
C’è stato un periodo della mia vita che mi era possibile, a notte tarda, recarmi in un lembo di spiaggia ad Ostia, dove l’inquinamento luminoso di Roma era molto attutito. Non che fosse possibile vedere la Via Lattea come succede nelle zone veramente buie del mondo, ma lo spettacolo era sufficientemente pieno e carico di magia; per cui mi sdraiavo per guardare il cielo e, unito allo sciabordio delle onde sulla sabbia, le contemplavo facendomene riempire l’anima e scivolando cosí in un breve ma intenso sonno carico di forze ristoratrici.
La vera esperienza era rendersi conto di quanto l’uomo fosse parte integrante di quell’universo, malgrado il rapporto di grandezza tra l’individuo racchiuso nel fisico e l’infinità del cosmo che la notte si può contemplare.
In un certo senso, ritenere gli uomini minuscoli e insignificanti rispetto a tutto l’universo stellato, è un po’ facile retorica che risponde all’immediato senso di vertigine quando si contempla l’infinito cielo. Ma non è cosí, non ci si sente infinitamente piccoli ed inutili. Al contrario, osservandosi con maggiore profondità, si risveglia un sentimento di profonda appartenenza ed accordo con tutto il firmamento. Ci vuole solo un po’ di coraggio per ammetterlo.

La sopraccitata frase del filosofo tedesco, su cui il nostro Maestro Rudolf Steiner, insiste molto, si riferisce proprio a questo intrinseco rapporto d’unione tra le stelle e l’anima umana.
Per il Dottore riguarda la formazione del mondo morale individuale, che si riceve in dono dalle Gerarchie Spirituali, quando l’anima fra morte e nuova nascita, acquisisce coscienza nel mondo delle stelle, oltre i pianeti.
Eppure nell’esperienza fisica, l’individuo incarnato è una goccia infinitesima, dentro una goccia altrettanto piccola rispetto alla volta celeste, che è la terra fisica e tutto l’infinito cosmo gli è esterno ed estraneo. Come un seme piantato nella terra che rimane infinitamente piccolo fin quando non assurgerà a pianta verso il cielo.
Come il seme ad un certo momento, quando il suo interno è giunto a maturazione rompe la corteccia e nasce la pianta che svetta verso l’alto; cosí l’individuo ad un certo momento rompe la propria corteccia, l’abbandona sulla terra, per svilupparsi quale entità nella sua vera Patria, come spiega nei suoi libri Massimo Scaligero. Il quale, nei nostri incontri, ci diceva che la mancanza di coscienza e ricordo della vita spirituale è fortemente voluta dalle Gerarchie, perché la beatitudine della vita nella vera patria dell’uomo è tale, che nessuno vorrebbe restare sulla terra.
Chiaramente quando una persona cara lascia il mondo fisico si soffre. Giustamente, aggiungerei.
Uno degli errori nei quali il ricercatore può cadere, soprattutto se segue pedantemente gli esercizi, è proprio quella d’inaridire il sentire, giustificandosi con una serie di ragionamenti razionali di contenuto spirituale.
In realtà i sentimenti, ci avverte sempre il Dottore, sono i futuri organi di percezione spirituale, quindi vanno accettati, qualcuno direbbe sopportati, nell’anima. L’unica cosa da fare è impedire ad essi, lo diciamo spesso, di “pensare”, di appropriarsi del pensare, trasformandolo in istinto.
Però piangere il proprio caro, soffrire per la sua dipartita “ci sta tutta”, come si suol dire oggi.

Ma l’idea che sia diventato “Pianta”, cioè che rotto il guscio abbia liberato la sua vera essenza spirituale, preparata, fatta maturare all’interno del proprio corpo per tutta la vita; dovrebbe lenire il dolore, dare speranza di ritrovarsi insieme come vere essenze partecipi del cosmo.
L’essenziale è capire il senso della vita fisica, quale periodo di maturazione di forze spirituali, dentro un guscio corporeo sulla terra, durante il quale tutto l’essere viene nutrito, idratato dall’acqua divina che fu riversata nel mondo dal Cristo durante il mistero del Golgotha.
Quando il vero nettare dell’uomo è pronto, si rompe il guscio e la vera essenza si libera nell’universo.
È importante che sempre piú persone “normali”, senza particolari qualità iniziatiche, se ne compenetrino. Riempiano l’anima piú che la mente di questo senso della vita fisica. Questo aiuterà piú di mille concetti ad arginare la mentalità materialista di quest’epoca.
Ognuno avrà sempre paura della morte. Inutile negarlo; è fondamentalmente importante perché aiuta a non rischiare la vita in tante circostanze.
Il positivismo illuminista ci ha trasmesso l’idea che nel Medioevo si credeva terra “una valle di lacrime”. Non credo sia stato vero, e non vedo un Dante Alighieri cadere in un simile equivoco.
Comunque sarebbe un ideale, ovviamente, errato. Però la terra è un luogo di maturazione spirituale, attraverso le prove ed il Karma.
Già il fatto che si nasca e si muoia, riflettendo, dovrebbe far intendere la vita fisica come un periodo transitorio, durante il quale l’individuo matura, cresce. Poi torna, sotto altra forma, ad essere partecipe di quel mondo stellare che prima di nascere lo ha ricolmato di forze morali, che porterà con sé tutta la vita, giorno dopo giorno, maturandole per poi riversarle nuovamente nelle profondità cosmiche.
Ecco che allora, alzando gli occhi verso la volta stellata, si può capire come un’essenza divina interiore, come una scintilla di luce, risuoni riempiendo l’anima d’incanto.
Massimo Danza
