Il "Trattato" fiammingo

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Il "Trattato" fiammingo

Tra le occasioni interessanti derivate nel tempo attraverso L’Archetipo, ci fu l’incontro con un personaggio molto particolare: Marc Nauwelaerts, un antroposofo di Hove, città situata nella parte fiamminga del Belgio. Il professore, oltre al fiammingo e all’olandese, idiomi molto simili, conosceva perfettamente il tedesco e il francese.

 

Traktat

 

Mi scrisse nei primi anni del 2000 per raccontarmi quanto gli era accaduto. Era andato a Dornach, dove ogni tanto si recava per ritrovare nel Goetheanum e nella zona circostante l’atmosfera ancora impregnata del­l’aura del Maestro, Rudolf Steiner. Volendo acquistare gli ultimi volumi usciti, si soffermò nella libreria. Il suo sguardo fu attratto dal nome di un Autore che non conosceva, Massimo Scaligero, e dal titolo in tedesco: Traktat über das lebende Denken. Lo acquistò, e fu per lui una vera rivelazione.

 

Il libro non fu solo letto e studiato, ma anche meditato. Nel meditarlo però Marc si trovò ad affrontare alcune difficoltà di vera comprensione. La cosa lo fece decidere ad acquistare una copia del libro in originale, l’italiano, lingua che lui non conosceva. Il desiderio di comprendere esattamente il significato di tutte le parti del libro – anche quelle che lui aveva sottolineato per la sua mancata possibilità di approfondimento – lo fece decidere, a un’età non proprio giovanile, di intraprendere lo studio della nostra lingua.

 

Ci volle tenacia e dedizione, ma lentamente l’italiano fu appreso, anche in maniera molto accurata e analitica, e i significati che erano rimasti difficili da decrittare iniziarono a svelarsi. Questo fu per Marc un raggiungimento che non voleva tenere per sé: le persone che quotidianamente frequentava, facenti parte dell’antroposofia belga e olandese, dovevano avere la possibilità d’incontro con un libro tanto importante e con un Autore che egli riconosceva come vero Maestro.

 

Iniziò cosí il lavoro paziente, difficile ma anche appassionante, di tradurre il libro, chiarendo le parti che erano risultate per lui, nel tedesco, di dubbia interpretazione. Cercò dei riferimenti di chi aveva conosciuto l’opera di Massimo Scaligero e ne pubblicava in rete gli scritti, e trovò L’Archetipo. Ci fu all’inizio uno scambio epistolare molto nutrito, poi il suo desiderio di approfondire l’Autore che tanto l’aveva colpito, lo fece decidere a venire a Roma, per incontrare le persone che l’avevano conosciuto e che potevano dirgli qualcosa della parte umana del Maestro.

 

Bar Gianicolo

Alfredo Rubino, Marina e Marc Nauwelaerts

 

All’incontro andammo l’allora Direttore del­l’Archetipo, Fulvio Di Lieto, Alfredo Rubino ed io. Marc volle essere portato in ogni luogo dove Massimo aveva svolto la sua vita e il suo magistero spirituale. Aveva letto del bar Gianicolo e volle sedersi al tavolo dove Massimo aveva passato tanto del suo tempo per incontri con chi gli chiedeva aiuto e consiglio, prima che ci fosse lo studio di Via Cadolini.

 

Marc, Alfredo e Marina

Marc, Alfredo e Marina

 

Poi ci recammo a Via Cadolini, e Marc rimase a lungo a guardare l’entrata e la torretta dello studio, nell’edificio dove tanta vita si era svolta, e le cui scale per tanti anni erano state salite con emozione dai discepoli che si recavano da Massimo.

 

Marina, Fulvio e Alfredo

Marina, Fulvio e Alfredo

 

 

 

Avrebbe anche voluto vedere l’interno dello studio, ma purtroppo era stato restituito ai proprietari, nonostante il desiderio di Massimo che il luogo fosse conservato come un tempio consacrato, per tutto ciò che di spirituale lí si era svolto.

 

 

Studio Via Cadolini

In alto la torretta-studio di Via Cadolini

 

 

L’appartamento era ormai abitato da persone che l’avevano trasformato e non ne permettevano l’accesso.

 

Nel 2010, finalmente – superando molti ostacoli che si erano frapposti nel suo ambiente antroposofico, poco incline ad aprirsi ad Autori non ufficialmente accettati e consolidati – uscí il libro da lui tradotto in fiammingo/olandese.

 

Trattato fiammingo

 

Fu per noi una grande commozione veder arrivare in redazione una copia del libro con un biglietto di Marc che l’accompa­gnava, su cui era scritto: «Spero che questa opera sia un piccolo contributo alla conquista dell’arte del pensiero vivente, come ulteriore movimento dell’evolversi dell’uomo, a cui almeno una minoranza di asceti dovrebbe operare. Da questi muove la trasmissione della virtú del pensiero vivente, che in essi il Mondo Spirituale ha acceso». All’interno del volume Marc aveva riportato a mano una frase del Trattato: «Chi cerchi le radici viventi del pensiero, trova il Divino: la via vera della meditazione, o della preghiera» Capitolo 38.

 

Ne demmo naturalmente subito notizia sul numero di giugno del 2010 dell’Archetipo (al link www.larchetipo.com/2010/giu10/pubblicazioni.pdf) anche se non per la lettura del libro, ma per la soddisfazione di sapere che l’insegnamento del nostro Maestro continuava ad espandersi in altri luoghi e sicuramente avrebbe raggiunto chi ne avrebbe potuto trarre le giuste indicazioni.

 

Il rapporto epistolare è continuato negli anni. In una email, Marc ha scritto: « Il Trattato è per me un libro chiave per restare in contatto con il Mondo Spirituale, un fondamento per trovare e servire il Logos. Ogni giorno medito per alcuni minuti una parte del libro: «Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolato ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza».

 

Marina Sagramora