Psicologia spirituale e osservazione del mondo

Esoterismo
Psicologia spirituale e osservazione del mondo

I fondamenti epistemologici della Teosofia – III

Nelle precedenti conferenze ho cercato di abbozzare l’attuale teoria della conoscenza nelle sue idee fondamentali, come è praticata nelle nostre università e dai filosofi, pensatori e ricercatori che fanno riferimento a Schopenhauer, a Kant e ad altri simili pensatori tedeschi. Ho cercato contemporaneamente di indicare che tutta l’evoluzione scientifica del XIX secolo, sia nella fisica, sia nella fisiologia sia anche nella psicologia, ha in fondo adottato e trovato giusta la teoria della conoscenza di Kant o la stessa elaborata da Schopenhauer ed Eduard von Hartmann. Abbiamo cosí mostrato che questa specie di teoria della conoscenza, che possiamo chiamare illusionismo, ci rimanda totalmente alla nostra propria coscienza e fa del mondo intero un mondo di rappresentazione, e sembra in fondo essere la sola cosa giusta. Questo sembra tanto evidente che oggi colui che volesse mettere in dubbio il principio “il mondo è la mia rappresentazione” passerebbe sicuramente per un novellino in filosofia.

Magritte «L’occhio e il mondo»

Magritte «L’occhio e il mondo»

Adesso mi permetterete anche di parlare dello spirituale, perché vi ho presentato quasi la totalità degli argomenti che hanno condotto a questa teoria illusionista della conoscenza. Vi ho mostrato gli argomenti che portano a questa conoscenza che è “il mondo è la nostra rappresentazione”; vi ho mostrato come tutto quello che ci circonda, che sia il mondo della sensazione della temperatura, quello del tatto e cosí via, è annientato dal modo di osservazione della fisiologia dei sensi. Queste percezioni, rappresentazioni e concetti appaiono infine come generati dall’anima dell’uomo, come un prodotto autonomo dell’uomo. La conoscenza che cerca di fondare ovunque tutto questo corrisponde alla teoria di Schopenhauer “il mondo è la nostra rappresentazione” secondo cui non esiste il cielo, ma solo un occhio che lo vede, non ci sono suoni, ma solo un orecchio che li sente.

Potete forse credere che io volessi confutare questi differenti punti di vista della teoria della conoscenza. Ho mostrato dove portano, ma non prendetelo come una confutazione dei differenti punti di vista. Il teosofo non conosce alcuna confutazione. Non conosce quello che si chiama “adottare in filosofia un solo punto di vista”. Coloro che professano un sistema filosofico, credono che questo soltanto sia quello assolutamente giusto. Possiamo cosí vedere Schopenhauer, Hartmann, i seguaci di Hegel e di Kant combattere partendo da questo punto di vista. Ma che non può mai essere il punto di vista del teosofo. Il teosofo vede le cose diversamente. In senso ampio, per lui non esistono neppure dispute fra le varie religioni, perché capisce che un nucleo di verità è il fondamento di tutte loro, e che la lotta fra buddisti, maomettani e cristiani non è giustificata. Il teosofo sa cosí che un nucleo di conoscenza si trova in ogni sistema filosofico, che in ognuno di essi è nascosto, a diversi livelli, qualcosa della conoscenza umana.

Non si tratta di confutare Kant o Schopenhauer. Colui che ha delle oneste aspirazioni può sbagliarsi, ma confutarlo non è alla portata del primo arrivato. Per noi deve essere chiaro che tutti questi spiriti tendevano alla verità dal loro punto di vista, e che troveremo un nocciolo di verità nei differenti sistemi filosofici. Per noi non si tratta nemmeno di determinare chi ha ragione e chi ha torto. Colui che si fissa sul suo proprio punto di vista e poi paragona fra di loro i vari punti di vista, dicendo di non poter ammettere che questo o quello è simile, dal punto di vista della conoscenza filosofica, ad un collezionista di francobolli. Perfino colui che si trova ad un livello elevato della conoscenza non è ancora salito sul piú alto scalino della comprensione. Siamo tutti sulla scala dell’evoluzione. Anche colui che si trova piú in alto non può porre un giudizio assoluto a proposito della verità, dello spirito universale. E quando siamo saliti su un gradino superiore della conoscenza, abbiamo allora ancora solo un giudizio relativo, ma che si allargherà sempre di piú mano a mano che accederemo a vertici piú elevati.

Quando abbiamo compreso le basi del sistema teosofico, ci appare temerario di parlare di un filosofo se, a livello sperimentale, non ci possiamo porre dal suo punto di vista, tanto da poter ugualmente provare la verità dei suoi pensieri come potrebbe fare lui stesso. Ci si può sempre sbagliare, ma non è lecito porsi, come farebbe un sofista, in un punto di vista che rende impossibile esaminarne un altro. Vi darò un esempio preso dall’evoluzione spirituale tedesca, che mostra come sia possibile abbracciarla con lo sguardo, come ho appena descritto.

Filosofia dell'inconscioNegli anni Sessanta, è sorta l’aurora del darwinismo, che fu subito interpretato in un senso materialistico. L’interpretazione materialistica rappresenta una unilateralità. Ma coloro che interpretarono cosí si consideravano infallibili; i materialisti degli anni Sessanta si consideravano infallibili nelle loro deduzioni. Apparve poi Philosophie des Unbewußten (La Filosofia dell’In­conscio) di Eduard von Hartmann. Non la difenderò. Anche se ha i suoi aspetti unilaterali riconosco tuttavia che il suo punto di vista è ben superiore a quello di un Vogt, di un Haeckel e di un Büchner. Per questa ragione i materialisti l’hanno preso per minestra riscaldata di Schopenhauer. Poi apparve un secondo libro, che con degli argomenti pertinenti confutò totalmente La Filosofia dell’Inconscio. Si credette che questo poteva venire solo dai ranghi degli scienziati. «Diteci il suo nome – scrisse Haeckel – e lo considereremo come uno dei nostri». Apparve poi la seconda edizione e l’autore manifestò il suo nome: era lo stesso Eduard von Hartmann. Egli dimostrò cosí di potersi adeguare completamente al punto di vista degli scienziati. Se avesse messo subito il suo nome sull’opera, lo scritto non avrebbe raggiunto il suo scopo. Vedete perciò che colui che è ad un livello superiore può mettersi anche ad uno inferiore, e che lui stesso è in grado di presentare tutto quello che ci vuole contro il punto di vista superiore. Dunque, soprattutto dal punto di vista teosofico, nessuno può avere l’audacia di parlare di un sistema filosofico se non è cosciente di averlo compreso interiormente.

Per questo non si tratta dunque di confutare il kantismo e lo schopenauerismo. Dobbiamo andare oltre questi comportamenti infantili. Dobbiamo mostrare che quando vengono studiate fino al loro vero nucleo, queste filosofie portano lontano. Per questa ragione, a titolo di prova, mettiamoci dal punto di vista della teoria della conoscenza soggettiva, che conduce a questo principio: il mondo è una mia rappresentazione. Essa vuole superare il realismo ingenuo, secondo il quale quello che è davanti a me è vero, mentre i teorici della conoscenza hanno trovato che tutto quello che mi circonda non è che una mia rappresentazione.

Se si volesse restare a questo punto di vista della teoria della conoscenza, ogni base teosofica di una visione della vita sarebbe vana. Sappiamo che ciò che conosciamo del mondo non sono unicamente delle rappresentazioni. Se fossero solo delle costruzioni soggettive del nostro Io, non potremmo mai superarle. Potremmo pronunciarci su un valore di verità solo di quello che conosciamo. Nella visione teosofica del mondo, non potremmo mai considerare le cose come essenziali, ma soltanto come costruzioni soggettive del nostro Io. Per questo saremmo continuamente rinviati al nostro Io. Se avessimo per noi soli quello che cerchiamo negli abissi della nostra vita di rappresentazione, non potremmo mai dire che ci potrebbe arrivare una nuova informazione da un qualsiasi mondo superiore, ma questo avviene solo perché nel nostro mondo soggettivo abbiamo le manifestazioni di un mondo vero e reale. È su questo che deve basarsi quello che dobbiamo rappresentarci come Teosofia. Per questo la Teosofia non potrà mai difendere il principio: il mondo è la mia rappresentazione.

Perfino in Schopenhauer possiamo vedere che egli va oltre il principio che il mondo è la mia rappresentazione. In Schopenhauer c’è anche l’altro principio, che si ritiene completi il primo: il mondo è volontà. Schopenhauer ci arriva allo stesso modo di un teosofo. Dice: tutto quello che c’è nel cielo stellato è solo una mia rappresentazione, ma c’è una cosa, la mia propria esistenza, che non riconosco come mia rappresentazione. Agisco, faccio, voglio; è una forza nel mondo in cui sono in me, cosicché so da me stesso quello che è il fondamento della mia rappresentazione. Tutto quello che mi circonda può dunque ben essere una mia rappresentazione, ma io, io sono la mia volontà. Con questo Schopenhauer ha cercato di arrivare ad un punto solido, che non ha però mai potuto veramente raggiungere. Perché questo principio si annienta da sé; basta pensare fino alla fine per scoprire che è quanto il matematico definisce ragionamento dell’assurdo o apagogia.

Non si può togliere nemmeno una piccola pietra alla costruzione che Schopenhauer ha edificato per noi. Quando abbiamo le sensazioni del tatto, del calore e del freddo sappiamo che in questo abbiamo solo delle rappresentazioni del nostro Io. Siamo logici: come conosciamo noi stessi? Non vediamo nessun vero colore, sappiamo soltanto che c’è un occhio che vede il colore. Ma da cosa sappiamo che un occhio vede, che c’è una mano che ha la sensazione? Solo per il fatto che li percepiamo, come percepiamo una qualsiasi altra cosa, è un’impressione sensoriale quando vogliamo conoscere il mondo esterno. Cosí la conoscenza di noi stessi è legata alle stesse leggi e alle stesse regole di quelle alle quali è legata la legge del mondo esterno. E quanto è vero che il mondo è la mia rappresentazione, deve essere altrettanto vero che io stesso, con tutto quello che è in me, sono una mia rappresentazione. Aggrapparsi ai capelliPer questo arriviamo a considerare tutta la filosofia di Schopenhauer, tutto quello che è pensato in merito al mondo soggettivo ed obiettivo come una semplice rappresentazione. Abbiate ben chiaro il fatto che soltanto questa può essere la vera ed autentica conseguenza della filosofia di Schopenhauer. Ma si deve allora anche ammettere che tutto quello che egli ha constatato su se stesso non è altro che la sua rappresentazione. E con questo siamo arrivati a quello che il matematico chiama un ragionamento per assurdo, come il fatto di tirarsi su afferrando i propri capelli. Siamo in pieno delirio. Non abbiamo piú nessun punto di riferimento. Abbiamo annientato il realismo ingenuo,  ma abbiamo dimostrato allo stesso tempo che questo conduce al nichilismo. Se questa deduzione conduce all’assurdo, bisogna allora cercare un altro punto di vista.

Lo stesso Schopenhauer l’ha fatto. Ha detto: se voglio arrivare al reale, non sono autorizzato a restare nella rappresentazione, devo, al contrario, progredire fino alla volontà. Con questo Schopenhauer divenne un realista, certo in un altro modo che Herbart, il quale dice che dobbiamo cercare il reale nel non contradittorio. Per questo enuncia numerose cose reali. E Schopenhauer fa lo stesso.

Ora, è vero, proprio vero, che il mondo che mi circonda è appa­renza. Ma come il fumo indica che c’è un fuoco, nello stesso modo l’apparenza indica che c’è un’entità che ne è il fondamento.

Herbart cerca di risolvere il problema in modo monadologico, come fece anche Leibniz. A dire il vero, in Herbart è colorato di kantismo. Leibniz visse prima di Kant, era ancora libero dalla sua influenza. Schopenhauer adotta il seguente punto di vista: io so da me stesso che sono un essere che vuole. Questa mia volontà di esistere garantisce il mio essere. Io sono volontà e mi manifesto nel mondo in quanto rappresentazione. Come io sono volontà e mi manifesto, cosí è anche per le altre cose, ed esse si manifestano all’esterno. Come l’Io esiste in me, anche la volontà risiede in me, e in cose esterne risiede la volontà di quelle cose. Schopenhauer ha cosí mostrato la via della conoscenza di sé ed ha con questo riconosciuto implicitamente che si possono veramente conoscere le cose solo stando all’interno del loro essere.

Certo, se il realismo ingenuo ha ragione dicendo che le cose sono al di fuori di noi, che non hanno strettamente niente a che vedere con il nostro Io, e che noi abbiamo conoscenza delle cose al di fuori di noi unicamente per nostra rappresentazione, dunque se il loro essere resta al di fuori di noi, allora non si può sfuggire allo schopenhauerismo. La parte meno giustificabile è la seconda: il mondo è la mia volontà.

Sigillo e improntaLo capirete subito. Quando vi formate una rappresentazione, questo fatto può essere paragonato ad un sigillo e alla sua impronta. La “cosa in sé” è uguale al sigillo, la rappresentazione corrisponde alla sua impronta. Del sigillo, tutto resta all’esterno della sostanza che riceve la sua impronta. L’impronta, ovvero la rappresentazione, è del tutto soggettiva. Io non ho niente in me della “cosa in sé”, come il sigillo stesso non entra mai nella sostanza della sua impronta. È qui che sta il pensiero fondamentale della concezione soggettiva. Schopenhauer dice: io non posso conoscere una cosa che standone all’interno. È anche quello che dice Julius Baumann che in forma allusiva ha anche la teoria della reincarnazione, pur non essendo teosofo. Ma questa sua maniera di pensare ha condotto Julius Baumann ad applicarla anche al fondamento della teoria della conoscenza. Pure se questa forma di pensare è rimasta in lui allo stato elementare, egli è tuttavia in cammino.

Non esiste effettivamente altra possibilità per conoscere una cosa che di infilarcisi dentro. E questo non è possibile se diciamo che la cosa è al di fuori di noi e che ne abbiamo soltanto la conoscenza; in questo modo niente può entrare in noi. Ma se noi stessi potessimo entrare nella cosa, allora potremmo conoscere l’essenza delle cose. Ad un teorico della conoscenza attuale, questo sembra essere il pensiero piú assurdo che ci sia. Ma è soltanto un’apparenza. Certo, secondo i presupposti della teoria della conoscenza occidentale, essa appare cosí. Ma non è apparsa sempre cosí, soprattutto a coloro il cui Spirito non era annebbiato dai princípi di questa teoria della conoscenza.

Sarebbe possibile un’eventualità: forse noi non siamo mai veramente usciti realmente dalle cose. Non abbiamo forse mai alzato questa stretta separazione, mai aperto quest’abisso che, secondo Kant, dovrebbe separarci dalle cose in maniera assoluta. Ci viene allora da pensare che possiamo essere nelle cose. Ed è il pensiero fondamentale della Teosofia. Questo pensiero vuol dire che il nostro Io non ci appartiene, non è rinchiuso nell’edificio sbarrato come ci appare la nostra organizzazione; al contrario, l’uomo individuale non è che una forma di apparizione dell’Io divino del mondo. Egli è per cosí dire un riflesso, un’emanazione, una scintilla dell’Io universale. È un punto di vista che ha governato gli spiriti durante i secoli, prima che esistesse una filosofia kantiana. I piú grandi spiriti non hanno mai pensato altrimenti che in questo senso.

Giovanni Keplero ha studiato la struttura del sistema planetario ed ha concepito l’idea che i pianeti girino attorno al Sole sotto forma di ellissi. Si tratta di un pensiero per farci acquistare una particolare visione dell’essenza del cosmo. Voglio adesso citarvi le sue parole, affinché vediate qual era il suo modo di percepire: «Molti anni fa mi è apparsa la prima aurora, molte settimane fa è sopraggiunto il giorno, qualche ora fa è arrivato il Sole. Ho scritto un libro. Coloro che leggono e comprendono il libro mi stanno bene, degli altri poco m’importa…». Pensiero che ha aspettato a lungo prima di potersi mettere a brillare nuovamente nella testa di un uomo. Parlare partendo dalla conoscenza che quello che è nel nostro Spirito e che noi conosciamo del mondo è la stessa cosa di quello che il mondo ha prodotto; che non è per caso che vediamo i pianeti descrivere delle curve ellittiche, ma che al contrario esse devono esservi state introdotte dallo Spirito creatore stesso; che non siamo degli imbrattacarte che si accontentano di farsi delle idee sull’universo, ma che quello che è contenuto nel nostro Spirito si attiva da sé a creare all’esterno. Per questa ragione Keplero, grazie a quello da lui scoperto come idea fondamentale dell’universo cosmico, era persuaso che lui stesso non era che la scena umana sulla quale è apparsa quest’idea vivente nell’universo, impregnandola dei suoi flussi affinché potesse essere riconosciuta.

Al telefonoA Keplero non sarebbe mai venuta l’idea di dire che quanto aveva conosciuto dell’universo era solo la sua rappresentazione; avrebbe al contrario detto questo: «Quello che ho riconosciuto mi dà una informazione su quello che c’è realmente all’esterno, nello spazio». Se si fosse detto a Keplero che era solo una sua rappresentazione e non qualcosa di obiettivo all’esterno, egli avrebbe osservato: «Credi veramente che quello che mi porta un messaggio dell’altro esiste solo quando ricevo il messaggio?». Quindi, colui che si attiene alla teoria della conoscenza soggettivistica, quando è davanti a un telefono, dovrebbe dirsi: il signore di Amburgo che mi chiama adesso è una mia rappresentazione; lo percepisco solo come mia rappresentazione.

Questo iter di pensiero ci conduce dunque da solo a porre questa domanda: com’è possibile riconoscere realmente il principio che conosciamo l’essere solo quando entriamo nell’essenza stessa delle cose, quando possiamo identificarci con esse? Questa è la teoria della conoscenza di coloro che vogliono avere un punto di vista piú profondo e piú chiaro nei confronti della visione moderna del mondo.

Hamerling ha scritto un buon libro, L’Atomismo della volontà. È un pensatore serio e ha dei pensieri seri. Sono scritti in senso schopenhaueriano, ma sono pensieri che si sforzano di arrivare all’essenza delle cose.

Hamerling dice che una cosa è assolutamente sicura, ed è che nessun uomo metterà in dubbio la propria esistenza, nessun uomo ammetterà che lui stesso è solo un’esistenza pensata, che la sua esistenza cessa quando non pensa piú. Anche Schiller un giorno ha in effetti detto: anche se Cartesio afferma “penso, dunque esisto”, nondimeno spesso io non ho pensato, eppure esistevo.

Hamerling cerca di ritrovare una concezione simile a quella di Schopenhauer: devo anche riconoscere un sentimento di esistenza a tutto il resto degli esseri. L’Io e l’atomo sono per lui i due poli. Ma tutto questo è abbastanza misero, e anche il libro di Hamerling lo è. Per sfuggire ad ogni tipo di illusione, cerca di proporlo dicendo che possiamo realizzare l’esistenza soltanto nell’àmbito di quella in cui noi stessi ci troviamo. Hamerling cerca di esporre tutto questo con tutta la perspicacia possibile. Fechner cerca di mettere il sentimento in generale al posto del sentimento di esistere. Dice: Herbart ha fatto l’errore di voler arrivare alla realtà concreta con il semplice pensiero. Ma cosí non arriviamo all’Io. Semmai, l’Io si stacca dal supporto del sentire. Avrebbe potuto scrivere, al pari di Schopenhauer, del mondo come sentimento e rappresentazione. E Hamerling avrebbe potuto scrivere del mondo come atomo, volontà e rappresentazione. Frohschammer ha scritto riguardo alla immaginazione creatrice in quanto creazione dell’universo che garantisce la vera esistenza, come Schopenhauer l’ha fatto riguardo alla volontà. Cercava di presentare la natura tutta intera all’esterno come una produzione dell’immaginazione creatrice. Tutti cercano di uscire dall’assurdità della filosofia di Kant.

Adesso è necessario un sottile iter di pensiero, e ogni persona che vuole avere voce in capitolo deve farlo. Grazie a cosa arriviamo generalmente a porre un qualsiasi principio in merito a cos’è la nostra conoscenza? Da chi ci sentiamo chiamati a dire che il mondo è la nostra rappresentazione, è volontà, o immaginazione creatrice o un’altra cosa del genere? Una cosa qualunque deve darci la possibilità e la facoltà di mettere noi stessi, di mettere la nostra facoltà di conoscenza e la nostra facoltà di rappresentazione in rapporto con il mondo.

Giudice accusa difesaRappresentatevi l’opposizione fra l’Io e il resto del mondo, voglio dire che dovete dire come conoscete il vostro Io e il resto del mondo. Prendete due opposti: un accusatore di un criminale e un difensore. Uno ha un giudizio che parte da un punto di vista, l’altro da un altro. Nessuno dei due può essere chiamato ad esercitare una obiettività totale. Soltanto il giudice, che obiettivamente si trova al di sopra di loro, può pronunciare un giudizio. Rappresentatevi quello che i due espongono ed anche il giudice, che soppesa obiettivamente le due cose. Una persona non può mai giudicare da sola, ed altrettanto l’Io non può decidere da solo su quello che è il suo rapporto con il mondo. L’Io isolato è soggettivo, mai potrebbe decidere da solo sul suo rapporto con il mondo. Una teoria della conoscenza non sarebbe mai possibile se ci fosse soltanto un Io da una parte ed il mondo dall’altra. Devo acquistare nel mio pensare un punto di vista obbiettivo ed uscire grazie a questo al di sopra di me stesso e al di sopra del mondo. Se resto interamente all’interno del mio pensare, questo è impossibile come è impossibile al pensare dei seguaci di Kant e Schopenhauer. Immaginatevi Kant seduto al suo tavolino da lavoro e che esprime dei giudizi unicamente a partire da se stesso. In questo modo è impossibile arrivare ad un giudizio obiettivo. È possibile alla sola condizione che io sia in grado di stabilire il mio pensare in quanto giudice di me stesso e del mondo: se esiste qualcosa che sia al di sopra di me.

Ora, già la piú piccola riflessione su voi vi mostra che il vostro pensare è qualcosa che si eleva al di sopra di voi stessi. Non è vero che si tratta di una semplice illusione, che sia una semplice apparenza il fatto che due per due fa quattro, che tutte le verità che appaiono con una validità assoluta, l’hanno soltanto nella vostra coscienza. Riconoscete che il loro carattere oggettivo si eleva al di sopra della loro validità soggettiva, riconoscete la validità di questo elemento oggettivo. Che due per due faccia quattro non ha niente a che vedere con il vostro Io. Niente, nel dominio della saggezza, ha a che vedere con il vostro Io. Perché voi potete elevarvi ad un pensare obiettivo, autonomo, potete anche formulare un giudizio obiettivo sul mondo. Tutti i pensatori lo presuppongono, altrimenti non potrebbero mai mettersi là a riflettere sul mondo. E se non ci fossero che questi due pensieri da sapere – io sono nel mondo ed il mondo è in me – non si potrebbero fondare né il kantismo né lo schopenhauerismo. Dovete riconoscere che siete autorizzati ad emettere giudizi sulla verità. Perché in seno al nostro pensare c’è qualcosa che è al di sopra del nostro Io. L’hanno ammesso tutti i filosofi che non si sono impantanati nel kantismo, che pensavano senza pregiudizi in modo monadologico. Tutti coloro che hanno pensato in questo senso le vere reali cose del mondo, le hanno pensate come spirituali. Le hanno considerate spirituali. Risaliamo fino a Giordano Bruno, Leibnitz, fino a coloro che si sono sforzati di conferire le loro qualità alle cose reali, troverete che hanno pensato in modo monadologico, che hanno riconosciuto nel pensare quello che veniva dal fondamento originale, dallo Spirito. Ma se lo Spirito è ciò che costituisce l’essenza delle cose, in rapporto a questa visione del mondo allora anche le teorie della conoscenza di Kant e Schopenhauer si pongono dal punto di vista di un realismo ingenuo.

Luce del mondoRitorno al mio paragone. Pensate che niente della sostanza del sigillo viene sulla sua impronta, ma che quello che importa è quello che è scritto, il vostro nome che è sul sigillo, cioè lo Spirito. Potete dire allora: è effettivamente possibile che niente della sostanza passi dall’altra parte, eppure qualcosa passa, non fosse che il vostro nome impresso sul sigillo; esso passa dall’altro lato a partire dal mondo dello Spirito. Attraversa dall’altro lato, malgrado tutti i muri che abbiamo costruito. Diventa allora innegabile che la teoria della conoscenza di Schopenhauer è parzialmente esatta, poiché noi attraversiamo i muri. Lasciate sussistere tutte queste supposizioni. Ammettete che niente passa della sostanza del sigillo, ma lo Spirito passa perché entra in noi sotto la sua vera forma, dato che in verità noi proveniamo da lui. Perché siamo una scintilla di questo Spirito dell’uni­verso, viviamo in lui e lo riconosciamo. Quando lo Spirito bussa alla porta del nostro occhio, del nostro orecchio, sappiamo molto esattamente che non si tratta solo della nostra sensazione soggettiva, vediamo al contrario chi è all’esterno. Cosí abbiamo chiaro il fatto che lo Spirito, all’esterno, cerca gli intermediari che abbiamo indicato essere i mediatori dello Spirito. Se è vero che l’universo è Spirito nella sua essenza fondamentale, ci possiamo porre interamente dal punto di vista che adottano Kant e Schopenhauer. Tutto è giusto, ma non va molto lontano. È facile schierarsi con Kant e Schopenhauer. Ma bisogna andare oltre loro, perché è esatto che è lo Spirito a vivere in ogni cosa, e che lo Spirito si volge verso noi bussando alla nostra porta per donarci la sua essenza. Cosí si conferma effettivamente in senso teosofico quello che esige Baumann per una vera conoscenza delle cose, cioè che dobbiamo metterci all’interno delle cose. Siamo cosí posti all’interno dello Spirito dell’universo e siamo un solo essere con lui.

Oggi ho rivestito di immagini il pensiero fondamentale di questa filosofia. Nella mia Filosofia della Libertà troverete un trattato filosofico a questo soggetto, e vi troverete anche i punti di vista opposti. Ho esposto come Schopenhauer, Kant e i neo-kantisti affermino il punto di vista che noi non superiamo la rappresentazione, e come abbiano in seguito – a mezza strada – superato il realismo ingenuo. Ma siccome partono dalla “cosa in sé” e mostrano come non si possa uscire da sé, restano tuttavia ancora intrappolati nel realismo ingenuo, perché cercano la verità nel sostanziale. Tutti i teorici moderni della conoscenza possono immaginarsi, tanto quanto vogliono, di aver superato il realismo ingenuo, ma vi stanno dentro ancora con un piede, perché non si sono ancora liberati dall’abitudine di fondare tutto sulla materia.

Solo la Teosofia può condurci alla porta della conoscenza. Se vogliamo trovare l’oggetto della conoscenza, essa ci conduce fino a poter dire che la vera essenza del mondo è lo Spirito. A partire dal momento in cui arriviamo a quella porta, il proseguimento del cammino è lo Spirito. Lo Spirito costituisce il fondamento dell’intero universo.

Ecco quello che volevo esporvi, anche se questo è avvenuto brevemente e sotto forma di abbozzo. L’uomo è certo un’impronta del sigillo del mondo. Ma la sua essenza non sta in quanto è materiale. Possiamo perciò conoscere quest’essenza in ogni momento, perché essa risiede nello Spirito. Lo Spirito scorre nella materia, in noi, come il nome che si trova sul sigillo e sulla sua impronta.

Credo di aver mostrato che ci si può porre anche dal punto di vista della filosofia magistrale, salvo che allora si deve conoscerla meglio dei filosofi magistrali stessi. Ciascuno troverà allora anche da noi la via della Teosofia, anche se adotta il punto di vista avverso. Potete adottare ogni punto di vista, a condizione che non vi lasciate mettere dei paraocchi. A partire da ogni filosofia, potrete trovare la via della Teosofia.

Filosofia come orientamento sul mondoIl miglior modo di superare Schopenhauer è di conoscerlo a fondo. La maggior parte delle persone lo conosce solo poco. Ma bisogna anche penetrare nell’essenza delle cose, sapersi mettere dal suo punto di vista. Esistono dodici volumi di Schopenhauer che ho pubblicato in versione di critica. Mi sono dunque occupato di Schopenhauer per diversi anni. Per questo credo di conoscerlo un po’. Quando lo si conosce e si afferra veramente il suo pensiero, allora si arriva al punto di vista teosofico. Ma non ad una mezza-conoscenza, perché questa fa sviare dalla Teosofia. La metà del sapere occidentale distoglie prima di tutto dalla Teosofia, conduce al soggettivismo, all’idealismo e cosí via. Ma se fate in modo che divenga un sapere completo, intero, allora anche l’Occidente conoscerà la Teosofia.

Ho già menzionato Julius Baumann. Egli sa cos’è la conoscenza autentica, anche se non è ancora arrivato a quanto costituisce la grandezza della Teosofia, che credo aver indicato con piccole allusioni. Perché il vero sapere non contraddice per nulla la Teosofia. Essa è giustamente la visione del mondo che introduce ovunque la pace e la tolleranza. Tutte queste verità che ho menzionato sono scalini che conducono alla verità nel vero senso del termine. Kant si è un po’ elevato su questi gradini e anche Schopenhauer. Uno di piú e l’altro di meno. Sono ambedue sulla via. Si tratta sempre di sapere quale distanza hanno percorso su questa via. Neppure la Teosofia ha la presunzione di essere in cima. La via giusta è la via stessa, quella che si trovava scritta sui templi greci: «Conosci te stesso». Siamo della stessa essenza dello Spirito dell’universo. Come conosceremo la nostra propria essenza, cosí conosceremo quella dello Spirito dell’universo. La Teosofia è questo: «Ascensione del nostro Spirito fino allo Spirito universale».

 

Rudolf Steiner 


Dalle annotazioni di uditori presenti alla conferenza di Rudolf Steiner.

Berlino, 17 dicembre 1903 ‒ O.O. N° 52. Traduzione di Angiola Lagarde.