dissipare la tensione. Ma il coltello fu confiscato.
Potrebbe sembrare esagerato spingere la pignoleria fino al controllo di simili dettagli, eppure, quando esiste una psicosi collettiva nei riguardi di un fenomeno, le degenerazioni fanno parte del quadro patologico umano, sono scontate e meritano comprensione. In virtú di questa psicosi, i dirottatori funghiscono: diversi sono i moventi. Una bella donna dirotta per un tentativo pubblicitario, nascondendo una pistola smontata in certe parti del corpo che la galanteria vieta di menzionare. Dirotta l’ex marine della guerra indocinese per sensibilizzare l’opinione pubblica, dirottano i vecchi e i giovanissimi. Colpa dei giornali. Accanto alla cronaca obiettiva di un dirottamento, non possono fare a meno di imbastire un’epica velata intorno alla figura del dirottatore o della dirottatrice, finendo spesso per farne degli eroi, ai quali la pubblica opinione conferisce malcelate simpatie. Il dirottatore Tizio, tra un’azione e l’altra, alleva polli ruspanti e colleziona vasi antichi. L’altra, la bruna pantera del deserto, quando non punta una calibro nove alla tempia di un pilota, manovra pentole e padelle con una diligenza tutta femminile.

Siamo giusti. A nessuno, nemmeno ai dirottatori, piacerebbe affrontare un pericolo senza il necessario condimento di avventura e di mito. Perciò, chi tra i viaggiatori in attesa al cancello d’uscita prima della partenza, non si è soffermato a studiare le facce dei suoi prossimi compagni di volo, immaginando in ognuno di essi, dietro fisionomie bonarie e innocue, i tratti duri e spietati del dirottatore? Per esempio, quel signore lí, intento a leggere le notizie sportive nel suo giornale, ma che guarda troppo di frequente l’orologio aggiustandosi gli spessi occhiali da sole, potrebbe senz’altro nascondere, sotto la placida massa del suo adipe, una tempra da Kamikaze. La mimetizzazione è tutto, in queste operazioni; l’aspetto piú tranquillo può nascondere gli intenti piú feroci: è un’equazione ammessa, di questi tempi. E che dire, allora, della signorina incantata e lentigginosa, tutta Esercito della Salvezza, che ha già chiesto diverse volte agli impiegati quanti passeggeri ci sono a bordo, che scali si faranno, e dove è parcheggiato l’aereo? Potrebbe essere anche lei, malgrado l’apparente innocenza, un’ardente, scarmigliata Erinni dello spazio. Chi può mai dirlo?
Non ci si deve meravigliare piú di nulla, ormai. Una delle acquisizioni piú controverse della moderna tecnologia è di aver permesso alle categorie umane piú disparate di accedere ai miracoli delle sue realizzazioni: è possibile difatti a chiunque, oggi, acquistare una pistola con silenziatore o una carabina con cannocchiale, mentre i bambini appena svezzati maneggiano treni e aeroplani elettrici che poche decine di anni addietro avrebbero confuso le menti di Edison e Marconi. Chiunque può entrare in possesso, persino per corrispondenza, di radio ricetrasmittenti, spie telefoniche e magnetofoni mimetici.
Che vuol dire tutto ciò, chiederete voi? Vuole significare che in potenza siamo tutti dirottatori. Obietterete: ma allora non c’è scampo, non ci sono rimedi? Certo, basta non pensarci, o se proprio ci si vuol pensare, occorre annoverare i dirottamenti tra le voci dello scotto che noi uomini dobbiamo pagare per le nostre moderne stregonerie: velocità supersonica, televisione via satellite, trapianti cardiaci.

Del resto, possiamo piú banalmente consolarci con la considerazione che soltanto i treni sono ancora rimasti indenni da tale piaga. Sia perché corrono su binari – e quindi volerli dirottare sarebbe come far volare gli asini – sia soprattutto perché un tale gesto sarebbe sterile, senza speranze di successi pubblicitari.
Per chiudere questo spinoso argomento, riporto la storiella che circolava tra gli impiegati delle linee aeree durante un periodo di particolare recrudescenza dei dirottamenti. L’aereo era appena decollato da Miami, diretto a San Juan di Porto Rico. Pochi minuti dopo che il segnale di “Allacciate le cinture” era stato spento, un uomo, dall’aspetto tranquillissimo e pacifico, si alzò dal suo posto, raggiunse con passi misurati la cabina di pilotaggio, vi fece irruzione quasi in punta di piedi, puntando una rivoltella di grosso calibro alla nuca del comandante: «Non azzardatevi a dare l’allarme, altrimenti mando questo trabiccolo in fondo all’Atlantico» minacciò l’uomo con voce fredda e decisa. «Questo è un dirottamento!».

L’equipaggio, istruito a dovere per simili evenienze, si apprestò ad accontentarlo.
«Dove devo dirigermi?» chiese il comandante.
«A San Juan» fece l’uomo senza esitare.
«Ma ci stiamo già andando!» osservò il comandante.
«Giusto. È perché ci voglio andare sul serio che la sto minacciando» spiegò il dirottatore sui generis. «Capirà, sono tre volte che parto da Miami e il mio aereo viene immancabilmente dirottato su Cuba. Si renderà ben conto che se non faccio cosí a San Juan non ci arriverò mai!».
Fulvio Di Lieto
