Conoscere i Vangeli

Spiritualità

Conoscere i Vangeli

Nella lettura del brano del Vangelo di Luca 2, 1-20, troviamo come protagonisti i Magi, i sapienti dell’Oriente, coloro che conoscevano i misteri del cielo stellato, dell’astronomia e del­l’astrologia. Dicono infatti: «Abbiamo visto sorgere la sua stella».

Da un punto di vista storico, non si sa bene quale ruolo avessero i Magi, i màgoi o magousaîoi (aramaico magûšâia, pl. di magûšâ, da maga, «dono» di Dio), nella religione persiana, ma certo erano una tribú sacerdotale, una corporazione religiosa da cui provenivano i capi spirituali del mazdeismo, dell’antica religione persiana riformata dal profeta Zarathušthra: una religione tutta fondata sull’opposizione fra Luce e Tenebre, Bene e Male, Verità e Menzogna.

I Magi erano, secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, una casta ereditaria di sacerdoti, come in India i brahmani o in Israele i Leviti: erano per antonomasia i sacerdoti orientali, che avevano la funzione di interpretare i sogni (Erodoto I, 107), di cantare gli inni e di fare i sacrifici. Erano comunque i sacerdoti tradizionali che avevano aderito alla riforma di Zarathušthra.

I tre Re Magi - Mosaico di Sant'Apollinare Nuovo - RavennaLa memoria dei Magi si è conservata per tutta la storia del cristianesimo: nella basilica di Sant’Apollinare a Ravenna i Magi sono raffigurati nelle vesti tradizionali persiane, con i pantaloni e il cappello frigio; poi nel IX secolo la tradizione (con Agnello di Ravenna) ne fissò i nomi: Gaspare è ara­bo, Melchiorre (Melqon) è persiano, Baldas­sarre è indiano. Si sa anche che Marco Polo ne venerò le spoglie a Sâwah (Seuwa?), in Persia. Ma al di là del ruolo storico dei Magi, queste figure rappresentano nel racconto evangelico qualcosa di ben preciso: come i pastori simboleggiano l’ideale del Giusto, i Magi simboleggiano l’ideale dell’Iniziato.

L’Iniziato era nell’antichità il conoscitore del volere degli dèi, colui che aveva acquisito familiarità con il mondo spirituale grazie a un profondo cammino intessuto di speculazione e di conoscenza: era l’adepto dei misteri orfico-pitagorici, dei misteri egizi, dei misteri mitriaci. Si diveniva Iniziati perseguendo il “conosci te stesso” e lo scopo dell’Iniziazione era l’ottenimento dell’immortalità, il divenire un dio in terra. Dopo un’astinenza di dieci giorni, l’anima (il corpo eterico) viveva una condizione di lipopsichia: si sentiva cioè staccata dal corpo fisico e riceveva la “visione della divinità” (epoptia).

L’ultimo grande esempio di saggio o di Iniziato che l’antichità ci ha lasciato è stato il teurgo neoplatonico (III secolo d.C.). La parola greca teurgo fu creata in contrapposizione con la parola teologo: colui che agisce sugli dèi o sul Divino si differenzia da colui che parla del Divino. Questa teurgia venne apertamente professata e praticata dai neoplatonici ateniesi, tanto che Proclo ne scrisse, riuscendo ad avere persino alcune personali visioni mistiche. Ma proprio perché l’Iniziato diviene “un dio”, la fiducia nella conoscenza diviene fiducia nella magia, tanto che lo stesso Proclo, nella Theologia platonica, presenta la teurgia come «un potere piú elevato di qualsiasi umana sapienza, che ha in sé i benefíci della divinazione, le forze purificatrici dell’Ini­ziazione e, in una parola, tutte le operazioni della possessione divina». Il saggio neoplatonico, il teurgo, usa la magia a fini religiosi, per acquisire l’immortalità o la divinizzazione dell’anima.

È interessante osservare che questa via di divinizzazione si fonda su una serie di corrispondenze umano-cosmiche che sempre il pensiero antico ha riconosciuto e che la corrente neoplatonica ci ha tramandato con dovizia di particolari. Se ne coglie un esempio nella “tecnica iniziatica” (telestiké epistéme) che serviva a consacrare statue magiche per ottenere oracoli: una serie di simboli (animali, pietre o gemme incise, erbe, profumi, formule) legati a una certa divinità da un rapporto “simpatico” venivano nascosti all’interno della statua. Il neoplatonismo eleva insomma a via di santità e di perfezionamento spirituale la conoscenza per analogie tradizionalmente attribuita agli Egizi: la serie delle corrispondenze fra erbe, gemme e divinità astrologiche è la tipica materia magica degli Egizi.

I Magi sono insomma gli Iniziati che scrutano il cielo stellato, che hanno acqui­sito la conoscenza occulta della natura e del mondo divino da cui proviene l’uomo (mondo prenatale); sono i portatori dell’immaginazione e del pensiero intellettuale.




Vangelo di Matteo

 

Fuga in Egitto

Genealogia salomonica

Annunciazione a Giuseppe.

Un angelo del Signore gli appare in sogno: “Gli porrai nome Immanuel”. Si realizza cosí la profezia della Virgo paritura in Isaia 7,14.

Il Bambino nasce a Betlemme in una casa.

I genitori ebbero altri figli: Simone, Giuda, Giuseppe, Giacomo e due figlie (Marco 6, 3).

Lo visitano i Magi d’Oriente, che recano oro, incenso e mirra.

Diaspora del Gesú salomonico verso l’Egitto.

Un angelo avverte ancora una volta Giuseppe in sogno.

Poi lo riavverte quando è l’ora del ritorno.

Infine gli dice di andare in Galilea, a Nazaret.  




Chi è allora il Gesú descritto da Matteo? 

 

È un essere nel quale sono innate le forze dell’altro grande archetipo spirituale, anzi è proprio Zarathuštra reincarnato, come sostiene Rudolf Steiner: colui che aveva guidato l’antica umanità nella vita attiva, come il Buddha l’aveva guidata nella vita contemplativa.

E questo non è in contrasto nemmeno con la religione persiana. I Magi credevano infatti nell’avvento di un Salvatore (Saošyant) partorito da una vergine. Come ricorda Ugo Monneret De Villard in un noto libro, Le leggende orientali sui magi evangelici (Città del Vaticano, 1952), i Magi erano astrologi persiani seguaci della dottrina astrale babilonese, che attribuiva a ogni uomo una stella o, per usare un linguaggio persiano, un’anima alata celeste (fravaši). Sui Magi fiorirono col tempo in Oriente tante leggende. Un testo dell’VIII secolo, per esempio, il Ketâbha dh eskôlyôn, di Teodoro bar Konai, riporta questa leggenda: Zarathušthra (Zaradušt) dice ai suoi discepoli presso una fontana: «il Salvatore sarà figlio di una vergine, concepito dal Logos e sarà ucciso sul legno». Poi il profeta persiano aggiunge: «Egli sorgerà dalla mia famiglia. Io sono lui e lui è me. Egli è in me e io in lui. Si vedrà una stella brillare e grandi prodigi avverranno… Dovrete custodire e conservare ciò che io vi ho detto, aspettando il termine, perché voi sarete i primi ad avvertire l’avvenimento del gran re, che i prigionieri attendono per essere liberati. E quando si leverà la stella invierete dei messaggeri carichi di doni, per adorarlo ed offrirglieli. Io e lui siamo uno».

È possibile, come vogliono gli studiosi, che questa leggenda sia un riadattamento cristiano del mito persiano del Saošyant, per esigenze di proselitismo. Eppure questa leggenda acquisisce un altro valore se la interpretiamo alla luce della lettura esoterica dei Vangeli fatta da Rudolf Steiner. Che l’avvento del Messia sarebbe coinciso con il sorgere di una stella era già noto agli antichi israeliti. Come si legge infatti in Numeri 24,17, l’oracolo di Balaam recita: «Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe». Ora, questo Balaam, come scrive Monneret De Villard, fu identificato dalla letteratura esegetica cristiana dei primi secoli con lo stesso Zoroastro come guida dei Magi in Palestina.

Francesco Filini «La stella dei Magi»

Francesco Filini «La stella dei Magi»

La stella vista da Balaam non è dunque che la stella del Gesú di Matteo, la stella-anima del Saošyant persiano. Dice Steiner: «Fu il “passaggio” [astrale] di Zarathušthra, il cammino della stella che si avviava verso la Palestina, a guidare i Magi sul loro cammino dai Misteri orientali verso la Palestina, dove Zarathušthra si preparava ad incarnarsi» (Vangelo di Matteo, O.O. N° 123). Anzi Steiner precisa che due categorie di uomini conoscevano l’imminente venuta del Gesú di Matteo: i Magi orientali e gli Esseni, la comunità spirituale che aveva creato un suo centro a Qumran, sulle rive del Mar Morto.

Quale significato esoterico hanno i doni dei Magi? Ne hanno diversi. Secondo la tradizione essi recarono oro in quanto simbolo di regalità, perché il Messia secondo la Bibbia è anche re; recarono incenso in quanto esso è simbolo sacerdotale di preghiera (Es 30, 34-38; Lev 24, 5-9; Salmo 140, 2), che «sale come incenso al Signore»: dunque Cristo come sacerdote; recarono mirra perché quest’ultima è simbolo di farmaco che lenisce il dolore (ricordiamo che in Marco 15, 23 le donne offrono al Cristo sulla via del Calvario il vino mirrato per stordirlo), quindi di Cristo come taumaturgo, guaritore. Steiner (conferenza del 23 dicembre 1917, O.O. N° 180) suggerisce un’altra possibile interpretazione dei tre doni: oro come simbolo della conoscenza e della saggezza del divino; incenso come simbolo delle piú alte virtú umane; mirra come simbolo di ciò che è eterno nell’uomo, dell’immortalità. Altrove (R. Steiner, Vangelo di Luca, O.O. N° 114) Steiner dà un’interpretazione dei tre doni in sintonia con ciò che egli chiama la scuola di Zarathušthra, presso la quale l’oro era simbolo del pensare, l’incenso della devozione, la mirra della volontà. Insomma i Magi recano al futuro Cristo tre simboli sacri, perché lui sarà nello stesso tempo il Re del mondo, il Sacerdote del mondo e il Guaritore del mondo.

 

Il Giusto e l’Iniziato

 

Questi due ideali di santità, questi due tipi di “amici di Dio” – come ricorda Rudolf Steiner nella conferenza di Natale del 1920 (O.O. N° 202) – furono entrambi presenti alla scena della Natività di Gesú: da un lato, come ci narra Matteo, gli Iniziati d’Oriente, sotto le sembianze dei Magi, i portatori del pensare e dell’immaginazione celeste; dall’altro, come racconta Luca, i pastori, i Giusti d’Israele mossi dall’ispirazione e dalla concretezza del mondo: gli uni guidati dal cielo stellato (la stella), gli altri dalla profondità della Terra (il segno della mangiatoia). Sono gli ideali di santità che discendono direttamente dai due archetipi spirituali descritti in precedenza: l’Iniziato per eccellenza è Zarathuštra, il saggio che penetra spiritualmente il cosmo, colui che – secondo Steiner – incarnandosi nel VII secolo come Zaratas fu maestro di Pitagora. Zarathuštra è infatti il messaggero di una grande concezione cosmica che comprende una particolare cosmologia, una escatologia e una aspettazione messianica. Il Giusto per antonomasia è invece il Buddha, colui che rinuncia a ogni possesso terreno per il tesoro nei cieli; questo archetipo buddhico non si è mai spento e ha successivamente agito nella formazione del francescanesimo e del hassidismo ebraico.

Questi due ideali di santità rivivono nei due bambini Gesú descritti da Luca e da Matteo, nel Gesú natanico e nel Gesú salomonico. Questi nomi derivano dal fatto che, secondo 2Samuele 5, 14, Davide aveva due figli, Salomone e Natan: il primo rappresentava la linea regale, il secondo quella sacerdotale. Per questo il Gesú di Matteo è detto da Steiner Gesú salomonico, mentre il Gesú di Luca è detto Gesú natanico.

 

I due Messia 

 

Madonna Terranova con i due Bambini Gesú

Madonna Terranova con i due Bambini Gesú

Questa concezione steineriana dei due bambini Gesú viene confermata dalla stessa tradizione ebraica, che piú volte ha parlato dell’attesa di due Messia, uno sacerdotale e uno regale. Rudolf Steiner (Vangelo di Luca) sottolinea che già la letteratura ebraica preannuncia l’avvento messianico dei due bambini Gesú sotto forma di annuncio dei due Messia: ciò si evince dai Salmi (2, 1-8; 72, 5-8; 110, 1-4), che descrivono il Messia regale, e dall’Enoch etiopico: «Il figlio dell’uomo [= Messia] di Enoc è una figura celeste, umano-angelica, esistente in qualche modo prima della creazione.  …Il figlio dell’uomo di Enoc è un essere sovrumano, celeste, che svolge compiti fin qui attribuiti soltanto a Dio, come il giudizio finale. Siamo su una linea messianica completamente diversa da quella politico-nazionale del figlio di David…» (G. Jossa, Dal Messia a Cristo, Brescia 1989).

Il libro di Enoch, tuttavia, non fa parte della Bibbia, è un apocrifo, quindi non riflette le credenze della religione ebraica, caso mai riflette una delle sue correnti eterodosse. L’idea dei due Messia – dicono gli storici – deriverebbe da un preciso precedente storico: dopo la fine dell’esilio, negli anni 521-520, coesistevano l’uno accanto all’altro il sommo sacerdote Giosuè e il governatore persiano Zorobabele, discendente della dinastia davidica. Tuttavia con la scoperta dei manoscritti di Qumran è venuta una nuova conferma alla concezione steineriana dei due bambini Gesú. La comunità eremitica di Qumran – i cosiddetti Esseni – credeva infatti nel vero e proprio avvento di due Messia, uno politico, l’altro religioso.

 

Quale fu il destino dei due bambini Gesú? Come si giunge poi al Cristo?

 

Giotto «La strage degli innocenti»

Giotto «La strage degli innocenti»

I due bambini Gesú nacquero a poca distanza l’uno dall’altro: prima il salomonico e nove mesi dopo il natanico; tre mesi dopo il salomonico nacque Giovanni Battista. Per questo il bambino natanico e Giovanni Battista sfuggirono alla strage degli innocenti.

In quanto irradiato dal corpo spirituale del Buddha, il bambino natanico si rivelò contemplativo e ricco di sentimenti, mentre quello salomonico, in quanto re­incarnazione di Zarathuštra, si rivelò ben presto maturo. Poi quando il bambino natanico ebbe dodici anni e i genitori si recarono a Gerusalemme per la Pasqua, accadde che il Gesú di Luca svenne: da lui si distaccò la componente astrale buddhica che ritornò al Sambhogakaya e penetrò invece nel Gesú natanico nientemeno che l’Io zarathuštriano del Gesú salomonico, che vi cominciò a elaborare un nuovo corpo astrale (R. Steiner, Vangelo di Luca). A questo punto, dopo poco tempo, il bambino salomonico morí: era terminata la sua missione terrena.

Maître Philippe

Maître Philippe

Il Giuseppe salomonico era già morto e qualche tempo dopo morí anche la madre del natanico, a 25 anni. A questo punto si formò una nuova famiglia, costituita dal Giuseppe natanico e dalla Maria salomonica, piú il Gesú natanico che però aveva in sé la personalità del salomonico.

Ecco come nel Cristo si incontrano le piú grandi correnti spirituali: la corrente buddhica e la corrente zarathustriana. Alla luce di quanto si è detto potremo comprendere ciò che una volta disse il grande veggente lionese Maître Philippe, che presso i suoi discepoli Sédir, Papus e Marc Haven ebbe fama di Rosacroce: «Quando vuoi creare o perfezionare qualcosa che non esiste qui, tu rifletti sulla tua opera prima di farla. Questo pensiero non ancora realizzato è il modello di ciò che sarà la tua opera. Cosí Dio, prima di creare il tutto, pensò la sua opera: questo pensiero fu qualcuno, e fu il Cristo, la Vita, la Parola di Dio, il Pensiero di tutte le cose. Perché Dio ha creato tutto in immagine e poi, con il tempo, tutto si realizza».

Se il Cristo è il modello, l’uomo dovrà conformarsi a questo modello per realizzare se stesso e giungere a una compiuta evoluzione spirituale: ognuno di noi dovrà lasciare che la vita del proprio corpo eterico si apra alla luce buddhica, alla compassione buddhica; che la vita del corpo astrale, la vita della conoscenza si apra all’ammirazione per la grande Saggezza che ha guidato il mondo. Solo cosí potrà sperimentare come il Cristo anima e vivifica l’Io di ogni essere umano, facendo di ciascuno di noi sulla Terra un portatore dell’amore.

 

Gabriele Burrini  (2. continua)