All’inizio degli anni Sessanta in famiglia venne presa la decisione di costruire una casa a Fiuggi, la località che anche molti nostri parenti, zii e cugini, avevano eletto come luogo di villeggiatura. Dal Comune era stata fatta una lottizzazione nella parte di Fiuggi alta, in località “La Madonnina”.
Il terreno era in salita ma ampio, e dagli Altipiani di Arcinazzo, lí vicino, la Forestale ci aveva donato settantacinque magnifici abeti, i quali negli anni dal cancello in basso, all’altezza della strada comunale, avevano formato un lungo viale ombroso che saliva fino alla casa.
La costruzione, che nelle intenzioni iniziali doveva essere una villetta, con il tempo si dotò di tali modifiche da acquistare proporzioni piuttosto imponenti. Ognuno aggiungeva i propri desideri, e quando dovetti esprimere i miei, chiesi una torretta in alto, dove avrei potuto dipingere con una buona luce e in tranquillità. La torretta fu costruita, ed era in realtà una stanza molto ampia, con il bagno e con la “stanza armadio”, altra richiesta apparentemente dettata dalla comodità di avere un armadio piú grande, in realtà desideravo la “stanza nella stanza” per meditare senza rumori o interferenze.
Nessun mobile, a parte il letto e un comodino, doveva disturbare l’ambiente, perché finalmente avevo a disposizione grandi superfici preparate dagli esperti imbianchini perché fossero di base alla mia pittura.

Avevo sempre desiderato dipingere grandi superfici, lo avevo sognato, ma credevo che non avrei mai potuto realizzarlo, e invece quella costruzione lo rese possibile. Passavo ore e ore ogni giorno su e giú dalla scala, in alto fino al soffitto e in basso fino al pavimento dipingendo ogni parete, con un’idea d’insieme che man mano si mostrava in ogni sua parte. C’erano le “prove” spirituali: quella del fuoco, dell’aria e dell’acqua, e nella parete centrale la montagna con in cima il castello del Graal.
Ci vollero molti mesi, distribuiti nel vari giorni di vacanza, quindi almeno tre anni, a partire dal 1965, per arrivare al termine, ma a quel punto entrare in quella stanza produceva una forte impressione.
Naturalmente il primo a cui la mostrai finita fu Massimo Scaligero. Lo portai una domenica mattina a visitare la stanza, per vedere la sua reazione, che fu molto positiva. Rimase a lungo a esaminare ogni parete e mi chiese le spiegazioni del significato che avevo voluto dare alle varie rappresentazioni.
In seguito, nel tempo, vennero a visitarla a turno vari personaggi del luogo, dato che ognuno lo raccontava ad altri, e cominciarono a chiedermi in tanti di poter vedere la stanza che era stata da loro definita “dantesca”.
Alcuni dicevano che dovevo far pagare il biglietto come in un museo, altri che bisognava chiamare la stampa e rendere il luogo conosciuto da molte piú persone. Ma a me non interessava quel via vai di gente, e cercai di diradare sempre piú le visite.

Il karma aveva in serbo per me un diverso futuro per quella casa e quella stanza. L’improvvisa morte del mio patrigno, una persona amabile e generosa, che però aveva troppo osato dal punto di vista economico, ci aveva lasciato in una difficoltà impossibile da sostenere, e dovemmo mettere in vendita la casa.
Le persone che venivano per l’acquisto erano tutte molto interessate anche alla “stanza dipinta”, e colui che alla fine la comprò, disse che sarebbe stato un onore per lui continuare a far visitare la stanza.

L’anno seguente dovemmo ricontattarlo per un problema rimasto in sospeso, e andai con mia madre a Fiuggi per incontrare il nuovo proprietario.
La trasformazione della casa mi lasciò impietrita. Avevamo venduto compreso tutto il mobilio, che dava agli ambienti una grande armonia, ma evidentemente non era gradito ai nuovi abitanti, che avevano acquistato tutti mobili moderni in stile svedese, freddo e asettico. Chiesi di vedere la torretta e trovai una certa resistenza, ma senza attendere ulteriormente un consenso che sembrava non venire, salii le due rampe di scale quasi correndo. All’entrata rimasi sbigottita: le pareti erano state interamente ricoperte di carta da parati con disegni geometrici, e i tanti mobili aggiunti ovunque avrebbero comunque impedito di vedere cosa c’era dietro…
Scesi silenziosamente e non commentai. Non c’era nulla da dire.
Purtroppo a quell’epoca avevo una macchinetta fotografica che rendeva poca fedeltà alle immagini, e solo qualcosa avevo fotografato in precedenza. Mi restano foto un po’ sbiadite che non rendono l’atmosfera dell’originale imponenza, dell’ampiezza e la vivacità dei colori. Ma forse quel lavoro di pittura tanto impegnativo, e anche faticoso, non doveva rimanere, una volta che lo spirito di chi vi aveva abitato non era piú presente.
La casa in seguito subí delle grandi trasformazioni anche all’esterno. Verso la fine dello scorso secolo il Comune, che pure aveva lottizzato e venduto il terreno, lo espropriò, lasciando solo un esiguo spazio intorno all’abitazione, e gli alberi che in quarant’anni erano diventati alti e maestosi furono abbattuti per far posto ad altre case che funghirono tutt’intorno.
Ma come diceva Massimo, ogni opera realizzata lascia una traccia nella cronaca dell’Akasha, e forse, quando un giorno si potrà leggere quella cronaca spirituale, la “stanza dipinta” potrà essere nuovamente visitata.
Marina Sagramora
