L’uomo fra la morte e una nuova nascita

Antroposofia

L'uomo fra la morte e una nuova nascita

Fenice

 

L’argomento di oggi è certamente il piú audace di questa serie di conferenze e vorrei fare alcune osservazioni su questo tema molto particolare della ricerca scientifico spirituale che verrà discusso qui oggi. Dopo che ho cosí spesso cercato di presentare qui, in modo piú generale, le prove e le evidenze possibili per la giustificazione di questa ricerca spirituale, posso supporre che anche un oggetto cosí speciale di ricerca scientifica spirituale sarà accettato da questo illustre pubblico, fra cui ci sono diverse persone che hanno assistito a queste conferenze da molti anni. Oggi, dobbiamo ovviamente astenerci da tutte queste prove e testimonianze. Infatti, ciò che dovrà essere detto sulla vita dell’uomo tra la morte e la rinascita dovrà essenzialmente essere detto in modo tale che i corrispondenti risultati scientifico-spirituali, cosí come si presentano al ricercatore, siano dati, per cosí dire, in forma narrativa.

 

Anche se quanto verrà detto comporterà alcune difficoltà concettuali per la coscienza contemporanea, anche se è chiaro che la coscienza odierna deve ancora respingere nel modo piú completo questi, come vengono chiamati, “presunti” risultati della ricerca scientifico-spirituale, vorrei comunque fare la seguente osservazione introduttiva. So bene di parlare all’epoca che ha alle spalle piú di sessant’anni dalla grande scoperta di Julius Robert Mayer sulla trasformazione delle forze della natura, piú di mezzo secolo dalle grandi scoperte di Darwin, che ha visto i grandi successi delle scienze naturali attraverso, per esempio, l’analisi spettrale, le conquiste dell’astrofisica e, in tempi piú recenti, quelle della biologia sperimentale. Ho voluto parlare di ciò che costituisce l’argomento di oggi riconoscendo totalmente questi risultati delle scienze naturali, e nonostante la contestazione che deve suscitare in coloro che ritengono di potersi reggere sul solido terreno delle scienze naturali solo rifiutando la ricerca e la convinzione della scienza scientifico-spirituale.

 

E c’è un secondo punto che vorrei sottolineare a mo’ di introduzione. Se non sapessi chiaramente come, secondo la piú rigorosa metodologia scientifico-spirituale, la piú rigorosa esigenza scientifica, ciò che si deve dire sulla vita tra la morte e la rinascita dell’uomo è altrettanto sostenibile dei risultati dei suddetti capitoli della scienza naturale, riterrei in un certo senso futile, per non dire frivolo, parlare davanti a questa assemblea dei risultati della ricerca scientifico-spirituale. Sono infatti pienamente consapevole della responsabilità di parlare di queste tematiche in senso scientifico odierno. Tutto il modo e la maniera in cui l’anima deve stare dalla parte della verità e della veridicità della ricerca, se vuole intraprendere una ricerca scientifico-spirituale senza pregiudizi, anche questo modo di sintonizzare l’anima non è tuttavia ancora molto popolare oggi. Vorrei innanzitutto accennare molto brevemente a questo stato d’animo, a questa costituzione dell’anima che deve essere presente nel ricercatore spirituale, e in un certo senso anche in coloro che devono e vogliono riconoscere nella loro verità i risultati della ricerca scientifica spirituale.

 

verità

 

È necessario un atteggiamento completamente diverso nei confronti della verità, della veridicità e della conoscenza umana, rispetto a quello proprio del nostro tempo. Chi vuole ottenere risultati scientifico-spirituali con i metodi che sono stati discussi in queste conferenze, deve innanzitutto mettersi con una sacrosanta soggezione, con un’illimitata venerazione, di fronte a ciò che può essere chiamato verità, a ciò che può essere chiamato conoscenza. In relazione alla verità, quanto facilmente si accetta nel nostro tempo lo stato d’animo di chi vuole decidere fin dall’inizio su tutto ciò che si presenta alla vita umana, decisione che presuppone questo: con le capacità dell’anima che mi sono date, nello stato d’animo e nell’umore dell’ani­ma in cui mi trovo, posso permettermi di giudicare ciò che si può dire sugli ambiti dell’esistenza e della realtà. Il ricercatore spirituale e colui che vuole ottenere i suoi corrispondenti risultati hanno bisogno di uno stato d’animo diverso; hanno bisogno di quello stato d’animo che dice a se stesso: per ricevere la verità, per diventare partecipe della verità, la mia anima ha bisogno soprattutto di una preparazione, ha bisogno di vivere se stessa in uno stato che va oltre la vita quotidiana.

 

E quando si pratica la scienza spirituale – anche se vi chiedo di non fraintendere questa espressione in senso ascetico o altro – si sente molto, direi, quanto sia impossibile la condizione quotidiana dell’anima per poter vivere davvero con la verità, con la conoscenza. Si sente la conoscenza come qualcosa che aleggia sopra di noi, alla quale ci si può avvicinare quando si va, per cosí dire, al di là del proprio io ordinario, quando si esercitano tutti i poteri custoditi in noi per prepararsi a ricevere degnamente la verità. Ci si sente indegni se ci si vuole permettere un giudizio sulla verità sulla base della condizione quotidiana dell’anima – questo lo si può sapere dalla Scienza dello Spirito – e ci si sforza allora di aspettare che l’anima sia di nuovo un po’ progredita nella sua preparazione, che prepari in sé quella forza e quella concezione dignitosa che ha diritto alla verità e alla conoscenza. E spesso ci si sente in modo tale da dire a se stessi: “Preferisco aspettare, preferisco essere paziente e lasciare che la verità aleggi su di me, non devo accedervi: perché se dovessi farlo ora, forse la rovinerei per me stesso non essendo ancora pronto per essa”.

 

Con queste e molte altre parole che potrei aggiungere per caratterizzare la questione, vorrei richiamare l’attenzione sullo stato d’animo di un sacrosanto timore, di un’illimitata riverenza per la verità, la veridicità e la conoscenza, che deve essere caratteristico della ricerca scientifico-spirituale. Ne consegue sempre di piú come l’anima debba superare s stessa, come debba essere sempre meno desiderosa di dare giudizi definitivi oltre quelli della normale condizione del giorno e come debba avere sempre piú cura di preparare le forze per il raggiungimento di un punto di vista che sia degno della verità. In breve, il ricercatore della verità, agendo in senso scientifico-spirituale, arriva sempre piú a dedicarsi alla preparazione dell’anima, all’addestramento delle sue facoltà rispetto alla verità e si allontana sempre piú dal volersi avvicinare a questa verità con i poteri ordinari dell’anima, con la critica ordinaria. Con queste parole introduttive ho voluto solo indicare lo stato d’animo con cui la Scienza dello Spirito stessa si pone nei confronti di queste cose, cosí come vengono qui espresse. Ora, senza ulteriori indugi, passerò all’argomento che credo sia stato sufficientemente preparato dalle lezioni di quest’inverno.

 

Quando l’uomo attraversa la porta della morte, appartiene a un mondo che, però, è accessibile solo alla ricerca spirituale, alla ricerca spirituale nel senso che è stato descritto qui nelle lezioni precedenti. Questa ricerca spirituale può ottenere una conoscenza che può essere raggiunta solo dall’anima che sia libera dal corpo. Abbiamo spesso discusso i metodi con cui l’anima umana giunge realmente ad acquisire la conoscenza, non solo facendo uso del suo corpo e dei suoi sensi per entrare in contatto con il mondo esterno, ma uscendo realmente dal corpo, in modo che questo si distacchi da lei come se fosse un oggetto esterno e che sperimenti se stessa nella separazione dal suo corpo, sapendosi in un ambiente spirituale. Come l’anima del ricercatore spirituale arrivi a questo è stato spesso spiegato: giunge attraverso di esso in quel mondo in cui l’uomo entra quando varca la porta della morte.

 

E ora, senza ulteriori premesse, racconterò ciò che il ricercatore spirituale, attraverso i metodi qui a lungo discussi, ha da dire sulla vita dell’uomo tra la morte e la rinascita.

 

L’anima umana, quando dopo la morte è diventata senza corpo in modo naturale, cosí come il ricercatore spirituale può diventare senza corpo per momenti passeggeri della sua vita, sperimenta per prima cosa un cambiamento nella sua posizione rispetto a quello che chiamiamo in altro modo il mondo del pensiero. Abbiamo spesso sottolineato che l’anima umana porta in sé i poteri del pensare, del sentire e del volere. Questa divisione dei poteri dell’anima umana è fondamentalmente corretta solo per la vita dell’anima nel corpo, tra la nascita e la morte. Oltre al tema particolarmente audace dovrò oggi lottare con la difficoltà di trovare le espressioni adeguate a un mondo completamente diverso, dove l’essere umano deve vivere tra la morte e la prossima nascita. Le espressioni del linguaggio, infatti, sono modellate per la vita dei sensi che viviamo nel corpo fisico. Potrò scendere a patti con questa realtà lontana dalla normale comprensione, solo cercando di caratterizzare le diverse esperienze dell’anima dopo la morte da un certo punto di vista, che si serve delle parole in modo approssimativo. Bisogna tenere conto del fatto che dobbiamo parlare di un argomento per il quale ci mancano effettivamente le parole.

 

Pensiero luminoso

 

Dunque, dopo aver varcato la porta della morte, l’uomo vive un’esperienza in relazione a ciò che chiamiamo il suo pensiero, i suoi pensieri. Nella vita tra la nascita e la morte abbiamo dei pensieri in modo tale da dire: i pensieri sono nella nostra anima, pensiamo. E tra la nascita e la morte questi pensieri sono per noi tutt’al piú delle immagini di una realtà esteriore. Ma quando l’uomo ha messo da parte il corpo fisico, i pensieri diventano una realtà esterna in un modo del tutto particolare. Questa è la prima esperienza che il defunto fa nel mondo spirituale: sente i pensieri come staccati da lui, sono esterni, come se fossero fuori dalla sua anima, come nella vita tra la nascita e la morte gli oggetti materiali sono all’esterno, fuori di noi. È come un vagare del pensiero in un mondo spirituale esteriore. Si potrebbe dire che i pensieri subiscono un certo processo; subiscono un processo tale da staccarsi dall’esperienza immediata dell’anima in modo simile ai pensieri che diventano i nostri ricordi nella vita ordinaria. Solo che abbiamo il contatto con i nostri ricordi, essi si immergono in un’esperienza inconscia da cui possono essere recuperati al momento opportuno; si staccano dalla vita presente, ma in modo tale che abbiamo la sensazione che siano rimasti dentro di noi.

 

Dopo la morte, anche i pensieri si staccano, ma in modo tale che l’intero mondo di pensieri che l’uomo ha accumulato nella vita tra la nascita e la morte diventi un mondo oggettivo. Non si distaccano in modo che noi ne abbiamo la consapevolezza: scendono in un’oscurità indefinita, ma diventano indipendenti in modo tale che poi formano un mondo spirituale pensante esterno, al di fuori di noi. In questo mondo, sotto forma di pensieri, c’è tutto ciò che abbiamo acquisito in esperienze nell’ultima vita tra la nascita e la morte, in modo tale da poter dire a noi stessi: abbiamo vissuto una vita, abbiamo sperimentato questo e quello e siamo quindi diventati piú ricchi in esperienze di vita. Tutto questo è, per cosí dire, distaccato, come se fosse diventato una specie di quadro della nostra vita e diciamo a noi stessi: l’hai vissuto nella tua ultima vita in modo tale che è diventato un’esperienza psichica della vita. Tutto questo sta attorno all’anima dopo la morte. Ma non sta là in modo tale da sembrare un pensiero fugace, bensí come se i pensieri, nel momento in cui si staccano dall’anima e acquistano vita autonoma, diventassero piú intensi, piú vivi, piú autonomi e formassero un mondo di entità. Il mondo in cui allora viviamo è quello dei nostri pensieri che vagano e che hanno un’esistenza indipendente. Questo mondo è anche spesso descritto come una sorta di quadro dei ricordi dell’ultima vita. In effetti, è come un quadro di ricordi, ma come un quadro che si è reso indipendente e di cui sappiamo : quello che c’è nel quadro tu lo hai acquisito, ma è lí nel mondo esterno, oggettivato, è vivo!

 

La scienza occulta

 

Ora, questa esperienza dell’anima nel mondo dei pensieri che è diventata oggettiva dura per periodi di tempo diversi, diversi individualmente per ogni persona, ma comunque solo in termini di giorni. Ho sottolineato nella mia La Scienza occulta nelle sue linee generali (O.O. N° 13) come questo è connesso alla vita umana. Dopo giorni infatti, l’essere umano che ha attraversato la porta della morte sperimenta come tutto questo mondo di pensiero, che è diventato per cosí dire il suo mondo, si allontana, si allontana da lui come in una prospettiva spirituale, come se andasse lontano, lontano da lui nella sfera spirituale. Dura dei giorni, fino al momento in cui subentra questo abbandono, questo divenire sempre piú sottile, questo divenire sempre piú nebbioso del mondo dei pensieri, che si allontana in lontananza. Nella mia Scienza occulta ho sottolineato che le ricerche scientifiche spirituali dimostrano che dura piú a lungo in quelle persone che, nella vita prima della morte, riescono facilmente a passare piú giorni senza dormire, voglio dire vegliare senza perdere le forze. Questo quadro di ricordi dura nella misura in cui si riesce a vivere senza dormire. Questo può essere scoperto attraverso l’investigazione spirituale. Chi si stanca prima – questo dipende soprattutto dalla forza della persona – chi, se fosse necessario rimanere sveglio piú a lungo, non riesce a resistere senza dormire, avrà il quadro di ricordi eliminato prima rispetto a chi può cercare di mantenere le forze piú a lungo senza dormire. Tuttavia, non c’è bisogno di sforzarsi in questa direzione; si tratta solo di capire cosa l’essere umano può eventualmente realizzare in questo frangente.

 

Anche ciò che appare come una nuova coscienza è collegato a questo. Ciò che abbiamo come coscienza ordinaria, come coscienza ordinaria di veglia tra la nascita e la morte, è attivato dal fatto che entriamo in contatto con gli oggetti del mondo esterno. Nel sonno non lo facciamo, poiché non abbiamo la nostra coscienza ordinaria; ora, ci scontriamo con il mondo esterno anche con l’udito, con gli occhi e in questo modo abbiamo la nostra coscienza quotidiana. Come la coscienza nella vita ordinaria si attiva grazie al rapporto con il mondo esterno, cosí la nostra coscienza dopo la morte si sviluppa grazie al fatto che l’essere umano conosce se stesso in relazione a ciò che ho descritto come l’esperienza di pensiero che, dopo la morte, si allontana. E questo è anche il riaccendersi della coscienza dopo la morte, che consiste nel fatto che all’anima rimane la seguente sensazione: I tuoi pensieri sono andati lontano, devi cercarli! L’impressione che l’anima prova in quel momento e che costituisce la forza con cui la coscienza spirituale si accende dopo la morte potrei caratterizzarla con le parole:  Devi cercare i tuoi pensieri che sono andati lontano! Questa conoscenza dei pensieri passati fa parte dell’autoco­scienza dopo la morte. Vedremo tra poco quale ruolo continua a svolgere questo tipo di autocoscienza.

 

Dopo la morte, quello che possiamo chiamare il mondo della volontà, il mondo dei sentimenti, si modifica in un altro modo rispetto al mondo dei pensieri. Dopo la morte non si può parlare di una tale distinzione tra la vita del sentimento e la vita della volontà come durante la vita tra la nascita e la morte. Devo perciò ricorrere a queste espressioni: nell’anima dopo la morte c’è qualcosa come un sentimento che vuole o desidera, oppure qualcosa come una volontà completamente permeata dal sentimento.

 

Le espressioni che abbiamo per il sentimento e la volontà non sono adatte al tempo dopo la morte. In questo periodo, il sentimento è molto piú simile a ciò che si sperimenta nella volontà e la volontà è molto piú permeata di sentimento che durante la vita tra la nascita e la morte. Mentre dopo la morte i pensieri diventano, per cosí dire, un mondo a parte rispetto all’anima, bisogna dire che il sentimento voluto e la volontà sentita si legano all’anima molto piú strettamente e intimamente.

 

A prescindere dalla parte di autocoscienza citata, inizia ora per l’anima anche questo: che essa sperimenta se stessa in una volontà rafforzata, vivificata, sentita e in un sentimento di volontà. Questo forma una vita interiore infinitamente piú intensa di quanto non sia la vita interiore dell’anima quando vive nel corpo. Quando i pensieri si sono allontanati, inizialmente per molto tempo, un tempo che può durare decenni, l’essere umano sente che il suo mondo piú importante è il suo essere interiore. Questo suo essere interiore diventa cosí potente che deve – se posso usare questa parola, anche se non è del tutto appropriata per la vita post mortem – dirigere la sua attenzione a ciò che affiora nel suo essere interiore come volontà sentita e sentimento voluto. E questa volontà sentita o questo sentimento voluto quale sguardo retrospettivo della vita passata sulla Terra dura degli anni. Dopo la morte l’anima umana prova qualcosa come un desiderio, come una tendenza verso la volontà sentita, il sentimento voluto e anche per ciò che l’ultima vita le ha offerto. Ogni vita è tale che si può dire che ci offre molte cose, ma le possibilità di esperienza sono molto piú grandi di quelle che l’essere umano in realtà recepisce. Quando l’uomo varca la porta della morte, sente volendo o vuole sentendo tutto ciò che, non posso dire conosce, ma di cui intuisce che avrebbe anche potuto viverlo. Tutti gli affetti indeterminati, tutte le possibili esperienze che la vita avrebbe potuto portarci e non ci ha portato, tutto questo entra in relazione con la vita precedente, con ciò che l’anima attraversa. In particolare, ciò che secondo la sua percezione l’anima avrebbe dovuto fare, si manifesta come esperienze interiori forti e intense. Per esempio, ciò di cui l’anima si è resa colpevole nei confronti di altri esseri umani, ciò che ha commesso contro altri, tutto questo appare come un sentimento di mancanza d’amore, di cui non siamo affatto consapevoli nella vita tra la nascita e la morte; questo viene sentito molto intensamente.

 

Perciò possiamo dire: dopo la morte passano anni in cui l’anima è impegnata a staccarsi gradualmente dall’ultima vita, a liberarsi dal legame con l’ultima vita. Questi anni passano in modo tale che non siamo distolti dalle esperienze dell’ultima vita. Siamo uniti alle persone che abbiamo lasciato, alle persone che abbiamo amato; ma siamo uniti dal fatto che nella vita abbiamo acquisito certi sentimenti e legami con loro e siamo uniti a loro per ciò che la vita ci ha offerto o negato. Bisogna sempre esprimersi in modo figurato.

 

Vita dopo la morte

 

Dopo la morte si può certamente rimanere in contatto con qualcuno a cui si è stati vicini in vita, ma solo se si ha un legame con i sentimenti che si sono condivisi con lui. Questo crea un legame intenso con lui. Dopo la morte, si vive insieme ai vivi, ma anche a coloro che sono già morti e con i quali si ha avuto un legame in vita. È cosí che si deve immaginare la vita dopo la morte, che dura in questo modo per anni. È soprattutto una vita in cui l’anima vive tutto ciò che vuole, desidera e aspira, per cosí dire, nel legame con l’ultima vita, legame sentito e voluto a livello di ricordo.

 

Se si cerca di indagare spiritualmente sulla durata di questo tempo, si giunge alla conclusione che la vita nei primi anni dell’infanzia non ha alcuna influenza su questi anni dopo la morte, il cui contenuto è stato appena descritto. La vita dalla nascita fino al momento in cui piú tardi ci ricordiamo, in cui impariamo a sperimentare interiormente la nostra autocoscienza, questo tempo è inizialmente privo di significato. E anche la vita che segue la metà dei vent’anni è piú o meno di nessuna importanza per la durata di quello stato d’animo che ho appena descritto. Cosí che il tempo tra il terzo, quarto, quinto anno di vita e la metà dei vent’anni, il ventiquattresimo, venticinquesimo anno, è da considerarsi come il numero medio di anni durante i quali l’anima vive come appena descritto, che l’anima ha la sua autoconsapevolezza in quanto sa: “Hai un legame, un’affinità con questa esperienza di pensiero e devi ritrovarla, perché è grazie a lei che sei diventato ciò che sei nella vita terrena, ma si è allontanata. Il tuo mondo di pensieri se ne è andato con le tue esperienze di vita, adesso è lontano”. Si affrontano queste esperienze di vita trasformate in pensieri come di fronte a una vita esteriore, che si sa che c’è. E l’altro mondo, che si vive dopo la morte, quando questo mondo di pensieri è scomparso, lo si vive in modo tale da sperimentarlo nella volontà e nel sentimento che si sono rafforzati nel proprio essere interiore.

 

Poi arriva il momento in cui ci si libera dalla mera vita interiore fortificata, dove è come se, a poco a poco, dallo spirituale emergessero delle entità adattate al mondo spirituale nello stesso modo in cui gli esseri del mondo fisico – minerali, piante, animali ed esseri umani fisici – si adattano a questo mondo fisico sensibile. Vale a dire, si vive fuori da se stessi e in un mondo spirituale. Si vive in un ambiente spirituale in modo tale che si ha verso di esso un sentimento completamente diverso da quello che si ha nel corpo nei confronti del mondo dei sensi. Per caratterizzare questo sentimento cosí diverso dovrei citare molte cose, ma vorrei citarne solo una, che è significativa.

 

Quando attraverso l’occhio vediamo gli oggetti del mondo esterno, diciamo che li vediamo quando la luce cade su di essi da una qualche fonte luminosa, siamo consapevoli di essi per il fatto che quando li vediamo sono illuminati da questa luce. Vivendo fuori dallo stato di sentimento della nostra ultima vita sulla terra, nello stato oggettivo del mondo spirituale, abbiamo questa esperienza: fin dalla tua ultima vita sulla terra hai permesso che maturasse in te qualcosa come una luce interiore, come una forza interiore dell’anima, e questo ora ti dà sempre piú la possibilità di guardare e percepire il mondo esterno degli esseri e dei processi spirituali, di vivere al suo interno. Se si può percepire il momento dello stato d’animo sopra descritto come una sorta di distacco dal legame con la vita terrena che si è vissuta, come uno strapparsi, come un liberarsi da essa; allora si sperimenta, nell’interno piú profondo di questo sentire della volontà e di questo volere del sentimento, quel mondo interiore che è in fondo il mondo interiore di molti anni, maturato in sé – come il fiore della pianta ha maturato in sé il seme – allora questa luce interiore si diffonde come una forza, attraverso la quale diventano a noi visibili i processi e le entità del mondo spirituale esteriore. Allora si sa: se questa luce interiore non si fosse sviluppata in noi, nel mondo spirituale ci sarebbe buio intorno a noi, non si percepirebbe nulla.

 

occhio

 

La forza che si deve impiegare per superare il legame con l’ultima vita terrena è allo stesso tempo quella forza che deve essere impiegata come un potere di illuminazione interiore. Si risveglia una forza dell’anima per la quale non si hanno parole nel mondo ordinario, perché una cosa del genere esiste nella vita ordinaria solo per chi penetra nel mondo spirituale attraverso la ricerca spirituale. Se voglio usare delle parole per questo, per ciò che l’uomo sperimenta come una forza che esce da sé per illuminare l’ambiente spirituale, allora mi piacerebbe dire: è qualcosa di simile a uno sviluppo creativo della volontà, che è allo stesso tempo permeato da un intenso sentimento. C’è qualcosa di creativo; ci si sente come parte dell’universo, nella parte che è appena stata descritta, ma creativa, che trabocca dal mondo spirituale. E si ha questa sensazione: la percezione di essere parte dell’uni­verso non fa altro che rendere il mondo spirituale consapevolmente percepibile, sperimentando quella che si può chiamare la “pienezza dell’anima” dopo la morte e si avvicina in ciò che si rivela sempre piú visibile, sperimentabile.

 

Oggi descrivo questo mondo tra la morte e la prossima nascita, diciamo piú da un’esperienza interiore, da uno stato interiore. Nella mia Teosofia o nella mia Scienza occulta ho descritto questo mondo piú per una visione scientifico-spirituale esteriore. Ma poiché non mi piace affatto ripetermi, oggi sceglierò l’altra strada. Ma chi sa da quanti punti di vista si può descrivere il mondo sensibile saprà che è la stessa cosa che ho caratterizzato con altre parole nei libri citati.

 

L’anima si sente come vivente nel mondo dei processi spirituali e degli esseri spirituali. E va detto espressamente: a questi processi spirituali e a questi esseri spirituali, in cui l’anima vive grazie alla propria forza luminosa, appartengono anche le anime umane con cui si è stabilito un legame in vita, ma solo queste e non anche quelle con cui non si è stabilito un legame. Cosí si può dire: mentre finora si è sperimentato il proprio essere interiore nel volere e nel sentire, ora si comincia a sperimentare sempre piú il mondo spirituale esteriore in modo oggettivo, si comincia a essere in grado di lavorare in esso come si lavora nel mondo dei sensi, secondo i propri compiti ed esperienze corrispondenti. Una sola cosa deve essere menzionata: ciò che si sperimenta come potere luminoso interiore si sviluppa a poco a poco, gradualmente e, come si può dire con un’espressione familiare al ricercatore spirituale, ciclicamente, in cerchi di vita. In questo modo si sviluppa la sensazione che il potere luminoso si è risvegliato in te; ti rende possibile sperimentare certe altre entità e processi del mondo spirituale; ma poi si attenua sotto un certo aspetto, si affievolisce di nuovo. Quando lo si usa per un po’, si affievolisce. Per fare un paragone con la vita ordinaria dei sensi, come con l’avvicinarsi della sera si avverte il sole che tramonta, all’esterno, cosí nella vita tra la morte e la nuova nascita si sente sempre di piú come il potere luminoso interiore si affievolisca. Ma poi, quando questo si è attenuato, se ne verifica un altro. In questo altro stato l’anima si sente abbastanza salda nel suo essere interiore, che ora sperimenta ripetutamente, se posso usare l’espressione, come sperimenta interiormente ciò che ha portato dall’altro stato, dove aveva sviluppato il potere luminoso.

 

Espansione contrazione

 

Dobbiamo quindi dire che gli stati in cui ci abbandoniamo a tutti i processi e gli esseri spirituali si alternano a quelli in cui la luce interiore si affievolisce di nuovo e infine si spegne del tutto, ma dove la nostra volontà sentita e il sentire voluto si risvegliano di nuovo, però ora in modo tale che tutto vive come se fosse un ricordo, tutto ciò che abbiamo sperimentato nel “mondo” spirituale, cioè ciò che viene dall’esterno. In questo modo si hanno stati che si alternano, come se si vivesse una volta nel mondo esteriore e poi si portasse di nuovo il mondo esteriore completamente dentro di sé, in modo da farlo emergere sotto forma di esperienze interiori vissute, per cosí dire, completamente nel nostro essere interiore, come se, racchiuso nell’involucro della nostra anima, ora vivesse dentro di noi ciò che prima avevamo sperimentato esteriormente. C’è un alternarsi di questi due stati. Possiamo anche descriverli in modo tale da dire: un momento ci sentiamo come in un’ampia relazione con l’intero mondo spirituale, e questo stato si alterna alla solitudine interiore, alla consapevolezza dell’Io nell’anima, all’avere in sé l’intero cosmo spirituale percepito. Ma allo stesso tempo sappiamo: ora vivi in te stesso; ciò che viene vissuto lí è ciò che la tua anima ha conservato, e ora non sei in relazione con nient’altro.

 

La soglia del mondo spirituale

 

Con la stessa regolarità con cui nella vita si alternano il sonno e la veglia, anche nel mondo spirituale tra la morte e la nuova nascita si alternano due stati. Lo stato di espansione spirituale in un mondo esteriore spirituale si alterna con lo stato di auto-godimento interiore e di auto-conoscenza, in cui si sente: ora sei solo in te stesso, con la scomparsa di tutti i processi e gli esseri esteriori; ora fai esperienza in te stesso. Questi due stati devono alternarsi, perché solo in questo modo si mantiene la forza luminosa interiore, per il fatto cioè che l’essere umano è sempre di nuovo rinviato a se stesso. Questi processi sono illustrati in modo piú dettagliato nel mio testo La soglia del mondo spirituale (O.O. N° 17). È necessario questo sperimentare se stessi in cicli, nella vita solitaria e poi di nuovo nella vita sociale, perché grazie a questo si mantiene il potere luminoso. E questo va avanti in modo tale che ci si stabilisce in mondi spirituali sempre piú ricchi, per i quali si ha bisogno di un potere luminoso interiore sempre maggiore. Questo va avanti per molto tempo. Poi si sente come, stabilendosi in questi mondi spirituali, si è sottomessi a un certo limite che è legato alle facoltà che si sono acquisite nella vita. Un’anima si crea un orizzonte piú piccolo, un’altra un orizzonte piú grande, un orizzonte su un mondo spirituale piú o meno grande.

 

Ma poi arriva un momento in cui si sente diminuire la luminosità interiore. Questo accade quando si arriva a circa la metà del tempo tra la morte e la successiva nascita. Si sperimenta in modo tale che si avverte: ora il potere luminoso interiore sta diventando sempre piú piccolo; ora si può illuminare sempre meno di ciò che ci circonda. Diventa sempre piú fioca e si avvicina il tempo in cui quei momenti in cui l’esperienza interiore si fa sempre piú intensa sono sempre piú importanti, quando ciò che si è già sperimentato dell’esperienza interiore va su e giú. L’esperienza interiore diventa sempre piú ricca, diventa sempre piú oscura nella visione d’insieme fino a che ci si avvicina alla metà del tempo tra la morte e la rinascita, dove si sperimenta ciò che nel mio mistero drammatico Il Risveglio delle anime ho chiamato la mezzanotte cosmica. Perché lí si vive un momento in cui si è ricolmi del mondo spirituale, in cui ci si risveglia, ma ci si risveglia nella “notte”, in cui ci si sperimenta come chiusi nel mondo spirituale. A metà del tempo tra la morte e la rinascita c’è un sentimento di esperienza in sé piú intenso. Questo sperimentare se stessi produce uno stato di cui si deve dire: alla lunga è insopportabile per l’anima. È la consapevolezza di un sapere che è insopportabile, che non si vuole avere perché è solo conoscenza. Si intuisce dentro di sé: porti dentro di te un mondo che sperimenti solo consapevolmente, sapendo che in realtà ne sei escluso, hai perso il potere luminoso su di esso. Arriva la notte nel mondo spirituale. Ma in questo stato facciamo esperienze che altrimenti sono solo mentalmente passive nel corso della vita terrena. Ora stanno diventando qualcosa di attivo. Mentre si vive cosí sempre piú nella penombra e infine nella notte del mondo spirituale, la nostalgia di un mondo esteriore diventa sempre piú grande; E mentre la nostalgia, il desiderio del mondo terreno è qualcosa che deve trovare la sua soddisfazione all’esterno, ciò che si sperimenta nella mezzanotte spirituale come nostalgia è una forza che si sviluppa, proprio come la forza elettrica o magnetica si sviluppa in noi in condizioni appropriate. È un anelito nell’anima che fa nascere una nuova forza, una forza che può di nuovo evocare un mondo esterno davanti all’anima. L’anima ha vissuto sempre di piú in un mondo interiore spirituale; questo è diventato sempre piú grande, sempre piú potente e forte. Ma in essa vive il desiderio di avere di nuovo un mondo esterno intorno a sé. Questo desiderio è una forza attiva e ciò che il desiderio produce è un mondo esterno, ma di un tipo molto insolito.

 

 

Rudolf Steiner (1a parte – continua)

 


 

Conferenza tenuta a Berlino il 19 marzo 1914. O.O. N° 63.

Traduzione di Angiola Lagarde.

Da uno stenoscritto non rivisto dall’Autore.