Provare per credere?

Considerazioni

 

Provare per credere?

O CREDERE PER PROVARE?

 

Creazione

 

La domanda:

 

C’è un Mondo ultraterreno? – C’è un Creatore Universale del Cielo e della Terra, una Divinità Cosmica, infinitamente intelligente e amorevole? – Da Questi, per ogni uomo, proviene uno Spirito Umano, un Io superiore, un’anima individuale, una coscienza pensante? – Tali centri di forza di cui si compone l’entità umana, hanno, o non hanno, un volta incarnati, il compito di far risorgere tutto ciò che è materia, morte, fissità minerale, alla luce di un impulso evolutivo spirituale?

 

La domanda è semplice, molto semplice, e ammette solo due rispo­ste: sí o no. Ma capita qualche volta che a una domanda semplice segua una pluralità di risposte complicate.

 

Chi desidera contestare, dirà subito che le domande di cui sopra sono, per intanto, quattro e non una; e quindi quattro domande di una tale portata non possono venir chiuse in un’unica risposta.

 

Chi invece si sforza di capire, si accorge prima o poi che la domanda è davvero unica, e potrebbe venir brevemente riassunta in: «C’è un Dio?». Ma dal momento che questo interrogativo è stato largamente abusato per scopi che nulla hanno a che fare con la spiritualità, ho preferito articolarlo in maggiori esplica­zioni e riproporlo in modo da evitare gli equivoci del caso.

 

Se si opta per il no, ogni discussione, ogni tentativo di argomentare o volontà di chiarire diventa inutile. Ciascuno, quando vuole, darà al proprio esistere il senso e il fine che gli aggrada.

 

Per contro, atteso che priva di un riferimento superiore, ultra-umano e metafisico, questa nostra perma­nenza sulla terra, rimane senza un chiaro e preciso significato (ovvero ne può ammettere, indifferentemente, uno, nessuno e centomila) allora bisogna rimboccarsi le maniche e lavorarci sopra.

 

Questo lavorarci sopra ha un suo nome: si chiama ascesi, cammino interiore o via iniziatica, e al contra­rio delle scampagnate e delle gite didattiche, è una strada individuale.

 

Si tratta dunque dapprima di ritrovare il senso smarrito della propria unità. Dell’unità in se stessi e con se stessi. Da lí, ancora un passo ulteriore: intuirsi tutt’uno con l’Universo. (N.B.: è soltanto il senso ad essere andato perduto, non già l’unità in sé, che invece è, continua, per quanto all’insaputa della coscienza).

 

Il che ci porta subito al rilevamento di una condizione particolare: nell’ordinario quotidiano ci sentiamo lucidi, vigili e ben desti, mentre invero ne siamo travolti e sopraffatti; davanti alle soglie del Mondo Spirituale, la situazione si capovolge: ci sentiamo smarriti, quasi spaventati, mentre invece – magari senza rendercene perfettamente conto – abbiamo fatto di tutto per giungere fin là.

 

Per cui è fondamentale imporsi un periodo di apprendistato, che può variare da soggetto a soggetto, ma che in genere è piú lungo di quanto non si voglia credere.

 

Inizialmente è necessario porsi alcuni interrogativi, forse anche fastidiosi, ai quali non sapremo sul momento cosa/come rispondere. Si tenderà quindi ad accantonare il problema. Questo è tuttavia un errore di valutazione, veniale quanto si vuole, ma sempre un errore. Nel tempo può diventare un ostacolo insormontabile. Necessita pertanto armarsi di pazienza e anche di un po’ di modestia. Saranno utili per sostenere le lunghe attese.

 

Del resto nessuno di noi ha imparato a parlare, a leggere, o a scrivere in dieci minuti.

 

Quando una domanda sbuca dal profondo dell’interiorità, non è per caso: dietro c’è sempre un periodo di preparazione che si è formato anche al di fuori della coscienza ordinaria. Può succedere a chiunque, e quando la richiesta si palesa, è meglio apprendere prima possibile che l’eventuale risposta salirà a galla soltanto in coloro che hanno saputo mettersi in ascolto e in attesa. E per questo ci vuole tempo.

 

corso di yoga

 

Di norma non lo si sa; si cerca la risposta veloce, interrogando amici, parenti, conoscenti o quanti praticano già una via delle cosí dette discipline interiori, magari anche un’arte marziale, o un semplice corso di yoga, per capire (o carpire) le varie modalità e le possibili forme di applicazione.

 

Il guaio è che la continua distrazione, il sovraffollarsi delle preoccu­pazioni minimali e la sbadataggine indifferenziata che le segue da vicino, ci rende estremamente imprecisi, proprio là dove – paradossalmente – il volerlo evitare sarebbe il primo accenno di un atto di libertà.

 

Mantenersi esatti, minuziosamente precisi nelle attività comuni (in cui spesso ci siamo trovati senza averle decise o perseguite) non risolve i problemi dell’anima; anzi, a volte perfino li aggrava.

 

Vogliamo mostrarci capaci e super-preparati nel lavoro che il mondo ci ha affidato, e non dedichiamo nemmeno un pensiero, un sentimento, un ricordo per le attitudini interiori con le quali siamo nati e cresciuti.

 

Conosco un farmacista che fa il bibliotecario nel Museo Civico di Storia Naturale, e un professore di violoncello che lavora in una fabbrica di conserve in scatola. Per quanto mi riguarda, da bambino amavo molto la pittura e il disegno di fantasia; al liceo mi hanno imbottito di ammirazione per i grandi classici, e poi… e poi son capitato a vendere assicurazioni porta a porta.

 

La vita insegna quindi che, da una parte, tu sei quello che sei, e dall’altra, il mondo cerca di aggiustarti, smontando e rimontando le tue inclinazioni, secondo le sue esigenze. Le quali non sempre coincidono con quelle innate.

 

Quindi la ricerca di uno spazio, di un momento interiore, che faccia da intercapedine tra le due tensioni, diviene fondamentale per non avere le traveggole, come purtroppo capita sempre piú spesso e di cui cronache e notiziari ci tengono aggiornati con preoccupante assiduità.

 

Soltanto nell’esecuzione degli esercizi spirituali (in particolare quelli indicati nell’insegnamento di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, che rappresentano la summa operativa per svolgere una corretta e moderna forma di ascesi) l’uomo comincia a sentirsi affrancato dalle contingenze del quotidiano; svincolato perfino (per lo meno nei tempi dell’esercitazione) dai processi di coinvolgimento karmico in cui, al pari di ogni altro consimile, è costantemente implicato.

 

Non già perché gli esercizi abbiano il potere di mutare o impedire gli avvenimenti, ma piuttosto per il fatto che, grazie a loro, diventa possibile al ricercatore scoprire, di volta in volta, il senso e l’essenzialità che le vicissitudini gli portano incontro, e per le quali i fatti, gli accadimenti e tutto quanto classifichiamo con la voce “imprevisti”, gli si offrono per diventare spunti conoscitivi.

 

Gialal Al Din Rumi

Gialal Al Din Rumi

 

Dice il saggio Gialal Al Din Rumi: «I problemi indicano la via». Una verità che emerge perfettamente con altrettanta benefica forza dallo studio dell’Antroposofia.

 

Le verità combaciano sempre. Sono i punti di vista con i quali assumiamo il reale ad essere talmente instabili e contraddittori fino ad annientarsi.

 

Siamo abbastanza sicuri nell’affermare che la distanza minima tra due punti è la linea retta che li congiunge. Da secoli, Euclide ci ha dimostrato che la somma degli angoli interni di un triangolo è di 180 gradi. Volendo, possiamo oggi pure andare alla verifica.

 

Ma poi arriva qualcuno e ti dice: «Sí, tutto vero, bello e buono. Ma vale solo per le superfici piane». Cosí noi dobbiamo adesso confrontarci con il semplice fatto che eravamo rimasti fermi a quelle, mentre pensavamo di averle acquisite e superate, e che con il nostro grado d’iniziativa, a livello zero, non abbiamo mai saputo districarci da tali convenzioni, neppure dopo venti e passa secoli di sconvolgimenti storici, sconquassi incredibili e cannonate innovative non soltanto metaforiche.

 

Siamo rimasti legati al passato, a concetti che non sono stati scoperti da noi; li abbiamo usati e per lungo tempo nei campi di pertinenza, ed hanno funzionato bene. Adesso non hanno smesso di funzionare, ma se li togli da quel campo in cui valgono, diventano utili quanto una radiolina a transistor nell’era dei computer. La colpa di tutto questo non sta certo nei concetti in predicato; sta nell’averli assunti privi della vita spirituale grazie alla quale furono concepiti; quella appunto che li faceva essere concetti.

 

Eppure il Dottore ce l’aveva anticipato accuratamente: ogni concetto è un ente spirituale la cui operatività vale se e in quanto un’anima umana possa fargli da terreno in cui attecchire e mettere radici. Prendere un determinato concetto e volerlo reimpiantare altrove con la pretesa di prolungare la sua efficienza, è come togliere dal terreno una pianticella e conficcarla nella sabbia o nella ghiaia, aspettando un risultato positivo.

 

Il che sta a dimostrare largamente che i nostri pensieri sono abitualmente privi di vita; mancano di energia, dinamicità; sono agonizzanti, se non morti; per cui ci manteniamo sempre distaccati dal contesto del vissuto. Non ci accorgiamo che il vero e il falso sono assoggettati al tempo e allo spazio, nonché a tutte le umane discrasie che ci portiamo dentro, e che nei limiti di quelle, tutto si afferma e tutto parimenti si smentisce; non si avverte che le coscienze disancorate dalla loro centralità, tendono a “ballare”, sono sempre piú volatili. Non si nota che i variopinti, sfolgoranti punti di vista del reale, gineprai del cosí detto “opinionismo”, di­ventano un carosello, una giostra vorticosa, nella quale ogni contatto, non con il “reale umano” ma con quel vero che l’anima cerca da sempre (in quanto memore inconsapevole della propria essenza), si affievolisce, si disperde fino a essere creduto sogno, utopia, astrazione che non merita perseguire.

 

Cosí il nostro sapere si accontenta stancamente di affermare la proprietà intrinseca della linea retta, e altresí di decretare sulla somma degli angoli dei triangoli, senza badare, se il pensiero in cui l’affermazione viene fatta è completo; senza sentire il bisogno di aggiungere una qualche precisazione, ancorché limitativa, con la quale i nostri enunciati non siano piú monchi, asfittici, inutili, del tutto irreali.

 

Quando, in qualche occasione speciale della vita, troviamo sempre pronto nell’anima il pensiero che Dio c’è, non ci troviamo forse nella stessa situazione? Perché dovrebbe esistere un Dio? Solo perché lo invochiamo nelle preghiere o lo nominiamo nei discorsi piú intimi, ben sapendo che non abbiamo sperimentato tale verità, l’abbiamo accolta, o respinta, per tradizione, per passività, per opportunismo etico, sull’onda di una sfumatura mistica, o per accontentare amici, parenti, insegnanti e chissà chi altro ancora.

 

Devozione

 

Riteniamo che quel poco di conforto ottenuto da una spremuta di sentimenti edulcorati, ancorché sinceri, sia di maggior efficacia di una chiarezza intuitiva conquistata dopo una volonterosa applicazione e un’approfondita ricerca in­tellettiva.

 

Ovvio che necessitiamo di entrambe le funzioni; nessun bel pensare si regge e penetra la realtà del mondo e dell’universo, se non sorretto dalle forze del cuore; ma scegliere queste ultime soltanto per il motivo che, in tal caso, la strada della ricerca ci appare vivace, spontanea e meno faticosa, denuncia un atteggiamento d’infantilismo regressivo che annulla qualunque tentativo di progressione.

 

La parzialità offre opinioni simili alle soste nei grill dell’autostrada durante il periodo vacanziero; dato che in democrazia la maggioranza vince, quando la parte piú numerosa della popolazione lascia capire di essere convinta del­l’esistenza del Divino, la parte restante non può sottrarsi all’obbligo di massa. Rischierebbe una brutta figura. Con la sensibilità derivante da una tale prospet­tiva, non mi meraviglierei se i luoghi di culto si attrezzassero in merito e se entro breve tempo, oltre al servizio liturgico, offrissero anche un servizio bar.

 

È su queste premesse che si basa la fede dell’uomo d’oggi? O che si erge il fondamento del nostro laicismo?

 

Perché gli opposti, se disattendono il loro principio, non vanno lontano; si sgretola la base del primo e viene meno la ragione per cui è sorto il secondo.

 

Le scelte personali che abbiamo compiuto lungo il nostro cammino sono sempre state accurate, ponderate e riflettute con tutta l’attenzione possibile?

 

No. Abbiamo soltanto scelto con una certa approssimazione, magari sulla spinta di una empatia istintiva o improvvisa, quel che hanno deciso gli altri.

 

Risaputo che i santi fanno del bene, c’è chi pensa che basti far del bene per diventare santi; o basti leggere, ascoltare e riflettere le conferenze del Dottore, per fregiarsi del titolo di “discepolo dell’Antroposofia”.

 

Cosí, di conseguenza, l’etica è diventata moralismo formale, senza fondamento, una facciata da ostentare e da esibire; un abito nuovo, un lusso minimale capace di suscitare ammirazione e invidia agli occhi del mondo. Mentre il mondo, quello vero, prosegue imperterrito per la sua strada; tutto ciò non lo riguarda sotto alcun aspetto. L’unico rapporto con l’uomo era – ed è – il legame segreto con l’anima di lui: posto, dunque, che in quella si spenga poco a poco l’ originaria luce, tale rapporto sarà difficilmente recuperabile.

 

Quando diciamo “il mondo”, e per meglio sottolineare, aggiungiamo “quello vero”, cosa vogliamo intendere esattamente? Pensiamo di aver detto qualcosa di chiaro, comprensibile, inequivocabile; ma non è sempre cosí, non per tutti almeno.

 

Ognuno vede, percepisce, sperimenta attorno a sé un mondo fatto a sua immagine e somiglianza; però se quel che vede non gli risulta gradevole, né interessante, la colpa non è del mondo; è evidente che in tal caso l’ambito psico-fisico, strettamente personale, gioca una parte determinante.

 

Universi galattici

Universi galattici

 

La Scienza dello Spirito insegna che accanto alle forme relative all’individualità umana, esistono altri ambiti, o mondi, collettivi, planetari, galattici, e che tutti, nessuno escluso, rientrano in quello che è il piú vasto del Creato Creante: il Mondo dello Spirito. Il che vale tanto, che addirittura si parla spesso di Mondi dello Spirito, al plurale, proprio perché con questa dilatazione si tenta di rappre­sentarne in qual­che modo l’assoluta grandiosità.

 

Quando ci ripetiamo che “il mondo va avanti lo stesso”, indi­chiamo in tale maniera la nostra incapacità di sovvertire l’ordine delle cose; cadiamo pertanto in un rassegnato pessimismo esistenziale, molto at­tuale, che concede ai buoni il lasciapassare per esserlo un po’ di meno e ai cattivi la password per infierire sugli altri senza pagare pedaggio.

 

Eppure vi è una enorme differenza tra l’andare avanti del mondo della natura e delle sue cose e l’andare avanti dell’umano: il primo ci appare come una progressione automatica di causa ed effetto, privo di finalità specifica; il secondo può, a seconda dei casi, venir paragonato alla lenta cadenza del bue che tira l’aratro, oppure al dinamismo aggressivo ed esuberante che fa volare i leggendari Top Gun alla velocità di Mach 10.

 

Qui le differenze sono enormi, ma solo nella modalità esecutiva. Infatti l’uomo, sia che impieghi i buoi per dissodare il terreno, sia che si addestri in azioni di virtuosismo aereo-acrobatico, deve prima pensare per poter poi agire. La natura del mondo invece agisce secondo le leggi che la caratterizzano e che sono i concetti universali con i quali fu voluta e pensata.

 

Quindi negli esseri umani avviene prima d’ogni altra cosa la rappresentazione del traguardo, e dopo, ma solo dopo, arrivano le modalità esecutive. Rispetto all’ordine naturale vi è quindi un ribaltamento del principio di causa/effetto; qui l’effetto (rappresentato idealmente) diviene la causa per la quale scaturisce l’agire.

 

Da bambino la mia famiglia era composta dalla mamma e dalla zia (sorella della mamma); quando, dopo la scolarità d’obbligo, venne il momento di scegliere a quale tipo di studi superiori indirizzarmi, rimasero a lungo molto incerte e titubanti. La condizione famigliare avrebbe richiesto che fossi messo in grado di andare quanto prima a lavorare per agevolare un po’ l’economia di casa, che non era certamente florida. Si pensava quindi di avviarmi ad un diploma utile, conseguibile nel minor tempo possibile.

 

Intervenne allora lo zio Bruno (io lo chiamavo zio, ma era in realtà il marito della cugina di mia madre; abitavano nel vicinato e c’incontravamo spesso). Fu per la sua ferma e decisa opinione che mia madre e mia zia si lasciarono convincere e m’iscrissero al liceo classico. Il che determinò per me un gran bene futuro, anche se, sul momento, la scelta degli studi superiori non mi creava alcuna attrattiva, e l’unica mia aspi­razione era quella di trovare compagni e amici con i quali uscire e potermi divertire. Quindi l’iniziale mèta di famiglia (farmi conseguire un diploma in breve e cominciare a lavorare/guadagnare) venne sostituita – grazie all’intervento dello zio Bruno – con un traguardo di studi molto piú ampio, anche se meno utile alle imme­diate necessità. Ragionandoci sopra, osservo ora come la prima scelta derivava da uno stato di realismo natu­rale, mentre l’altra (quella che invece ebbi la fortuna di attuare) fu impressa da una prospettiva idealistico-culturale, e pertanto concettuale, formativa e ben adatta alle mie caratteristiche (al tempo sopite e poco evidenziate). In sostanza lo zio Bruno ci aveva visto lungo, e la strada prescelta, ancorché ripida e dispen­diosa, si rivelò in seguito determinante e feconda sotto ogni punto di vista.

 

Riferisco questo intermezzo biografico per dimostrare come le finalità che l’uomo si propone, se nate da una rappresentazione, vanno per un certo verso, se invece sorgono da un concetto o da un ideale, prendono un’altra strada. In tutti i casi le azioni conseguenti hanno inizio con una visione del traguardo in cui il pen­siero ha (dovrebbe avere) la parte piú importante.

 

Ed ecco qui la ragione del titolo: Provare per credere? O credere per provare? Mi spiego meglio: lo stimolo all’agire dipende dalla forza della necessità (quella che si deve provare, in tutti i casi, anche suben­dola) oppure nasce da un qualcosa di intimo, di metafisico che con la necessità non ha nulla a che vedere (quindi credere in un concetto, in un ideale)?

 

Due popoli in guerra, per cessare di combattere, devono prima credere nell’ideale di pace, oppure attendere una fine delle ostilità subordinata alla legge delle armi e di chi picchia piú forte?

 

Di fronte ad un’epidemia e alla possibilità di assumere un antidoto di cui non è certa l’efficacia, la portata e le conseguenze future, è bene cedere al panico del pericolo immediato o avere il coraggio di rimanere liberi e sviluppare in sé i motivi concettuali di un eventuale rifiuto?

 

Il provvedimento risolutivo di abbattere l’orsa JJ4, nasce dalla rappresentazione (manipolata e trasformata) delle nostre paure e delle nostre incapacità, o è determinato da un chiaro pensiero rivolto alla pubblica incolumità?

 

I punti cruciali (per lo meno questi pochi che ho appena evidenziato) che dividono, separano ed esa­sperano gli animi dell’intero consorzio umano sono sempre piú numerosi; le manifestazioni sempre piú violente; ma se si vuole osservare con pacatezza e senza pregiudizi o riserve mentali ogni divergenza in sé, si nota subito che non c’è possibilità di pace, di conciliazione e di solidarietà sociale, di utilità pubblica, finché le forze dell’anima vengono addestrate nelle palestre dell’odio, dell’intolleranza, del diritto ad aver ragione e dalla tracotanza egoica di sfidare tutto e tutti.

 

Vogliamo accennare al problema delle morti bianche (infortuni sul lavoro)?

 

Incidente stradale

 

Vogliamo parlare degli eccessi nelle assemblee politiche, sindacali, sportive? O dei raduni di folla in occasione di festi­vità religiose, o di concerti rock, o dei rave party? Oppure andiamo a guardare con attenzione lo svolgimento degli esami per l’abilitazione alla guida dei veicoli? Nelle ultime 48 ore si sono verificati 14 incidenti stradali quasi tutti per ecces­so di velocità e per guida in condizioni psicofisiche alterate.

 

morti sul lavoro

 

La brama di guadagno induce gli imprenditori poco scru­polosi a non curare i sistemi di controllo e di sicurezza previsti per i loro lavoratori.

 

Politica, partitismo, tifoserie arrembanti, fervori mistici in­controllati, febbre e stati di allucinazione (spontanei o indotti) caratterizzano gran parte degli eventi di massa.

 

Perché andare avanti cosí? Le soluzioni esistono, ma saranno tante quante le teste adibite a cercarle. Non delle teste abbiamo bisogno: l’unica soluzione valida e urgente è il lavoro nella propria anima, che deve diventare quotidiano e che, un tempo, aveva il nome, piuttosto antipatico, di “esame di coscienza”.

 

La Scienza dello Spirito conferma che un concetto o una rappresentazione possono diventare azione ed avere un determinato impatto con il mondo; ma spiega pure che se il loro intimo sorgere nell’uomo non s’immerge prima di tutto nella coscienza morale di lui, non ne rispetta i princípi accolti e sviluppati, non si perita di venire ogni volta rivista, controllata e rifinita, con la stessa pazienza, precisione e professionalità di un tecnico altamente specializzato, che deve costruire e mettere a punto meccanismi complessi e molto delicati, ogni risultato non potrà che essere disastroso e determinerà un travolgente effetto valanga sugli altri fattori presenti nel vasto scacchiere delle problematiche mondiali.

 

Una cosa è il nozionismo, un’altra è il sapere; si possono comunque ottenere con facilità, in modo abba­stanza indipendente dalla situazione interiore di chi apprende. La vera conoscenza invece richiede un lavoro acquisitivo lungo e spassionato: qualunque moto, anche esaltativo, che possa turbare lo stato di quiete e di equilibrio dell’anima, è un impedimento alla conoscenza che deve venir rimosso, altrimenti quel che ne sortirà sarà un facsimile, cioè un nulla verniciato di realismo.

 

Ascensione Pentecoste

 

Poco tempo è passato da due festività religiose im­portanti per i seguaci della cristianità; l’Ascensione e la Pentecoste. Le abbiamo incontrate, trascorse, forse festeg­giate. Ma in che modo?

 

Ci siamo ricordati di quel loro significato che i nostri Maestri, Rudolf Steiner e Massimo Scaligero per primi, hanno cosí tante volte posto in rilievo nei loro discorsi e nelle loro opere? Cosa abbiamo dell’Ascensione e della Pentecoste, oltre alla percezione di essere passate e alla rappresentazione di saperle associate ad un’importanza straordinaria, eppur difficile, molto difficile da ricordare e da ripetere con chiarezza?

 

Dai Misteri del Golgotha sono pervenuti molti impulsi essenziali; tra questi l’Ascensione e la Pentecoste rappresentano i messaggi cosmico-divini che hanno modificato per sempre la modalità di partecipazione delle anime degli uomini al corso dell’evoluzione. La responsabilità e la consapevolezza compenetrano ora l’intera struttura psicofisica, permeando con la forza della Verità e con il calore dell’Amore i corpi fisici, eterici, astrali e dell’Io di ogni creatura umana.

 

I primi due sono un dono del Cristo Gesú, un’offerta del Suo sacrificio.

 

Ma i due ultimi devono venir conquistati mediante la nostra volontà e devozione. Qui invero non vale piú la vecchia regola del “provare per credere”; necessita un ulteriore sforzo applicativo, dedizionale, capace di trasformare un motto di pratica saggezza in una verità essoterica nuova e sorprendente:

 

CREDERE PER PROVARE.

 

Quel che di solito non facciamo nel mondo in cui siamo, possiamo cominciare a farlo per il mondo in cui saremo.

 

 

Angelo Lombroni