Terminato il primo anno scolastico dell’Istituto per il Turismo, l’insegnante di tedesco, professoressa Mercuri, visti i pochi progressi fatti durante l’anno, lontani dalle sue aspettative, organizzò un viaggio in Germania per un corso di tedesco estivo in una scuola di Stoccarda.
Insieme a noi del primo anno c’erano anche i ragazzi del corso biennale, che venivano dal Liceo e avevano oltre i diciotto anni. Eravamo una trentina in tutto, e già dal treno si era capito che per noi, piú che la frequentazione di un corso di lingua, quella rappresentava, almeno nei nostri intenti, una vacanza.
Arrivammo a Stoccarda di sera, dopo un lunghissimo viaggio, e la sistemazione fu precisa, come ci si poteva aspettare da un’organizzazione tedesca. Ci attendeva una cena strana, dai sapori insoliti, ma la fame era tanta e la sala della grande pensione dove eravamo alloggiati era piena di risate gioiose.

La mattina dopo, di buon’ora, ci dirigemmo verso la scuola. Era un Istituto con grandi spazi interni, ampi finestroni da cui entrava tanta luce, e un vasto giardino esterno. Le aule spaziose erano dotate, oltre che delle cartine geografiche e della lavagna, anche di un grande schermo.
Pensavamo di seguire un normale corso di tedesco, con regole e compiti, ma l’intento della nostra insegnante era diverso: ci aveva inserito in una scuola per assistere alle lezioni che si tenevano per quegli studenti. Non importava per lei se, almeno all’inizio, poco avremmo capito, l’importante era abituarci ad ascoltare il tedesco. Inoltre, e questo lo comprendemmo bene in seguito, lo scopo era anche fare amicizia con i ragazzi del luogo e parlare con loro: il dialogo sarebbe servito molto piú dei compiti scritti.
Iniziò cosí il nostro assistere alle lezioni, che erano molto diverse da quelle che si tenevano nelle scuole italiane. Non c’erano compiti né interrogazioni con i voti. L’insegnante spiegava e i ragazzi intervenivano con domande, poi scrivevano su un grande quaderno tutto quello che trovavano interessante da ricordare. Le lezioni di arte erano molto stimolanti. Lo schermo serviva per proiettare, con un tipico proiettore cinematografico dell’epoca, le immagini delle opere che venivano trattate di pittura, scultura e architettura. Ogni immagine era commentata e ognuno esprimeva cosa quell’opera gli suggeriva. Le lezioni di geografia erano altrettanto interessanti, e anche per esse sullo schermo si potevano vedere immagini dei luoghi che venivano illustrati per studiarli, ma soprattutto per conoscerli e ritenerli a mente non astrattamente ma visivamente.
I ragazzi avevano cartelle molto particolari, delle tracolle di stoffa fatte e mano che, ci dissero, ognuno si cuciva da sé. Soprattutto le ragazze avevano lavorato di fantasia, con inserti colorati di fiori ricamati. Una mattina ci fu una meravigliosa lezione di musica. Ogni studente si dedicava a uno strumento, e poi quattro o cinque si mettevano insieme formando dei “complessi da camera” di musica classica. I vari quartetti o quintetti si alternavano, sempre molto precisi nell’esecuzione. Ci dissero che di pomeriggio, dopo la scuola, si riunivano a casa dell’uno o dell’altro per suonare insieme.
Per noi quel modo di studiare tutte le materie in modo tanto libero e senza il tormento dei voti era qualcosa di magico! Inoltre c’erano dei laboratori in cui si facevano applicazioni tecniche come la falegnameria, la ceramica o la lavorazione dei metalli.
Gli incontri con i ragazzi tedeschi divennero ogni pomeriggio, al termine della scuola, qualcosa di vivace e pieno di continue sorprese. Si organizzavano giochi insieme all’aperto, e un sabato anche una serata danzante, che coinvolse soprattutto i nostri “grandi”, ma anche noi piú giovani, di quattordici o quindici anni, trovammo dei cavalieri e delle dame per balli molto classici. Da noi, a metà degli anni Cinquanta, già era arrivato il rock and roll, ma lí sembrava ancora lontano…
Naturalmente dopo qualche tempo si cominciarono a vedere delle coppie ben affiatate, soprattutto fra gli studenti della biennale, ma anche noi piú piccoli avevamo ognuno un amico piú speciale, e la nostra insegnante diceva che andava molto bene, perché era il modo migliore per imparare la lingua. E in effetti il dialogo, che i primi giorni stentava, si era fatto piú fluido e la comprensione da entrambe le parti era diventata molto piú facile.
Iniziarono i regali, che quei ragazzi facevano nei laboratori. Un ragazzo, Dieter, che aveva una grande maestria nel lavoro dei metalli, mi regalò un bracciale di rame sbalzato che aveva fatto con le sue mani, L’ho conservato per anni, in ricordo di una simpatia, ancora appena accennata, ma che scaldava il cuore.
La serata finale con i saluti fu un momento di grande commozione e qualche lacrima rigava il viso delle fanciulle piú coinvolte. Ma l’insegnante tagliò corto e disse che quello che lei aveva programmato aveva funzionato: l’importante era aver appreso la lingua parlata!

Lo scoglio della bella Lorelei dal magico canto
Poi il giorno dopo partimmo per un lungo giro della Germania, toccando città come Heidelberg, Magonza, Francoforte, Coblenza, Bonn, Colonia, Düsseldorf, Brema e Amburgo. Una visita approfondita che comprendeva anche un battello sul Reno con la vista dello scoglio della sirena ammaliatrice Lorelei. Diceva la nostra insegnante che non potevamo amare il tedesco se non amavamo la Germania e le sue meraviglie. Tornammo tutti innamorati della Germania, del tedesco e dei ragazzi che avevamo conosciuto, con i quali iniziò uno scambio epistolare, che serví anche per esercitarci nella lingua scritta.
Da parte mia, ero rimasta particolarmente affascinata dalla “scuola tedesca”, di cui parlavo a tutti quelli che mi domandavano come era stato il viaggio. Magnificavo il sistema scolastico tedesco, la libertà dai voti, lo schermo per l’arte e la geografia ecc. Molti mi guardavano credendo poco a quello che raccontavo. Alcuni mi precisavano che sapevano bene come fosse la scuola tedesca, se non come la nostra in alcuni casi persino peggiore, e mi resi conto che pochi credevano a quello che dicevo. Per molti anni ho continuato a raccontare le meraviglie della scuola tedesca, e ricevevo sempre lo stesso sguardo di stupore e nessun credito nei riguardi di quanto dicevo.
Poi incontrai Massimo, l’Antroposofia, e finalmente capii! Non si trattava della “scuola tedesca” ma della scuola Waldorf, e addirittura la prima, fondata dallo stesso Rudolf Steiner! Uno strano destino aver frequentato proprio quella scuola, anche senza saperne niente a quell’epoca. La nostra insegnante, che evidentemente era un’antroposofa, non ci aveva detto nulla, per lasciarci modo di sperimentare individualmente e trarne le nostre personali conclusioni.
Marina Sagramora