La vera pace

Scienza dello Spirito

La vera pace

In una conferenza del 30 maggio 1912 a Norrköping, Svezia (in: Cristo e l’anima umana, ed. Antroposofica, O.O. N° 155) Rudolf Steiner cita con grande ammirazione una frase di Aristotele che «da nessuna filosofia successiva è stata raggiunta: “La virtú è una capacità umana guidata da un esame ragionato che, rispetto all’uomo, mantiene il giusto mezzo tra il troppo e il troppo poco”».

 

Siamo di fronte ad un’affermazione che si riferisce ad una dimensione fondamentale della nostra esistenza: «La famosa via di mezzo che deve venir mantenuta se l’uomo ha da essere veramente virtuoso, se la forza morale deve dare impulso al mondo».

 

Due atteggiamenti: l’estrema temerarietà e la viltà dell’uomo

Due atteggiamenti: l’estrema temerarietà e la viltà dell’uomo

 

Il Dottore analizza in proposito il rapporto tra due atteggiamenti estremi: «L’uomo perde se stesso e lascia che il suo sé venga frantumato dalle ruote del­la vita, quando si abbandona alla temerarietà.

 

…Quando invece egli erra dal lato della viltà, questo lo indurisce e lo isola dal rapporto con le cose e gli esseri. Diventa un essere chiuso in sé, caduto fuori dall’insieme, poiché le sue azioni e i suoi gesti non sono in armonia col tutto».

 

Dunque due le possibilità per l’essere umano: «O egli può andare perduto per il mondo che lo afferra e lo dilania come nella temerarietà; oppure il mondo può andare perduto per lui, perché egli si è indurito nel suo egoismo, come nel caso della viltà».

 

Segue una preziosa sottolineatura della facoltà fondamentale che ci distingue in quanto esseri umani: «La libertà della vita sta …nel fatto che l’uomo ha sempre la possibilità di errare in due direzioni. E da ciò viene anche la possibilità del Male. Il Male è ciò che nasce quando l’uomo si perde nel mondo o quando il mondo perdel’uomo» (c.d.r).

 

Rudolf Steiner non si limita a descrivere il problema: «Ora cerchiamo di indagare come possa deviare nell’uno o nell’altro senso l’anima senziente» e si chiede: «Che cosa è, in generale, che rende possibile all’uomo di avere un rapporto con le cose».

 

E la risposta identifica un attore non sempre manifesto alla base del nostro agire: «Quello che crea un rapporto fra gli uomini e le cose è quello che noi chiamiamo l’interesse per le cose. …Con questa parola “interesse” abbiamo detto qualcosa di infinitamente importante nel senso della morale. È piú importante penetrare nel significato morale della parola “interesse” che di proporsi mille e mille, sempre belle, quand’anche soltanto ipocrite e meschine, regole morali».

 

Definizione indubbiamente lontana dal significato negativo con il quale siamo soliti definire una persona “interessata”.

 

Un bambino incontrato per la strada

Un bambino incontrato per la strada

 

Il Dottore è lapidario: «I nostri impulsi morali vengono guidati all’azione nel miglior modo quando noi portiamo un giusto interesse verso le cose e gli esseri. Questo deve essere ben chiaro». E ci presenta subito una situazione implicante un forte senso di responsabilità: «Poniamo per esempio di avere un bambino davanti a noi. Qual è la condizione preliminare per dedicarci a questo bambino? …La premessa necessaria è di avere interesse per il suo essere». E non averlo non è mancanza lieve: «Denota già uno stato non sano dell’anima umana quando l’uomo si ritrae davanti a qualcosa che deve interessarlo».

 

Anche le virtú caritatevoli ne dipendono: «Pure la compassione viene nel giusto modo risvegliata quando noi abbiamo interesse per una creatura».

 

E nuovamente sono configurabili atteggiamenti correlati negativi: «Uno è l’apatia del sentimento che si tiene estranea a tutto e provoca nel mondo infinite catastrofi, poiché vive solo in se stessa e sta fissa testardamente ai suoi princípi sí da dire continuamente: “Questo è il mio punto di vista”. L’avere un “punto di vista” nel campo della morale è già qualcosa di male. …L’apatia ci pone fuori del mondo, mentre l’interesse ci trasporta in mezzo ad esso».

 

E qui si manifesta ancora una volta il ruolo salvifico, insostituibile, dell’Antroposofia: «Come è vero che dal fuoco scaturisce calore quando accendiamo la stufa, cosí è vero che sorge interesse per ogni uomo e per ogni essere quando noi facciamo nostra la saggezza antroposofica».  Severo il confronto con le aride concezioni già allora dominanti: «Dalle conoscenze materialistiche sorge quello che noi oggi, purtroppo, vediamo crescere attorno a noi e che, in modo radicale, deve venir designato come apatia. Se questa dovesse veramente dominare da sola nel mondo, produrrebbe immani disastri».

 

Pertanto vengono in primis coinvolti i nostri rapporti piú diretti: «Pochi uomini hanno occhi aperti per ciò che parla da uomo ad uomo. E in questo proprio deve agire l’Antroposofia: nell’aprire i nostri sensi in modo da avere occhi aperti ed anima aperta per tutto quanto di umano è attorno a noi, affinché possiamo andare per il mondo non apaticamente, ma invece col giusto interesse. …Con un sano interesse ci consolidiamo moralmente nel punto di mezzo, nel punto dell’equilibrio».

 

Ma ancora piú decisive appaiono le ricadute di ordine generale: «Non possiamo progredire con le prediche sull’amore umano universale, ma piuttosto per il fatto che noi nutriamo interessi sempre piú vasti, cosí che l’anima si rivolga con comprensione verso i piú svariati temperamenti, i piú diversi tipi di caratteri o particolarità di razze e di nazionalità, o verso le diverse concezioni religiose o filosofiche».

 

Unica via verso la vera Pace fra i popoli.

 

 

Francesco Leonetti