Che il mondo dell’arte ormai da troppo tempo sia in profonda crisi credo che sia evidente. Molti anni fa leggevo riviste dedicate all’argomento e trovavo sempre almeno alcuni articoli e riproduzioni di opere che mi interessavano. Lentamente ma inesorabilmente anche queste riviste, che consideravo piú serie di altre, hanno ceduto alle mode imperanti e leggerle è sempre piú difficile: mi pare che ormai se le opere non sono fotocopie sbiadite di ciò che provocatoriamente faceva Marcel Duchamp (1887-1968) piú di cento anni fa, non trovino piú spazio in questi periodici.
Ultimamente un’amica mi raccontava come alcuni giovani, poco sopra i vent’anni e tutti abbastanza acculturati, le parlassero del loro imminente viaggio a Parigi e di come lei allora consigliasse la visita ai principali musei della capitale francese o dei dintorni (il Louvre, Il Museo d’Orsay, la reggia di Versailles ecc.). In risposta quei giovani le dissero concordi che non avrebbero perso tempo visitando i musei, poiché le opere si possono facilmente trovare in internet o sui libri. Meglio una rapida visita alle attrazioni della città e a Disneyland Paris.

Tiziano Vecellio «L’Assunta»
E qui mi viene in mente di nuovo un episodio, che ho già raccontato, della mia prima visita all’“Assunta” di Tiziano Vecellio (1488/90-1576), grande pala d’altare della basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia. Ero ancora studente d’Architettura proprio nella città lagunare, e con due amiche e un amico ci recammo a vedere questo grande olio su tavola di quasi 7 metri di altezza per 3,60 di larghezza. Tiziano lo realizzò poco piú che ventenne, e l’opera era cosí innovativa da essere decisamente ammirata dai contemporanei.
Restammo tutti e quattro folgorati, nonostante la differente preparazione di noi in merito all’arte. Forse avevamo scelto la giornata ideale, con una luce cosí tersa che l’immagine del quadro pareva galleggiare davanti alla tavola. Il rosso della veste della Madonna ci veniva incontro come se fosse tridimensionale: un rosso cosí acceso che ci aggrediva dall’alto spiccando nella penombra della basilica gotica. Mai visto niente di simile! Anche se non avessimo saputo nulla della storia sacra rappresentata dal pittore di Pieve di Cadore, l’immagine si imponeva prepotentemente. Era come trovarsi di fronte ad un fenomeno naturale particolarmente inebriante: un meraviglioso tramonto infuocato sopra un’alba adamantina!
Eppure io conoscevo la pala del Vecellio per averla studiata e vista riprodotta sui libri numerose volte, ma solamente trovandomi di fronte all’originale restai cosí colpito. Le grandi dimensioni del dipinto, la luce soffusa della basilica in cui era immerso, la posizione sopraelevata, tutta la cornice dell’architettura gotica concorrevano al risultato finale. Quel dipinto, estrapolato dal contesto in cui Tiziano lo aveva concepito, studiando a lungo l’architettura e la luce dell’ambiente, sicuramente perderebbe gran parte del suo valore. È un’opera a cui Rudolf Steiner ha dedicato uno scritto particolarmente interessante in La missione universale dell’arte, (ed. Antroposofica, O.O. N° 276).
Quindi, tornando ai nostri giovani, come possono limitarsi alla conoscenza delle opere mediate dai libri o dal computer, quando lí sono prive del contesto ambientale e manca anche la percezione delle dimensioni dell’opera stessa? Se il Maestro cadorino avesse realizzato questo dipinto su una tavola alta cinquanta centimetri sicuramente l’effetto sarebbe stato decisamente diverso. E se la tavola non avesse attorno l’atmosfera sacra della basilica, se fosse collocata in un anonimo museo, non farebbe piú lo stesso effetto in chi la contempla.

C’è anche da dire che la visita alle opere dei musei a volte risulta essere faticosa ed errata, poiché tutti vorrebbero vedere tutto e non ci si concentra su nulla. Bisognerebbe restringere il numero delle opere da ammirare in maniera tale da non fare una maratona nelle sale senza mai soffermarsi sufficientemente su alcun dipinto o scultura.

Hugo van der Goes «Crocifissione»
A questo proposito perdonatemi un altro ricordo personale, che mi fa sorridere. Ancora studente a Venezia, avendo però già il tesserino dell’ordine dei giornalisti, potevo accedere al Museo Correr in piazza San Marco senza pagare il biglietto d’ingresso. Questo mi permetteva di entrare piú volte nel Museo senza l’ansia di dover giustificare l’esborso del biglietto restandoci per ore guardando tutto. Avendo sempre poco tempo, mi precipitavo ad andatura svelta nell’ultima sala, osservato con stupore e perplessità dai custodi allarmati, per andare a contemplare piú che potevo la minuscola crocifissione di Hugo van der Goes (1440-1482) che mi piaceva tanto. Poi tornavo indietro, sempre senza degnare di uno sguardo le altre sale, ed uscivo seguito ancora dagli sguardi impensieriti dei guardiani.
Quindi usufruire della visione dell’arte su libri e computer può certamente essere utile ma non può sostituire la contemplazione diretta dell’opera stessa.

È celebre anche lo studio di Walter Benjamin (1892-1940) L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, del 1936, in cui il filosofo tedesco analizza i problemi relativi alla diffusione di massa dei capolavori tramite fotografia ed altri mezzi di riproduzione, come la litografia, la serigrafia ecc.
Concludo come al solito con le parole illuminanti di Rudolf Steiner in Arte e conoscenza dell’Arte (ed. Antroposofica, O.O. N° 271):
«L’artista non porta il divino in terra, facendolo fluire nel mondo, ma solleva il mondo alla sfera del divino. …Per chi vive nella veggenza è senz’altro un’esperienza che la sorgente, la vera sorgente dalla quale attinge l’artista, è proprio la stessa nella quale il veggente, l’osservatore dei mondi spirituali, fa le sue esperienze. Solo che fra il modo col quale il veggente cerca di fare le sue esperienze e di tradurle in concetti e in pensieri, e il lavoro dell’artista vi è una differenza, una notevole differenza, e di essa forse oggi potremo parlare. Va comunque sottolineato che la sorgente alla quale attingono artista e veggente è in realtà la stessa.

…Se di solito non parliamo dei mondi soprasensibili è solo perché non comprendiamo neppure quello sensibile, e soprattutto non capiamo quel che una volta la cultura umana spirituale conosceva e che ora è andato perduto, si è fatto superficiale: l’arte. Se impariamo a capire l’arte, essa ci dà la vera prova dell’immortalità e anche dell’“innatalità” umane. E ne abbiamo bisogno, perché la coscienza si estenda oltre l’orizzonte delimitato da nascita e morte, perché riallacciamo alla vita ultraterrena quel che abbiamo nella nostra vita fisica sulla terra».
Mi suona terribile la frase inerente all’arte che è “andata perduta e fatta superficiale”…
Carmelo Nino Trovato
