Tao e Graal

Orientalismo

Tao e Graal

Tao e Graal

 

Durante il periodo in cui Massimo Scaligero ha curato la rivista East & West, molti sono stati gli articoli comparsi in inglese su quella testata. Pensiamo che sia di grande interesse per i nostri lettori avere un’idea dei temi trattati. Abbiamo quindi tradotto alcuni di questi scritti, di cui a suo tempo non fu conservato l’originale italiano. Si tratta, data la particolare intonazione della rivista, di articoli di orientalismo, di cui Massimo era profondo conoscitore, ma ai quali egli sapeva sapientemente aggiungere pensieri riguardanti la Via spirituale che egli indicava come adatta ai Nuovi Tempi. La traduzione ha cercato di rifarsi, per quanto possibile, al linguaggio scaligeriano.

 


 

Lo scopo principale del taoismo è la non-attività (wu-wei). Ciò che di solito agisce in noi è il sé razionale. Portando questo alla non-attività attraverso la meditazione, permettiamo all’Io superiore di trovare la propria manifestazione. Il non agire è “attendere” che lo Spirito agisca quando cessa il moto del sé umano.

 

In questo piú elevato livello di contemplazione “l’ultima zona di territorio mondano e la prima alba del Tao”, considerato il “culmine della meditazione”, il corpo è come un pezzo di legno morto, il cuore come brace consumata, senza emozioni né intenzioni residue. Qui la luce del Tao inizia a risplendere.

 

Lasciare che la presenza del Tao si manifesti su di noi significa essere pervasi di saggezza nella sua forma originale, ma in realtà non viene creato nulla di nuovo, poiché la saggezza vive sempre nel­l’essenza segreta dell’Uomo, anche se coinvolta nel suo ego inferiore, offuscata e avviluppata dalle sue tendenze ed emozioni. Uno stato di quiete, di trasparenza interiore deve instaurarsi affinché il Potere essenziale possa rivelare se stesso.

 

Imperturbabilità e contentezza, amore per la natura e per tutti gli esseri, una saggezza che non rifiuta le impressioni dei sensi né lascia che prendano il sopravvento, un temperamento equilibrato in ogni situazione, sia pacifica che turbolenta, e spesso la stoica sopportazione del dolore, cosí come fredda risoluzione nella morte: tutte queste caratteristiche innate dei popoli dell’Estremo Oriente possono essere spiegate solo attraverso una religiosità segreta e vitale che poggia, nel suo insieme, sulla tradizione onnipervadente del Tao anche se è quasi scomparsa come sentiero ascetico.

 

Uomo rocce e fuoco

 

Con un seguito di mille persone Chao-hsiang-tzu stava cacciando sulle montagne di Chung-shan. Per stanare la selvaggina diede fuoco a quella zona selvaggia, e l’incendio poteva essere visto a dodici miglia di distanza. All’improvviso in mezzo a quell’enorme pira si vide un uomo uscire da una roccia, avvolto dalle fiamme e allontanarsi in una coltre di fumo. Coloro che ne furono testimoni si convinsero che si trattasse di un essere soprannaturale. Furono per questo molto sorpresi quando lo videro avvicinarsi a loro come se nulla fosse accaduto. Chao-hsiang-tzu lo guardò piú da vicino e vide che era un uomo in carne ed ossa come chiunque altro. Quindi iniziò a parlargli e gli chiese quale fosse il segreto che gli permetteva di camminare tra le rocce e di rimanere incolume in mezzo al fuoco.

 

«Cos’è una roccia? Cos’è un fuoco?» fu la risposta.

«Perché… ciò da cui sei uscito pochi minuti fa era una roccia e quello che hai attraversato era un fuoco!».

«Ah – disse l’uomo – non ne avevo la minima idea!».

 

Completamente in sintonia con le forze della natura e indenne da cavilli intellettuali, quell’uomo non aveva trovato resistenza nella roccia e non era stato neppure bruciato dal fuoco.

 

Natura in Cina

 

Questo episodio, raccontato da Lieh-tzu, si presta a mostrare a un occidentale l’aspetto “sottile” dell’anima cinese, la facoltà dell’individuo di trarre forze inesauribili da un misterioso trovarsi in sintonia con la fonte stessa della vitalità organica. Il seguace del Tao troverà nella purezza della natura un’affinità stimolante, risvegliando in lui le vibrazioni dell’armonia originaria. Su essa egli può basarsi, completamente libero da ogni restrizione interiore, attingendo, per agire, a quel tesoro di assoluta spontaneità e di naturale forza creativa.

 

Qualunque cinese, cosí per questo come qualunque giapponese, sente nel nucleo nazionale del suo sé l’impronta di un tipo di saggezza taoista. Si potrebbe anche dire che ogni individuo in misura maggiore o minore porta nel suo sangue la memoria del Tao, la virtú inconscia del distacco e del “vuoto”. È una delle caratteristiche interiori della razza. Ogni volta che la conversazione si volge al mistero o all’enigma dell’anima dell’Estremo Oriente, si ha sempre a che fare con un elemento che non può essere afferrato da alcun criterio del pensiero occidentale, ma sul quale la conoscenza della dottrina del Tao può far luce.

 

Si tratta di una dottrina secolare che non può essere in effetti definita tuttora attuale alla luce dei recenti sviluppi in Asia orientale. Sopravvive tuttavia, come attitudine dell’anima di quei popoli, ed è, piuttosto che una mera dottrina, un modo di vivere che conduce di là da ogni dottrina, di là dalla razionalità, di là da qualsiasi cosa che ostacoli il flusso dell’Infinito nell’anima umana.

 

Una delle conquiste dell’antico asceta Tao è stata il disvelamento della “trappola della morte”, o “la liberazione dal corpo” attraverso la forza segreta dello Shi-chiai. Per l’asceta la morte è un errore.

 

L’unica realtà è che l’anima e l’Infinito sono uno. Questa identità non può essere ostacolata dal corpo fisico, che ad un certo punto scompare come una contraddizione, cosí che la morte non è né una fine né una dissoluzione, ma un’apparenza che nasconde il segreto della vita reale. Quando l’essere ritrova di nuovo se stesso, quella contraddizione viene risolta. Questa potrebbe essere una chiave per quella meravigliosa esperienza magica chiamata «la risoluzione del corpo» o «la liberazione del cadavere»: uno stato di morte apparente, secondo lo Yun-chi ch’i-ch’ien.

 

Per l’asceta che aveva realizzato il Tao, la morte era una finzione. Se la sua tomba fosse stata aperta dopo la sua morte, vi si sarebbe trovata una spada, simbolo terreno di un potere spirituale.

 

«La tomba di Wang-tzu Chao si trova a Ching-ling. Nell’epoca dei Regni Combattenti qualcuno la riaprí e al posto del suo corpo trovò una Spada. Qualcuno l’afferrò per guardarla piú da vicino e la spada all’improvviso volò su in aria e scomparve alla vista».

 

L'imperatore Wu

L’imperatore Wu

 

«Tung shun-chi era nato a Hui-nan. In gioventú praticò il Respiro (esercizi di respirazione abbinati alla meditazione) e perfezionò la propria forma. All’età di cento anni non era invecchiato. Un giorno fu accusato ingiustamente e gettato in prigione, dove morí. Quando aprirono la porta della cella per bruciare il suo corpo, non riuscirono a trovarlo. Egli l’aveva riassorbito nel suo spirito e, reso immortale, era svanito».

 

«Quando Li Chao-chun era in punto di morte, l’imperatore Wu sognò che stava scalando il Monte Sung con lui. Un messaggero che cavalcava un drago e portava l’insegna della sua dignità scese da una nuvola, attraversò il loro cammino a metà strada e disse: «T’ai-yi, il Grande, implora Chao-chun di venire». L’imperatore si svegliò e disse a coloro che lo circondavano: «Dal sogno che ho fatto ho saputo che Chao-chun mi lascerà presto». Pochi giorni dopo Chao-chun disse che era malato e morí. Il tempo passò e l’imperatore fece aprire il suo sepolcro: il suo corpo non poté essere trovato. Non rimaneva altro che le sue vesti e il suo berretto».

 

Bodhidharma

Bodhidharma

 

Il Pao-pu tsu ci racconta storie diverse, tutte che affrontano il tema sempre ricorrente della “risoluzione del corpo”. Vedremo come altre tradizioni intervengano in alcuni punti o addirittura a volte vi corrispondono completamente: basterà menzionare la scomparsa del corpo di Bodhi­dharma dopo la sua morte.

 

La ricerca dell’eternità nel Taoismo originario implica la ricerca di una vita indipendente dalla nascita e dalla morte. Questo sentiero è noto come ch’ang-cheng, la “via infinita” lungo la quale ogni Illuminazione è un passo verso la trasformazione ultima del corpo. Non è una liberazione dello Spirito dalla materia, come può concepire la religiosità occidentale, l’im­mortalità che segue la Morte come conseguenza della liberazione dell’ani­ma dal corpo – una mèta verso la quale il corpo rappresenta un ingombro – ma un cambiamento che riporta l’essere corporeo al suo stato originario essenziale. La soluzione del cadavere non è nemmeno una restaurazione dell’esistenza fisica con i limiti che essa comporta, ma una spiritualizzazione completa di quello stato corporeo che porta caratteristiche cadaveriche anche durante la vita, come testimonia il corpo umano isolato, finito, deperibile irrealtà, per il fatto di essere tagliato fuori dalla sua fonte originaria. Quegli Iniziati quindi non si sforzavano di ottenere la liberazione offerta dalla morte naturale, con il suo fatidico potere di separare ciò che vive da ciò che è soggetto a decadimento, ma di liberarsi della morte stessa, che è l’ultimo stadio del decadimento corporeo.

 

Questo può ricordarci la “resurrezione spirituale dalla morte” di tradizione ermetica, raggiunta nella morte iniziatica. «L’anima dell’uomo – Dice Plutarco – sperimenta al momento della morte la stessa passione di coloro che sono iniziati ai Grandi Misteri. Il Logos corrisponde al Logos, l’atto all’atto. Per morire chiamiamo τελευτᾶν e per essere iniziati τελεῖσϑαι».

 

«I campi del cinabro»

«I campi del cinabro»

 

Nell’età Han il compito dell’adepto consisteva nello sviluppare l’embrione interiore dentro di sé come germe dell’immortalità. Quel­l’embrione doveva nascere, permeare gradualmente il corpo sottile e doveva arrivare ad agire e ad apparire nel regno delle forze vitali plastiche. L’uomo è descritto dai taoisti come composto da testa, torace, addome e arti (il sistema cerebro-sensoriale), gli organi della respirazione e la circolazione sanguigna (il sistema ritmico) e il sistema del metabolismo. Questi sono chiamati i “campi di cinabro”, tan-t’ien, poiché si pensava che il cinabro fosse il cibo dell’immor­talità. Ci si aspettava che l’Iniziazione della forza trasformatrice operasse in quei tre campi, in cui possiamo riconoscere le sedi di pensiero, sentimento e volontà. La meditazione e la contemplazione possono essere la base in loro per quella trasformazione, procedendo dagli elementi sottili a quelli piú grossolani. L’ultimo stadio della trasformazione raggiunge il suo limite nello scheletro. Le ossa rappresentano la parte piú terrena della propria struttura corporea, contrapposta all’influenza dello spirito dalle profondità dell’organizzazione fisica.

 

Nell’organismo umano le forze terrestri si polarizzano nelle ossa, in opposizione all’influenza celeste che opera attraverso l’anima. Le ossa comportano l’esperienza della morte corporea, anche se nella loro forma portano il segno dello spirito, lo scheletro, che appunto simboleggia la morte.

 

La “Soluzione”, o scomparsa del cadavere, è il segno della mutazione finale della struttura corporea fino alle ossa, e quindi del raggiungimento ultimo dell’immortalità. Va sottolineato che qui non si intende una mera immortalizzazione del corpo fisico, ma piuttosto un ritorno dalla categoria della materia a quella dello Spirito, insieme all’esperienza della morte. In altre parole, per spianare la strada alla Soluzione del Cadavere, il corpo deve prima di tutto diventare un cadavere e porsi un limite che di fatto era presente nella vita stessa. L’adepto deve varcare la soglia del regno della morte per acquistarvi la forma finale dell’opera preparata nell’esperienza terrena. È evidente che questo cambiamento non può essere compiuto prima che quel limite sia rivelato nella sua oggettività. Nell’Iniziazione alchemica occidentale, allo stesso modo, lo stadio della “Resurrezione dai morti” è possibile solo dopo la morte e la sepoltura. Basteranno alcune frasi legate alle fasi finali dell’Iniziazione nello Gnosticismo e nei Misteri di Iside per mostrare i collegamenti: il Ka egiziano, “la fonte dell’immutabile struttura corporea”, e l’espres­sione: “il respiro delle ossa” dalla Cabala ebraica, in riferimento all’anima quando viene liberata dalle catene corporee.

 

Esicasmo, o Yoga cristiano

Esicasmo, o Yoga cristiano

 

L’interiore vivificare e germogliare dell’embrione originario, sottile e interiormente ardente, che prepara la strada al corpo immortale, cosí da rendere l’atto finale della morte uguale alla vita eterna, ricorda le operazioni alchemiche atte a preparare la “veste di gloria” o il “corpo immortale” dell’Iniziazione er­metica. Questo assume nomi diversi nelle diverse tradizioni, come “nirmānakaya” o “il corpo modellato attraverso la proie­zione – o trasformazione” del buddismo Mahā­yāna, o il siddha-deha dello Hathayoga. D’altra parte la respirazione dell’em­brione menzionata nel Tai-hsi-ching, eterizzando il corpo attraverso il flusso del “Chi”, la forza eterica plastica, richiama le pratiche di respirazione indiana e tibetana, il prānāyāma, e i passi che portano alla nascita del “corpo di diamante” del Vajrayāna e delle numerose espressioni tecnicamente riconoscibili nell’Esicasmo, chiamato da alcuni “Yoga cristiano”, nel tempo in cui l’alchimia esoterica cinese aveva ripreso ad occuparsi della trasformazione del corpo, come testimonia il Trattato di Tung P’o sul Dragone e la Tigre.                                          

 

Ma il tema dello Shi-chiai può essere chiaramente rintracciato già nel piú antico taoismo. Secondo la terminologia sottile di quella scuola, la forma (hsing) impressa sul corpo è impartita dalle forze eteriche modellanti a una sostanza fisica che è l’etere stesso condensato. Esiste quindi qualcosa come un “corpo eterico”, che esegue gli scopi dello Spirito sul piano fisico, simile al “Linga Sharira” della tradizione indú. Quando l’adepto identifica il proprio centro con lo spirito Kung shên, altrimenti chiamato “Spirito spaziale”, “Spirito della valle” e da Lao-tsu Ku-shên o “Spirito dell’abisso”, vengono gettate le basi dell’immortalità e l’embrione inizia il suo respiro trasformante che riporterà la struttura corporea allo Spirito attraverso il corpo eterico.

 

Un dettaglio interessante è che il respiro dell’embrione opera secondo la pienezza dello Spirito originario nei neonati, poiché la potenza creatrice dello Spirito può agire in tutta la sua estensione in quegli esseri innocenti, ancora incontaminati dai mali della brama e della distorsioni dell’intelletto. Il che ci ricorda le parole del Redentore nel Vangelo di San Luca sui bambini: «Chiunque non accoglie il regno di Dio come un bambino piccolo, non vi entrerà in alcun modo». Nel commento originale al Tai-hsi-ching lo stesso insegnamento suona come segue: «Chi riesce a mantenere il suo fluido eterico e il suo Spirito immacolato come in un bambino, il puro principio attivo (yang) che vivifica tutto il suo essere, convertirà la sua vecchiaia in giovinezza e conquisterà l’eternità». In entrambe le immagini possiamo trovare un accenno al risveglio attraverso l’Iniziazione, che implica l’estinzione della solita personalità intessuta sulla trama dell’illusione cosmica e attaccata ad essa dalla brama e dai legami della mente.

 

Il terzo occhio di Shiva

Il terzo occhio di Shiva

 

Nella sua opera Il Santo Graal J. Loverlayn pensa che lo Shi-chiai abbia il potere di far rivivere nell’uomo il centro della forza celeste primordiale dormiente al centro della sua fronte, e di conseguenza collega la simbologia taoista con quella del Graal. Nel mito occidentale si dice che il calice del Graal sia stato scolpito dagli angeli in uno smeraldo perso dalla fronte di Lucifero durante sua caduta. Nella tradizione indiana urnā è il nome della gemma della fronte, il terzo occhio di Shiva, che incarna il “senso del­l’eterno”. Il risveglio del centro della fronte, l’ājiñāchakra dello yoga, corrisponde al recupero del San Graal, ma anche alla riconquista dello “stato primordiale”, la condizione celeste originaria la cui perdita significò per l’uomo l’inizio della catena delle rinascite (samsāra), dell’esperienza del mon­do finito e illusorio (Māyā), dando cosí origine alla precarietà di un’esistenza limitata al sensibile e al vitale, che non può che sfociare nella morte.

 

Il cammino dell’Iniziazione restituisce all’uomo la sua dignità originaria sia nelle tradizioni orientali che in quelle occidentali. Risveglia in lui il senso dell’eternità. Man mano che questo andava perso, la nascita, l’esistenza finita e la morte erano diventate necessarie e interdipendenti. La ricerca del Graal, cosí come Rājayoga e la ricerca del Tao in Oriente, consentono al discepolo dell’Iniziazione di riconquistare la sfera dell’Immortalità.

 

Lo Shi-chiai, in quanto risoluzione dello stato fisico, è l’ultimo stadio di tale impresa. La resurrezione di quella virtú spirituale che precede ogni nascita e ogni morte si sviluppa in un potere di trasmutazione, rimuove il limite minerale dall’essere umano, risolvendo cosí il bisogno dell’esistenza fisica alle sue stesse radici. Il corpo fisico viene riassorbito nel potere del cui ridimensionamento era esso stesso un simbolo, un simbolo erroneamente elevato a realtà che sostiene l’intero mondo fittizio, troppo umano, deperibile, vistosamente segnato dal dolore e dalla morte. Quando questo ridimensionamento viene eliminato, il mondo dell’ego si esaurisce e l’importanza delle apparenze terrene svanisce. Una struttura materiale completamente permeata dal “Chi” non è piú soggetta a morte. La morte sopraggiunge solo per un po’, poiché in realtà è una sorta di “morte del tempio”, uno stato di sonno profondo che consente allo Spirito di unire permanentemente il corpo sottile e quello eterico per operare la trasmutazione finale. Cosí il corpo svanisce nell’Uno dal quale non era mai stato essenzialmente separato.

 

Coppa del Graal

 

Un confronto con la simbologia del Graal è giustificato dal fatto che secondo quella leggenda la vista del Santo Graal assicurava la guarigione e l’immortalità agli adepti di Montsalvat. D’altra parte, l’intaglio del Calice in uno smeraldo della fronte di Lucifero può farci capire che si allude alla perdita della visione divina (vidyā) o della Conoscenza originaria, in luogo della quale la comprensione intellettuale è sorta, riflessa e limitata alla testa (avidyā), la sua sede. La vista del santo Calice agisce attraverso il cuore, vale a dire nella sede dove, secondo gli insegnamenti taoisti, agisce il respiro trasfigurante dell’embrione originario. Cosí il sangue, nuovamente pervaso dal Chi, diviene eterizzato e scorre in una sottile corrente verso la testa.

 

Il Graal, agendo parimenti attraverso il cuore, risveglia un potere tendente a restaurare la Conoscenza originaria proprio nel punto in cui ha perso parte del suo potere, legandosi troppo strettamente al mondo della materia, cioè nel cervello. La vista spirituale, che è la condizione dell’immortalità, viene riaccesa nel centro di luce (ājiñāchakra) precedentemente offuscato. La sua perdita era necessaria affinché l’uomo potesse sviluppare l’individualità e la libertà nel suo sforzo di riconquistare la Conoscenza.

 

Chandogya Upanishad

 

Questo stesso tema potrebbe essere considerato anche alla luce di altre tradizioni. Basti citare uno śloka conservato nella Chandogya Upanishad, che dice: «Ci sono centouno vene nel cuore, una sola delle quali sale nella testa. Chi vi sale, ascende all’Immortalità». D’altra parte, secondo lo Yoga Tantrico, la conquista della Libertà e dell’Immortalità presuppone un processo di trasmutazione che costruisce un “corpo divino” (divyadeha) essendo allo stesso tempo un “corpo di conoscenza” (ānadeha), un corpo intessuto di Luce immacolata. Questo comincia a prendere forma quando l’occhio centrale (ājiñāchakra) prende vita, l’occhio di Shiva che riduce in cenere le passioni piú basse.

 

Nella simbologia taoista dei “campi di cinabro” il centro di luce superiore corrisponde al Palazzo Ni-huan, o al Nirvana, situato nel cervello, e piú tardi, nel Mistero del Fiore d’Oro, al “cuore celeste” o il “centro giallo”, il centro che regola la circolazione della luce nel sangue. Questa luce, che brilla attraverso il corpo, lo libera dalla legge di gravità, dalla malattia e dalla morte. In definitiva il corpo, riportato ai suoi princípi essenziali, non è piú prigioniero della trappola delle apparenze per cui le due fatali forme di necessità sono rese inevitabili: il dolore e la morte. La loro fatalità o ineluttabilità sono legate alla loro indipendenza dalla volontà umana, in quanto l’uomo manca ancora di libertà interiore e di decisione.

 

Crisalide e farfalla

 

La correlazione tra la morte di ciò che è apparentemente vivo  – l’elemento illusorio dell’Io – e l’immortalità è ancora una volta evidente. Se quella morte avviene durante la vita naturale, l’uomo ha già conquistato l’eternità, e la sua morte fisica non è altro che l’ultimo atto nel mondo delle apparenze. L’embrione interiore ha effettivamente consumato l’egoismo fino ai suoi ultimi supporti corporei permeando i vari involucri dell’uomo fino al corpo fisico. Quindi il corpo diventa etereo e leggero, “Leggeri e sottili” sono i corpi degli esseri misteriosi che, secondo Chuang-tzu, dimorano lontano sui monti Ku-sha e presiedono al destino del mondo: «Si nutrono sulla rugiada mattutina, vivono sulle nuvole e nel vento, cavalcano draghi volanti e vagano felici oltre i limiti della percezione umana».

 

L’essere eterno dormiente nell’uomo, svegliatosi, si libera dalla veste illusoria dell’egoismo e nello stesso tempo dalla rozzezza che ne è il veicolo nel corpo, non diversamente dal serpente che getta via la sua esuvia o dalla farfalla che lotta per liberarsi dalla sua crisalide. La nascita all’eternità è quindi connessa con la morte iniziatica o la morte apparente del corpo. Ecco perché l’antico discepolo del Tao sembrò morire, fu sepolto secondo il consueto rituale, ma il suo corpo scomparve all’improvviso, completamente riassorbito nella luce incorporea dello Spirito imperituro, secondo la virtú sovrumana dello Shi-chiai.

 

 

Massimo Scaligero

 


 

Tratto da: East and West, Aprile 1957. Vol. 8, No. 1, pp. 67-72.

 

Link all’articolo in originale inglese: “Tao and Grail”