Appunti sulla presenza interiore

Considerazioni

Appunti sulla presenza interiore

L'attento ascolto

L’attento ascolto

 

Si dice “presenza interiore”: proprio cosí, un tema di cui si può parlare. Nel senso che ognuno – saggiamente o no, dipende dai casi – ritiene di possederne una, almeno in piccola quantità; oppure che in un recondito recesso della psiche esista un qualche cosa di affine, una sorta di centro psichico vigile e cosciente cui riferire tutto quello che accade tanto all’interno quanto all’esterno di noi stessi; e quindi, per logica conse­guenza, sia cosa non facile da gestire, soprattutto nei particolari momenti in cui questo apice s’impenna simile a un cavallo imbizzarrito, di contro a delle evenienze piú urticanti del solito.

 

Dialogando con amici, mi è capitato spesso di udire tale locuzione posta nel bel mezzo di un discorso, come fosse una specie di chiosa, o d’inciso, in cui la “presenza interiore” fa, ad un tempo, da evidenza e da spiegazione. Davanti a questo binomio composto da due semplici paroline, astratte e tuttavia impegnative, per molti anni, non ho fatto altro che annuire col consueto cenno del capo e l’inevitabile battutina di palpebre; un segno convenzionale per dire che avevo capito, approvato e che il discorso poteva andare avanti.

 

Ma cosa in realtà avevo capito ? Cosa avevo approvato ? Chi è, dove sta, questa presenza interiore? È forse un modo di dire? Che c’è di piú ovvio che ognuno abbia la sua presenza interiore? Non occorrerebbe neppure dirlo. Se la affermi come realtà, sembra quasi che in un modo misterioso, ancora da verificare, si possa anche esserne sprovvisti.

 

Possibile? Stai parlando con qualcuno e ad un certo punto ti accorgi che sulla fronte gli si accende un piccolo monitor in cui compare la didascalia: “Scusate tanto, ma al momento sono interiormente assente. Per cui , se anche da fuori mi vedete normale, per quel che riguarda una mia piú intima presenza, io non ci sono. Vi prego di voler ricolloquiare piú tardi”.

 

«Ripeti quello che ho appena detto!»

«Ripeti quello che ho appena detto!»

 

Ai miei tempi, quando andavo a scuola, la mancanza di presenza interiore era facilmente rilevabile: stava incentrata nel grado di disattenzione di noi scolaretti. L’insegnante se ne accorgeva e non mancava di richiamarci all’ordine, talvolta con una certa severità, fino ad aggiungervi una sottile vena di sarcasmo, tipica dei catte­dratici di ruolo, e andava ad infierire sul malcapitato, puntandogli l’indice e intimando a bruciapelo: «Adesso, caro X.Y., ripeterai quello che ho appena detto ai tuoi compagni!».

 

Lí sí che t’accorgevi subito se eri interiormente presente o no, però a volte succedeva: stanca delle lunghe ore di lezioni barbose, la presenza interiore se n’era andata a spasso sulle ali della fantasia. Però c’era! Stava altrove, ma c’era!

 

Per cui parlare di una eventuale mancanza di presenza interiore mi pare un controsenso: solo se la si vincola ad un determinato contesto, si può affermare d’essere presenti o meno. L’andare fuori strada non è soltanto uno spiacevole incidente automobilistico.

 

Ci possono essere degli ostacoli, di cui non sappiamo nulla o di cui abbiamo ignorato l’avvertimento; fungono da impedimento, ci deviano su un binario completamente diverso da quello su cui volevamo o credevamo di stare. Ma una cosa è deviare la presenza interiore, un’altra è cancellarla.

 

E poi, quand’anche annullata, in quale altro modo potrebbe chiamarsi? Assenza interiore? Presenza negativa? Serrata per protesta di coscienza? No, il ragionamento non fila.

 

Per esempio – pur essendo passato molto tempo lo ricordo ancora – mi sono lasciato convincere da un gruppo di amici (wagneriani sfegatati) ad avventurarmi in una soirée di musica classica, senza aver dato il giusto peso al fatto che proprio quel giorno portavo ai piedi un paio di scarpe nuove, acquistate poche ore prima. Belle, eleganti, ma piuttosto strette.

 

Sigfrido attraversa il cerchio di fuoco

Sigfrido attraversa il cerchio di fuoco

 

Fu un vero tormento: mi sorbii buona parte del “Sigfrido” a denti stretti e col sudore alla fronte; finché, all’inizio del terzo atto, mentre l’Eroe si accingeva ad attraversare il cerchio di fuoco, io, complice la penombra del teatro, rimasi coi soli calzini, e l’in­ferno, almeno per me, cessò. Non se ne accorse nessuno: la pre­senza degli astanti era rivolta totalmente alle ondate di musica sinfonica provenienti dall’orchestra e da ciò che di epico si stava svolgendo sulla scena; la mia presenza interiore, invece, stava parecchio piú in basso, e per il momento si godeva la pedestre soluzione del problema.

 

No, la presenza interiore non può essere questa cosa qua. Non può essere confusa con la disattenzione, né con la deviazione; né con l’espediente che ti toglie da un imbarazzo; e neanche con un attimo di distrazione, perché noi siamo sempre presenti a noi stessi qualunque siano le situazioni che l’esistenza ci offre e ci fa incontrare. Nelle peggiori, potremmo  essere sí spaventati o intimoriti, ma per l’appunto, proprio in tali condizioni di coinvolgimento risulta evidente la nostra interiorità, magari offesa, magari svilita, ma pur presente e attiva.

 

Per cui una differenza c’è, e si vede: e sta nel fatto che, ove l’attacco alla presenza interiore arrivi in modo proditorio (quando cioè, nella garitta della coscienza, la sentinella dormicchia) allora questo assalto non può che essere subíto: ne siamo sopraffatti; non c’è nulla da fare.

 

Ma ben diversa si presenta la questione quando la nostra sentinella è addestrata alla veglia e vuole, costi quel che costi, compiere il suo dovere fino in fondo.

 

Le oche del Campidoglio

Le oche del Campidoglio

 

Se tale fu la funzione delle oche del Campidoglio, che per legge di natura si dice non si pongano il problema della responsabilità morale, non vedo la ragione per cui un uomo debba abbattere la propria posizione, assestandosi ad un livello inferiore; anche perché dopo di esso, credo che non ce ne siano di altri.

 

Sarebbe piú comprensibile quindi parlare di controllo sulle emozioni e di padronanza interiore; essere, come dicevano i latini, compos sui; ma temo che pure questo sia un puro no­minalismo; in realtà la storia ci ha tramandato molte pagine sugli antichi Romani, in cui compostezza e padronanza di sé non soltanto non brillavano affatto, ma neppure facevano capolino.

 

Bisogna perciò seguire un percorso diverso: un percorso in cui l’intuizione si sollevi dalla comune perspicacia e s’accompagni all’amore per la verità. La presenza interiore viene determinata, secondo me, da questo particolarissimo abbinamento: volontà di ricerca e sentimento di benevola dedizione a quel che si sta cercando, per trarne lucida e obiettiva consapevolezza e poi dedicarla a chi eventualmente ne manifesti l’urgenza.

 

In fondo non è molto diverso da quel che succede nell’anima di un artista quando riesce ad esprimersi ad un livello riconoscibile da tutti. È una situazione interiore ben diversa da un rigido aplomb sostenuto da un pari sforzo mentale. Ma proprio questo l’artista può offrire contemporaneamente alla vita e al mondo: l’esperienza sofferta e vissuta di un essere umano, la capacità di esprimersi ad un livello piú alto, in vista del quale abbia compiuto un determinato percorso e svolto un’adeguata preparazione. Percorso e prepa­razione che, almeno per i primi tempi, necessitano di stabilire e mantenere un colloquio interiore, verace e approfondito. Solo da questo infatti potrà derivare in seguito la forza per i passi successivi.

 

Una improbabile pausa relax

Una improbabile pausa relax

 

Come non mi riesce immaginare un atleta olimpico che tra una gara e l’altra si prenda una pausa relax fumandosi una sigaretta, altrettanto non vedo un grande compositore quale fu Wagner preparare le sue opere in tutta tranquil­lità, con calma olimpica e con animo sereno.

 

La trascuratezza del primo non sarebbe meno perico­losa della Gelassenheit del secondo: entrambe fuoriescono dal quadro; conducono i soggetti (o gli assoggettati) lon­tano dalle mete dello Spirito. In molti di questi casi la di­stanza non viene ravvisata; i traguardi parziali, i successi profusi in riconoscimenti ed onori e le ovazioni col­lettive, provocano il blackout delle coscienze orbe d’au­tocritica; orbe di presenza di sé. Che non sparisce, ma dorme.

 

Un impegno ci dev’essere: manifesto oppure nascosto, palese oppure in fieri, ma ci deve essere. Un impegno assunto nella totale adesione del nostro essere è sempre fonte di dolore e di travaglio, ma è un passaggio inevitabile: si danno le condizioni di base da cui può sorgere un’opera d’arte, come potrebbe esserlo una vita vissuta bene, nella dedizione di ciò che si porta nel cuore.

 

Qualcosa per cui ogni sforzo, ogni sacrificio, ogni rinuncia, si ritrovi in un senso karmico nitido e compiuto. Compiuto al punto che nell’anima, nonostante tutto, risuona la certezza: “Sí; ne vale la pena!”.

 

L’illusione che la nostra esistenza sia un regalo (sorto per una combinazione fortuita di particelle), per cui l’atteggiamento interiore piú logico e razionale consiste nel cercare di spassarla al meglio, è il solo risultato del non aver attuato l’impegno, il volere assunto prima dell’incarnazione, e di averlo tradito, respinto fino a odiarlo.

 

O del non averlo voluto vedere né sentirne parlare, dato che storia, religioni e attitudini alla fede hanno puntualmente presentato al mondo dei punti di forza inequivocabili, che non possono essere cancellati nemmeno dalle coscienze piú labili e reiette.

 

Cerchiamo la forza, diciamo di volere la sicurezza, facciamo di tutto per sentirci equilibrati, estetica­mente gradevoli, convinti che da ciò possa conseguire pace, approvazione e stabilità sociale.

 

Per quanto i nostri percorsi esistenziali, la nostra formazione e le nostre culture possano averci sospinto lontano da questa certezza, al punto di non riuscire piú a immaginarla, è innegabile che essa rappresenta comunque un obiettivo, il quale ha a che fare con il Sovrumano, con il Sacro, con il Divino. Si può collegare con tutto ciò che giace da un tempo immemorabile in ciascuno di noi, e che da un tempo altrettanto immemorabile abbiamo trascurato, fino all’annientamento, lasciandoci coinvolgere in infinite situazioni, tutte degradanti, tutte effimere, tutte depressive, di per sé non aventi valore alcuno; ma che servivano alle forze “dirottatrici di presenza interiore” a far dimenticare, letteralmente ad obliare, il motivo dell’essere venuti al mondo. Sulla cui unicità, universalità ed uguaglianza per tutti, non ci sarebbe nulla da discutere: solo da realizzare.

 

La corsa alle seduzioni del divertimento

La corsa alle seduzioni del divertimento

 

Per cui si cerca, anche se cosí non pare. Tutti cer­chiamo, a volte disperatamente a volte un po’ meno, dato che le seduzioni del Grande Luna Park Terrestre funzio­nano sempre a pieno regime; sí che poi, tutto ad un tratto, si cede, si smette di cercare. Nelle anime nasce la convinzione di aver già spe­rimentato quanto c’era da sperimentare e quindi non ci sia piú nulla da ricercare: nulla al di là di questo mondo, nulla in questo universo e, per finire, nemmeno al di là di noi stessi, o di quel che nel presente crediamo di essere.

 

All’inizio ho scritto della presenza interiore, dicendo che è un tema di cui si può parlare; ma le parole non sempre bastano a chiarire un concetto. La presenza di cui sto parlando sorge da un impegno, che è un atto della volontà e della coscienza, il quale non ha bisogno di avvalersi della dialettica per entrare in funzione, anzi!

 

È un atto di coraggio: coraggio di riconoscere in se stessi l’esistenza di questa immanente forza spirituale, che risplende come un mistico sole interiore (in una delle sue meditazioni, Massimo Scaligero la definí “simbolo di tutta la forza e della sua invincibilità”); quel coraggio che può radicalmente cambiare le sorti dell’umano perché rende diversa la sua visione del mondo e il suo rapporto con gli esseri che ci vivono.

 

Un coraggio che si attua e completa quel che prima si dava soltanto come possibile.

 

Un atto di coraggio che non è piú questione esclusiva di anima virtuosa, o decisione di coscienza. Esso proviene e va oltre le contingenze limitative in cui nascendo ci siamo racchiusi. È un contatto diretto col proprio Io: l’ineffabile, l’impersonale, l’antico e sempre nuovo Io; stimolatore, suscitatore, dispensatore di forze infinite quanto può esserlo il Sublime.

 

La presenza interiore, tanto discussa e discutibile, si afferma in virtú di questo rapporto, che ora le spalanca le porte su una vita nuova, cosí fortemente umana, cosí congiunta al Divino, in cui il coraggio, la paura, la paura d’aver coraggio e il coraggio di estinguere la paura penetrandola fino in fondo, si scoprono far parte del gioco della luce nelle tenebre: forme titaniche, splendori riflessi e colori abbaglianti, per comporre la tempesta – terrena e metafisica ad un tempo – chiamata vita.

 

La salda presa di posizione da parte di una interiorità umana, resasi consapevole del proprio Io, del Suo tacito volere e della Sua inestinguibile guida, trasforma ogni sconvolgimento delle forze naturali e telluriche; le induce a placarsi, ad estinguersi. Dileguandosi, svelano alle anime coscienti l’alba dell’Eternità che le sottende.

 

Là dove le forze della Sopranatura regnano incontrastate.

 

 

Angelo Lombroni