La mossa vincente

Socialità

La mossa vincente

Virtus, Pietas e Fides. Queste parole erano i tre pilastri su cui si reggeva la morale del romano antico: Virtus, rispetto verso se stessi, e quindi coraggio, equilibrio, forza in ogni situazione, ossia la capacità di essere vir, uomo, nel senso pieno ed esteso del termine. Pietas, ovvero rispetto dei costumi atavici, in particolare la devozione al culto dei Lari e delle divinità dei luoghi, il genius loci, il numen, ossequio dei gradi gerarchici, a partire dalla patria potestas e delle cariche sacerdotali e militari. Infine la Fides, il rispetto della parola data, dei termini di un accordo, essendo cioè un perfetto cives, un cittadino romano per diritto di censo e per la pratica riconosciuta delle virtú civiche di un tale stato sociale.

Quanto al rapporto con gli dèi, mancando un decalogo ‘rivelato’ che imponesse particolari obblighi di condotta pubblica e privata, come avveniva presso alcuni altri popoli ‒ costretti a onorare comandamenti piú della sfera materiale umana che di quella divina spirituale ‒ i Romani intrattenevano con le varie divinità una relazione contrattuale, un do ut des, rimasto latente e attivo nelle tradizioni rituali e culturali di molte popolazioni italiche, accanto alle intervenute credenze e dottrine religiose. Un panteismo panico connotava ogni gesto del romano antico, per cui una certa azione andava eseguita verificando con opportune formule e pratiche rituali se i numina, i geni del luogo e del tempo erano propizi, il che era particolarmente determinante nel caso di dover ingaggiare una battaglia. All’uopo si ricorreva, tra le procedure piú efficaci, all’impiego dei polli sacri, nel senso che il pullario, l’incaricato dell’operazione augurale, dava del becchime, precedentemente ‘sacrato’, ai polli. Se questi mangiavano i chicchi con appetito e in quantità, voleva dire che il responso era favorevole e che cioè il tempo, il luogo e il genius che lo infestava non avrebbero ostacolato la vittoria di Roma.

Heinrich Leutemann - Annibale a Canne

Heinrich Leutemann «Annibale a Canne»

Evidentemente quel giorno di tanti secoli fa il vaticinio non funzionò. Difetto dei polli, o forse perché i Romani avevano tradito la Fides nei confronti di Fabio Massimo, il Temporeggiatore, esonerandolo dal comando delle legioni per rimpiazzarlo con l’irruente demagogo Terenzio Varrone, un politico che per ottenere la carica di console aveva promesso ai suoi elettori una clamorosa vittoria. A Canne, quel 2 agosto del 216 a.C., Annibale poteva schierare un esercito formato da 35.000 fanti e 10.000 cavalieri. I due consoli romani, Terenzio Varrone e Paolo Emilio, disponevano di 80.000 fanti e 6.000 cavalieri. I numeri erano contro il Barca, che però di strategia ne sapeva quanto e forse piú di Napoleone, a detta degli esperti. Il Cartaginese portò i nemici sul terreno piano, tra l’Ofanto e il mare, e mise in atto la sua mossa vincente. Schierò al centro del suo contingente i Galli, una decina di migliaia, cooptati tra i Celti padani, ostili a Roma, ma poco affidabili dal punto di vista umano e ancor meno da quello militare. E proprio su questa inaffidabilità dei Galli Annibale basò la sua strategia: li mise al centro dello schieramento punico, e i Romani, che di norma caricavano d’urto con la fanteria pesante proprio nel punto piú debole, non incontrarono resistenza. I Galli cedettero, lasciando un varco profondo, una tenaglia che si richiuse sui legionari. La cavalleria numida fece il resto.

La storia riporta i dati di una totale disfatta per l’esercito di Roma, annotando tra i 40.000 caduti lo stesso console Paolo Emilio e ottanta senatori. Varrone scampò alla carneficina insieme al giovane Cornelio Scipione, che da quella sconfitta trasse utili insegnamenti per il futuro risolutivo riscatto dei Romani a Zama.

Annibale aveva messo in atto uno stratagemma sacrificale per battere i Romani: la morte di alcune migliaia di soldati per spiazzare, contro ogni norma tattica, l’avversario e ottenere la vittoria finale. Uguale mossa eccentrica, imprevedibile e spiazzante viene eseguita nel gioco degli scacchi: uno dei giocatori sacrifica un pezzo importante per indurre, con l’astuzia, l’avversario a scoprirsi e batterlo. È la cosiddetta “mossa del sacrificio”. Dai giochi terrestri a quelli celesti. Con piú nobili ed eccelse motivazioni universali e con finalità intese al sommo bene del creato e delle creature, ecco la divinità operare la mossa vincente, sacrificando se stessa, nell’eterna lotta che la oppone al Male, dall’inizio dei tempi.

Una notte, secoli fa, il Sole si incarnò. Ogni anno, celebrando il Natale, alcuni si chiedono chi sia veramente Gesú di Nazareth, e perché sia venuto sulla Terra. Molti gli interrogativi che suscita la sua figura, molte le illazioni e le ipotesi formulate in ordine alla sua origine e natura. Tra le piú ardite, quella che lo vuole di origine dravidica, un grande maestro indú, un potentissimo sadhu, sopravvissuto alla crocefissione proprio grazie alle sue arti tantriche. Ai turisti che visitano il Kashmir, a Srinagar, la capitale dello stato himalayano, le guide fanno visitare la tomba di Yusuf, un tempietto a cupola, presso uno dei tanti laghetti su cui sorge la città. Quel piccolo edificio, dicono con certezza, ospita i resti di quel Gesú che predicò in Palestina, fece miracoli, parlò di amore e verità, voleva abolire la schiavitú, innalzava i miseri e abbassava i potenti, sconfessava i dottori della Legge. Per questo venne condannato a morte e crocefisso. Ma le siddhi di cui era dotato lo protessero dalle torture e ferite, per cui sopravvisse, lasciò il sepolcro e riprese la via dell’Oriente da cui era venuto appena adolescente. Trascorse ancora molti anni di serena vecchiaia a Srinagar, dove insegnava a discepoli e sapienti la legge dell’umanità e dell’amore universale.

Questa la versione ‘orientale’ dell’origine del Messia, che in materia di fantasia gareggia con la teoria che vuole invece Gesú discendere dai Celti. Quei barbari che nel III secolo a.C. avevano sciamato dal Nord Europa, spingendosi fino alle regioni mediorientali, erano in gran parte Galli e quindi diedero il loro nome ai vari insediamenti costituiti lungo l’itinerario di conquista. Ecco allora in Turchia il regno dei Galati e piú a Sud, la Galilea, la terra dei Galli. Ecco allora con le orde barbare diffondersi il druidismo celtico che, commisto alla religione mosaica, diede origine a una dottrina del tutto particolare e inedita, quella degli Esseni, i puri. Per cui il nome di Gesú, oltre a richiamare l’ebraico Yeshu’a, potrebbe anche citare il dio celtico Esus. Sulla base di tali supposizioni, Gesú di Nazareth sarebbe stato educato e avrebbe agito nella comunità ebreo-celtica degli Esseni. E in effetti, il fulcro della sua predicazione poggiava sulla dottrina essena, che condannava la schiavitú, aboliva le differenze castali e gerarchiche, promuoveva la comunione dei beni, oltre a prescrivere regole dietetiche che vietavano il consumo di carne e di alcolici.

Ma oltre ogni fantasia e congettura piú o meno strumentale, rimane il dato straordinario di quanto avvenuto in Palestina, 2015 anni fa: un Dio che si fa uomo affinché l’uomo riconosca di essere Dio.

Dice Rudolf Steiner in Conoscenza vivente della natura [O.O. N° 220]: «Per tale fatto, e per molte altre espressioni che possiamo trovare nei Vangeli, l’individualità che è il veicolo del Cristo, e la comparsa del Cristo nel suo insieme, ci viene indicata non solo come uno dei piú grandi, ma come il maggior evento presentatosi nell’evoluzione dell’umanità. Ciò significa evidentemente quello che con parole piú semplici si può dire nel modo seguente: se il Cristo Gesú viene considerato, da chi intuisce la sua grandezza, come il fenomeno piú importante comparso nell’evoluzione dell’umanità terrena, allora il Cristo Gesú deve essere in qualche modo connesso con ciò che di piú essenziale e di piú sacro vi è nell’uomo stesso.

Nell’interiorità dell’uomo deve esserci dunque qualcosa che si può riferire direttamente all’evento del Cristo. Noi potremmo allora porre questa domanda: se il Cristo Gesú, conformemente ai Vangeli, è realmente l’avvenimento piú importante dell’evoluzione dell’umanità, non si dovrà allora trovare dappertutto, in ognuna delle anime degli uomini, qualche cosa che è in relazione con il Cristo Gesú? …Se il Cristo Gesú può venir chiamato l’avvenimento principale dell’umanità, allora anche ciò che corrisponde nell’anima umana all’evento del Cristo dovrà essere quello che vi è di piú grande e di piú importante. …Cosí vediamo come coloro che avevano compreso qualcosa dell’importanza della comparsa del Cristo sulla Terra, si sforzassero di spiegare ciò che il Cristo è effettivamente, vediamo lo scrittore del vangelo di Giovanni indicare direttamente che l’essenza piú profonda vivente in Gesú di Nazareth altro non è se non ciò da cui sono stati creati anche tutti gli altri esseri che ci attorniano, che essa è lo Spirito vivente, la Parola vivente, il Logos stesso».

Ma quale fine si prefiggeva lo Spirito riguardo all’uomo? E in che modo, il portatore dello Spirito, il Logos, il Cristo incarnato avrebbe agito per realizzarlo?

La nascita avveniva sul crinale della montagna cui era giunta la speculazione dialettica ionica e poi ellenica: l’uomo filosofico a quel punto estremo di altezza aveva due sole alternative: spiccare il volo verso il cielo della consapevolezza della propria unicità creaturale, oppure scivolare in basso e ristagnare nella comoda ma sterile vallata, se non palude, le sabbie mobili del determinismo storico, del pensiero relativo e riflesso, l’uomo della ferrea logica numerica invece dello ierofante del Verbo.

Natività a Betlemme

Natività a Betlemme

Paolo di Tarso, nel suo apologo dell’Uomo-Dio rivolto ai soloni dell’Agorà di Atene, dal cinismo pragmatico di quegli intelletti si rese conto della pericolosa involuzione cui era approdata la filosofia greca, che pure era sorta per sciogliere il pensiero umano dai lacci della superstizione e del mito.

Giusto in tempo, quindi, risuonò il vagito divino del pargolo umano nella stalla di Betlemme.

Gesú, il Cristo, non veniva a ribadire i decaloghi che subordinavano la condotta degli uomini al placet di una divinità che stigmatizzava, correggeva e puniva i trasgressori di norme tutto sommato riguardanti la materialità del mondo e della vita, implicanti un concetto di morale dai nessi e connessi prosaici. La creatura umana era destinata invece a una condizione che travalicasse la materia, essendo Spirito essa stessa, divinità in divenire, dotata quindi di una natura animica estranea al male.

Tale straordinaria verità portava il Cristo, e ne avrebbe in seguito concretizzato la realizzazione con il sacrificio del Golgota. Il suo breve ma intenso magistero e il suo martirio dovevano servire a rendere gli uomini consapevoli della loro divinità. Il sangue versato avrebbe cancellato dai cuori l’ombra del peccato originale.

Afferma Steiner ancora nella citata conferenza:  «In una conferenza che tenni molti anni fa a Mann­heim, dissi che in effetti l’umanità è giunta nella sua evoluzione al punto da fare a ritroso il peccato originale. In altre parole il peccato originale fu concepito nel suo aspetto morale, ma oggi influenza anche l’intelletto che si sente al limite della conoscenza. …Feci notare come si debba ora afferrare lo Spirito, peraltro filtrato fino al puro pensare, come si debba superare il peccato originale, come ci si possa elevare al divino-spirituale attraverso la spiritualizzazione dell’intel­letto. Se cioè in tempi antichi ci si riferiva al peccato originale morale, e l’elevazione dell’umanità era pensata nel senso appunto di tale peccato originale, oggi occorre pensare a un ideale dell’umanità, a un superamento del peccato originale grazie alla spiritualizzazione della conoscenza, al riconoscimento spi­rituale del mondo. A seguito del peccato originale morale l’uomo si è allontanato dagli dèi, e lungo la via della conoscenza deve ritrovarli; deve trasformare la sua discesa in ascesa. Movendo dallo Spirito del proprio essere afferrato schiettamente, con energia e con forza interiori deve raggiungere lo scopo, l’ideale, di prendere nuovamente sul serio il peccato originale. Esso va preso sul serio, perché infatti si estende fino ai discorsi sulla conoscenza della natura dei nostri giorni. L’uomo deve avere il coraggio, con la forza della sua conoscenza, di aggiungere a poco a poco al peccato originale un superamento del peccato stesso, di elaborare un superamento del peccato grazie a quanto riesce ad afferrare di una vera e pura conoscenza scientifico-spirituale dei tempi moderni. …Nel nostro tempo è perciò giunto il momento storico in cui il massimo ideale dell’umanità deve essere il superamento spirituale del peccato. Che cosa significa in sostanza superare spiritualmente il peccato? Nient’altro che comprendere davvero il Cristo. Coloro che ne comprendono ancora qualcosa …ne parlano dicendo che venne in terra e che quale essere di natura superiore si incorporò in un corpo umano. Collegano alla tradizione scritta quel che era stato annunziato sul Cristo. Parlano appunto del mistero del Golgota».

Spiritualizzazione della conoscenza e riconoscimento del contenuto spirituale del mondo, queste le mosse vincenti per la definitiva vittoria dell’uomo, creatura terrestre ma con un destino extraterrestre, cosmico. Il sacrificio del Golgota è servito a sciogliere l’uomo dalla condizione della terrestrità, impostagli dalla primigenia scelta, il peccato originale, di voler esperire con la materia il proprio Io.

Frieda Harris - Iside velata

Frieda Harris «Iside velata»

L’uomo è dunque la pedina, il pezzo forte che il divino muove sulla scacchiera della storia per lo scacco finale al Re del Mondo, l’Ostacolatore, il quale tentò in ogni modo di far cadere il Cristo nella sua trappola dorata di promesse e lusinghe.

All’uomo spetta dunque il compito di giocare la mossa finale, quella che gli consentirà di vincere la millenaria partita tra Bene e Male, che si risolverà con la sperabile reintegrazione del Male in Bene.

«Diciamo dunque ‒ prosegue Steiner ‒ che dobbiamo imparare il linguaggio del Cristo, vale a dire il linguaggio del Cielo nel senso greco. Dobbiamo riapprendere quel linguaggio per dare un senso a quello che il Cristo voleva sulla terra. Se mentre sino ad ora si è parlato di cristianesimo, si è descritta la storia del cristianesimo, il problema oggi è di comprendere il Cristo, di comprenderlo quale essere extraterrestre. Ciò corrisponde, è identico a quello che si può chiamare l’ideale del superamento del peccato originale».

E poiché, come diceva Paolo, il Cristo è in ogni uomo, «non Io ma il Cristo in me», ecco allora riscoprire la divinità della creatura umana, offuscata per troppo tempo sotto il velo della materialità.

Come il Discepolo di Sais, rimuovendo il velo dall’immagine della Dea, scopriva il proprio volto, cosí, togliendoci la maschera di recitatori dell’immanenza materica riveleremo al mondo la nostra natura di esseri trascendenti, votati, grazie all’ipostasi sacrificale del Cristo, alla dimensione celeste.

 

                                                                                                             Ovidio Tufelli