La posta dei lettori

Redazione

La posta dei lettori

letterinaTrovo una difficoltà sul terzo esercizio dell’Equanimità, a differenza dei primi due, esso non è propriamente un Fare, quindi non so se lo sto compiendo o no, tipo l’esempio pratico che riporta Steiner è quando stiamo per ridere o piangere è proprio lí che dobbiamo resistere a non esprimere quella emozione (ho provato a evocare immagini tristi del passato e poi fermarmi prima dell’emozione). È anche detto che esso è piú una sottile Attenzione dell’Anima e non un momento solo della giornata, quindi occorre stare presenti al proprio Sentire, pure se come me non abbiamo una vita con tante relazioni/occasioni dove si può esercitare Equilibrio, io lo definirei anche Imperturbabilità agli eventi. Credo che la stessa considerazione possa valere per positività e spregiudicatezza. Sono piú sottili, direi che è piú una disposizione da acquisire coscientemente che un Fare.

 

Eugenio L.

 

 

In effetti, l’esercizio dell’Equanimità può essere considerato anche Imperturbabilità agli eventi. Non lasciarsi trascinare da emozioni esagerate. Persino la “grassa risata” non si addice a noi seguaci dell’Antroposofia, cosí diceva Massimo. Una piccola e breve risatina, o ancora meglio un simpatico sorriso vanno benissimo, ma quella sgangherata risata che spesso senti da parte di persone che si abbandonano in maniera scomposta all’ilarità, è qualcosa di poco adatto a noi. E cosí la disperazione espressa in maniera esagerata. La stessa cosa possiamo dire anche per gli altri due esercizi: la Positività deve essere composta e tranquilla, cosí come la Spregiudicatezza, o l’assenza di giudizio per eventi che accadono e che tenderebbero a trascinarci in polemiche o partecipazione a critiche eccessive o a biasimi ecc. Nel tempo, man mano che frequentiamo la pratica degli esercizi, tutto in noi deve diventare piú composto e piú armonico.

 




 

letterinaHo tentato di elaborare pensieri, riflessioni e tentativi di integrare allo studio e agli esercizi. Una persona che cercasse tra il conoscibile oggi, informazioni su come vivere la corporeità, non solo dal punto di vista scientifico, ma esoterico, si troverebbe ben presto perplesso. Troverebbe per esempio che molte tradizioni spirituali, tra le quali l’induismo e lo gnosticismo, contemplano il corpo come un’aggiunta posteriore e negativa allo Spirito e, di conseguenza, l’ascesi praticata da essi tenderebbe principalmente al ritorno all’Uno o al Pleroma, a quella dimensione cioè prettamente spirituale dell’Essere. D’altra parte la scienza, dà informazioni costanti su la vita fisiologica del corpo umano, su come preservarlo, abbellirlo o semplicemente curarlo, separandolo però di fatto dall’elemento animico e spirituale, o tuttalpiú unendolo solo a pensieri attinenti la sua unione con la psiche. Diversa è la concezione scientifico-spirituale, in cui il corpo è visto come elemento importante nel susseguirsi della vita umana. Il corpo fisico non è solo elemento pesante e “tamasico” dell’esistenza, ma grazie alla sua presenza, portatore di conoscenza, amore, libertà. Grazie al corpo fisico, si conosce attraverso i sensi fisici, il pensiero e il susseguirsi di elaborazioni di idee, emozioni, sollecitazioni continue, di cui egli stesso è portatore, in bene e in male. Di conseguenza però, una parte della conoscenza si può sviluppare solo per il fatto che si è incarnati. Anche per l’amore, l’importanza del corpo è fondamentale: se fossi unito semplicemente all’Uno, senza sentirmi anche diviso da Esso, non potrei amare, non essendoci oggetto d’amore, determinazione cioè a colmare la separazione. Di fatto, anche la libertà e l’etica non sarebbero possibili, non potendo noi trovare forme sempre piú sottili e sapienti nell’elaborazione dell’esistenza incarnata, per trascendere tutte quelle spinte tendenti all’errore e al male. Quindi il concetto che sottolinea la dimensione giustificata dell’esistenza del corpo, al centro, tra una dimensione spirituale illimitata, ma disincarnata da una parte, e una dimensione materiale, conosciuta e vissuta solo materialisticamente dall’altra, diverrebbe il fondamento utile alla vita, nelle sue caratteristiche di conoscenza, amore e libertà, in cui corpo, anima e spirito formerebbero, a livelli certamente diversi, l’essenza dell’essere umano. Su queste basi, l’incarnazione della vita del Cristo Gesú, la Sua esistenza tra i “corpi” e attraverso il Suo corpo, ci insegna appunto che il corpo vivente non è illusione, peso e alienazione, ma mezzo, pratica e trait d’union tra la dimensione dell’incarnazione e lo Spirito.

 

Mauro M.

 

 

Interessanti questi “pensieri, riflessioni e tentativi di integrare allo studio e agli esercizi”. Noi possiamo giustamente ragionare su quanto andiamo facendo e su come lo facciamo. È normale che questo accada, e anche sentire la necessità di comunicarlo ad altri. L’importante è che sia frutto di una seria e costante pratica, attraverso la quale tali riflessioni si chiariranno e giungeranno le risposte a quelle domande che ogni considerazione espressa inevitabilmente porta con sé.

 




 

letterinaDurante gli ultimi anni mi sono misurato con quello che è il lutto straziante, diverse persone a me molto vicine sono venute a mancare in maniera a volte apparentemente improvvisa e inaspettata. Soprattutto l’ultima persona amata, che è defunta l’anno scorso, ha smosso qualcosa di veramente intenso nella mia anima. Grazie ad alcuni concetti descritti dal Dottore e da Massimo Scaligero nei loro libri e conferenze, mi si sono potute smuovere alcune forze interiori di autocoscienza, assimilazione e accettazione, e ho superato la disperazione intensificando oltre all’esercizio della concentrazione anche una delle attività descritte al fine di esser loro di aiuto, cioè leggere ad essi contenuti della Scienza dello Spirito o pensare contenuti spirituali visualizzando il defunto a cui dedicarlo, sentirlo “vivo” in mezzo a noi, per poi portare con sé fino al sonno tali contenuti cosicché arrivino ai morti che ci sono attorno invisibilmente e silenziosamente. Volevo quindi chiedere nella pratica della lettura ai defunti, se bisognerebbe attuarla solo a livello individuale, cioè una lettura per defunto alla volta, o se fosse possibile leggere a dei gruppi di defunti in quanto ahimè conto alle mie spalle una trentina di cari non piú fisicamente tra noi, di alcuni familiari, altri invece grandi amici, e quindi vorrei capire se dovrei leggere loro qualcosa di importante, per esempio da Teosofia del Dottore per trenta volte singolarmente o fosse possibile una lettura collettiva per tre, cinque o anche piú persone per volta senza inficiare però il risultato.

 

Christian D.

 

 

Riguardo alla lettura ai defunti, non è indispensabile che sia individuale, possiamo leggere anche per trenta o piú persone contemporaneamente. L’importante è visualizzare nella mente le persone, una per una individualmente, e poi dedicare loro la lettura. Sicuramente quella lettura sarà recepita da ognuno nel giusto modo. Ci sarà chi ne avrà meno bisogno, avendo fatto molto velocemente il passaggio dal Kamaloka, ma ci sarà chi ne trarrà grande beneficio. Va benissimo Teosofia, e anche Il Trattato di Massimo. È molto importante aver superato la disperazione iniziale, perché quella crea grandi problemi nel defunto, che avrà difficoltà nel distacco, mentre se cominciamo già da subito a considerare sempre viventi le persone che hanno passato la Soglia, li lasciamo liberi di compiere il necessario cammino che è importante per loro affrontare senza il peso del nostro dolore. Non si tratta di diventare insensibili, ma di trasformare la sofferenza in una visione piú elevata e spirituale, che ci permetterà anche di stabilire presto un collegamento con la persona scomparsa, che sentiremo vicino a noi e potremo persino ricevere da lei messaggi sia durante il sonno sia come ispirazioni.