
Carmelo Nino Trovato «Il ponte»

Non siamo corpo solo,
né la mente,
ma soffio eterno
in viaggio dentro il tempo,
memoria che si accende
nel silenzio,
energia che cammina
e non si ferma.
Ogni anima trattiene
antiche voci,
ricordi di dimore
giá vissute,
di stagioni lontane,
di altri cieli,
di corpi che in passato
erano casa.
Portiamo in noi
la traccia del ritorno,
un canto lieve
inciso nella luce ,
polvere d’anni
e battiti profondi
che il tempo non dissolve,
ma trasforma.
Siamo passaggio,
eco che respira,
un’onda che attraversa
ciò che è stato,
e in ogni passo
l’anima ricorda
d’essere eterna
prima d’esser nata.
Raffaele Sganga – Lirica e dipinto «Le tre Gerarchie»
TEMPO CANNIBALE

Dagli oscuri ingranaggi
del pendolo escono
minuscoli mostri
esausti
nel reggere il flusso.
Noi, ignari ne ruotiamo
le lance gettate
come stormi esuli
o annegate in oceani
di ore.
Pensieri formica
giocano a nascondere
il miele del bello
lasciandoci preda
di inutili parole.
Capovolge lo sguardo
il folle, il poeta,
la sguattera
l’umile pescatore
di occhi migranti,
impauriti. e tutto
torna a risplendere
quando il sogno
si frantuma
lasciando scorrere
l’integra verità.
È un mare
di avanzi il pianto
bambino scoperto
nel meriggio pantano,
ha dita a pezzi
nel volgere
del tempo cannibale
da boati
assassinato.
Le schegge dei minuti
sotterrate, calpestate
in gommosi ritmi
rinascono con struggente
caparbio splendore
nell’irradiante cielo
che abita il domani.
Torniamo umani
fiondati negli
abissi futuri
girati come
incorrotti cavalieri
in alto
con spirali di stelle
esplose in petto.
Marina Coli
Questo è il mio Sud

Lunga spiaggia bianca
deserta, illuminata
da un caldo sole
di tramonto,
antica, come l’ulivo
che sfida il vento,
torto da secoli
di lotte
e di fatica,
nobili sfide,
meschini inganni,
pesi, profonde rughe
sulla pelle incise.
Lunga spiaggia bianca
punteggiata
di conchiglie calcinate,
microcosmi
di Divino artigiano
opera egregia,
ricordo
di abissali armonie
pulsanti a onde.
Giordana Canti
Il dubbio

Potremmo dubitare
dell’umano
del suo mistero sacro,
del suo ravvedimento,
quindi dell’universo
intero che risplende,
se anche
nel giorno di Pasqua
l’ordigno schianta le ossa
di tenero filo di fiore
delle bambole di pezza
e i bambini muoiono
nella prossimità
dei banchetti,
con i brandelli dei sogni
sul petto come reliquie.
Rapidi, avversi all’alba
del Suo risorgimento,
i ladri dell’anima,
inguainati
nella carne di Adamo,
erodono il dono,
divorano crudo
il fiato dei giusti,
alzano muri,
sbarramenti, chiuse
per deviare
il corso del sangue
dalla meta dei miracoli.
Potremmo dubitare,
se non sapessimo
per antica memoria
o ad ogni risveglio
scesi dal vascello
della notte
essere l’amore
l’apogeo invincibile.
Se in te vedo io,
vedo me,
la moltitudine
dell’uno
tracima come
un firmamento
in cammino.
Un uomo fra tutti,
chiaro d’eterno
compie il gesto
piú alto,
eredità dei Santi
raccolta
nell’embrione
di fuoco della vita,
dà sette carezze
al carnefice,
una per ogni giorno
del martirio,
forgia tepore
nel suo destino
sconosciuto, sul volto
devastato dal male.
Allora, sotto
la galaverna dell’odio
l’albero morto
esplode,
il ramo finalmente
dell’orizzonte,
che già sapeva
che avrebbe partorito
dalla linfa del dolore
la rosa,
una goccia rossa
di incanto dorato,
scioglie la dura neve
della luna sulla terra.
Lirica e scultura di Enrico Savelli
