Il trionfo della morte

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Il trionfo della morte

Clusone – Oratorio dei Disciplini Bianchi

Clusone – Oratorio dei Disciplini Bianchi

 

Prenderemo spunto per questo articolo dal­l’Oratorio dei Disciplini Bianchi che si trova a Clusone, nella bergamasca, e precisamente in Val Seriana.

 

L’Oratorio fu edificato nel XIV secolo dalla confraternita dei Disciplini Bianchi e dedica­to a Maria Annunziata. Nel 1452 fu ridedicato a San Bernardino da Siena, che in quegli anni percorreva la valle con la sua predicazione. Sulla facciata della parte piú antica campeg­giano gli affreschi della Danza Macabra di­pinti nel 1485 da un artista locale, Jacopo de Buschis, autore anche degli affreschi interni con le storie del Cristo.

 

L’affresco, diviso in cinque parti, rappresenta una sintesi dei temi della Morte nel tardo Medioevo. Vi si raffigura il tema dell’incontro dei tre vivi e dei tre morti, presente anche nel Camposanto di Pisa, illustrato con una scena di caccia col falcone, ed è derivato da una leggenda che ebbe gran seguito nei secoli XIII e XIV in quasi tutta Europa. Vi è poi il grande Trionfo della Morte; in esso la Morte regna sovrana su tutti: «No è omo cosí forte che da me po’ schampare», cosí si legge nel cartiglio centrale: umili e potenti, giovani e vecchi, laici o consacrati.

 

J. de Buschis «Trionfo della Morte e Danza Macabra»

J. de Buschis «Trionfo della Morte e Danza Macabra»

 

Nella fascia sottostante la Morte tiene la scena, con una sfilata di coppie in cui il morto, lo scheletro, è il doppio del vivo. Si tratta della “Danza Macabra”, tema diffuso specialmente nel Nord Europa, in Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera, Austria, Pae­si Baltici e Scandinavia. In Italia era pre­sente piú nel Nord, cito ad esempio gli af­freschi della Danza Macabra della Chiesa di San Vigilio a Pinzolo dell’artista Simone Baschenis.

 

Fuori d’Italia sono famosi i dipinti di Hans Holbein, come famoso era il ciclo di affreschi del 1424 sul tema della Morte, vi­sibile sulla parete di fondo del Cimitero de­gli Innocenti a Parigi e distrutti durante lavori d’ampliamento nel 1669. Ma non solo in edifici religiosi, pure in residenze private, palazzi di ricchi e nobili vi venne raffigurata, un uso che durò fino a tutto il 1700 e primi del 1800.

 

L'incontro di Amleto con il fantasma del padre

Amleto incontra il fantasma del padre

 

Ma non è tanto della Storia dell’Arte su questo argomento che si vuole trattare, bensí di come si arrivò a questo fenomeno che attraversò la cultura e la storia dell’Europa di quei tempi. Sappiamo che civiltà del passato, come ad esempio le popolazioni del Nord, ma pure altrove, vedessero nella Morte un passaggio non traumatico come oggi lo ve­diamo. Ciò era dato da un minor attacca­mento a quello che possiamo definire la materia. I Celti, ad esempio, e come loro altre culture, sapevano della Morte e Ri­nascita, avevano un rapporto con i loro avi che non era certamente quello che si ha attualmente, la barriera che separava vivi e defunti era molto piú tenue, e il contatto con questi ultimi avveniva piú facilmente; si veda come in Shakespeare Amleto abbia la visione del padre ucciso che gli compare piú volte e lo invita a fare giustizia, o nel Giulio Cesare, dove Bruto vede comparire il fantasma di Cesare che gli predice la sua fine a Filippi, dove troverà la morte nella battaglia del 42 a.C.

 

Tanti altri episodi come questi potremmo narrare, e piú si arretra nel tempo piú vediamo che la Morte non è dipinta a tinte fosche e macabre come sarà piú avanti, per tante culture dell’Oriente era vista anzi come una liberazione dalla Maia, dalla Grande Illusione, una visione questa che si ripresenterà nell’asce­si mistica cristiana, di individui che seguirono questa filosofia.

 

La Morte era allora la Dama in Nero, la Dame en Noir delle popolazioni francesi o la Schwarz Dame dei tedeschi; non la si rappresentava b in modo macabro e raccapricciante come sarà in seguito.

 

Nessuna epoca ha però inculcato l’idea della Morte con tanta enfasi quanto il XV secolo.

 

Senza sosta risuona, lungo tutta l’esistenza, il “memento mori”; con il fiorire degli ordini mendicanti si affermò la predicazione popolare, e quell’ammonimento crebbe fino a divenire un coro minaccioso che risuonava nel mondo di allora.

 

L’arte e la stampa, con la nascita della xilografia, iniziarono a rappresentare la Morte in maniera im­mediata, vivace, aspra e violenta.

 

Quelle immagini e il complesso di idee intorno all’argomento volevano accentuare la nozione della caducità, e tre erano i temi che fornivano la melodia all’interminabile lamento sulla fine di ogni gloria terrena. Innanzitutto c’era il motivo: dove sono ora tutti coloro che una volta riempirono il mondo del loro splendore? Poi c’era il motivo dello spettacolo terribile della putrefazione di tutto ciò che una volta era stato bellezza umana. Infine entra in scena la Danza Macabra, della Morte che trascina con sé uomini  di ogni condizione ed età.

 

Il primo motivo già era presente nella prima Cristianità con i Padri della Chiesa, ma nel tardo Medio­evo esso gode di una particolare popolarità. Che cosa rimane di tutta la bellezza e delle glorie umane?  Solo ricordi, nomi, ma la malinconia di quel pensiero fa inorridire davanti alla Morte, alla fugacità della vita viene posta davanti la visione del cadavere in decomposizione. Non piú la Morte come passaggio verso un altro stato dell’essere ma l’orrore della fine, del disfacimento, e su ciò lo spirito di una certa ascesi medievale si era sempre soffermato volentieri, ma l’elaborazione dei dettagli di quella rappre­sentazione verrà piú tardi.

 

I trattati ecclesiastici sull’argomento e le rappresentazioni nell’arte, nella pittura, nella scultura, già alla fine del 1400 avevano raggiunto un grado di espressività realistica notevole, non è strano che non si osi mai fare un passo avanti, per vedere come anche quello che si decompone diverrà a sua volta terra e fiori?

 

Il Dottor Steiner ci spiega, nei suoi tanti cicli di conferenze dove tratta della Morte, che in quei tempi iniziava il periodo dell’anima cosciente, ci si addentrava per conseguenza nel sempre maggior mate­rialismo, si perdeva ulteriormente il contatto con i Mondi Spirituali. Nei suoi cicli ci parla delle ripetute vite terrene, del Karma, temi che l’uomo oggi deve conoscere e far suoi, sviluppandoli ulteriormente e ciò alla fine del 1400 non era possibile, se non per pochi Iniziati.

 

Lo Steiner aggiunge poi che proprio nel tempo dopo il 1413 i Troni trasferirono il centro conoscitivo dell’uomo dal cuore alla testa. Ciò comportò la nascita della capacità dell’uomo di sentirsi produttore del proprio pensare autonomo, pensare che iniziò a rivolgersi alla forma morta delle rappresentazioni, quale pensato fisso e morto. Tale generale esperienza interiore si esteriorizzò artisticamente anche nelle danze e processioni macabre.

 

In quei tempi vi era la paura di vivere, un’attesa del peggio, delusione e scoraggiamento, spesso un rifiuto persino della bellezza e dell’aspirazione alla felicità, in quanto legate a calamità e dolore. Si aveva  ribrezzo per la vecchiaia, la malattia e la Morte; il monaco del tempo credeva di aver fatto del suo meglio quando mostrava la superficialità della bellezza corporea, l’inutilità degli interessi terreni, dell’accumulo di ricchezze, cariche e onori. C’era chi rispondeva a ciò con il rifugiarsi nella religione, nel misticismo e nell’ascesi e chi, all’opposto si dava alle gioie e i piaceri della vita senza pensare al dopo, se questo poteva permetterselo.

 

Al ribrezzo della dissoluzione del corpo terreno si contrappone la grande importanza che si attribuisce  all’incorruttibilità delle spoglie di alcuni santi, come Santa Rosa da Viterbo, e altri fino a tempi recenti, ma ciò che qui si esprime è, in fondo, uno spirito materialistico, che non poteva distaccarsi dall’idea del corpo.

 

L’Ars moriendi

L’Ars moriendi

 

Alla Danza Macabra è connessa anche “l’Ars morien­di”, creazione del XV secolo, essa tratta delle cinque ten­tazioni con le quali il diavolo insidia il moribondo: il dub­bio sulla fede, la disperazione per i suoi peccati, l’attac­camento ai suoi beni terreni, la costernazione per le proprie sofferenze e infine l’orgoglio per le proprie virtú; ogni vol­ta però arriva un angelo a scacciare con il suo conforto le insidie di Satana. Nella smania di una raffigurazione imme­diata della Morte, che portava all’abbandono di tutto ciò che ci è caro in vita, furono impressi dopotutto nelle coscienze solamente gli aspetti grossolani di questa. Nella visione ma­cabra di essa manca quasi del tutto il delicato e l’elegiaco, ed in fondo è un quadro molto terreno ed egoistico. Non si tratta del lutto per la perdita dei cari, bensí del rammarico per la propria imminente morte, vista solo come disastro e orrore.

 

Non vi è alcuna idea della Morte come consolatrice, fine della sofferenza, agognato riposo, compito portato a termine o interrotto, nessun tenero ricordo, nessuna ras­segnazione.

 

Infine il pensiero religioso del tardo Medioevo, ma che proseguí ben oltre, conosce solamente i due estremi: il lamento per la fugacità, per la fine della potenza, dell’onore e del piacere, per lo svanire della bellezza, e il giu­bilo per l’anima salvata nella sua beatitudine. Tutto il resto rimane inespresso. In una simile raffigurazione della Danza Macabra e del terrificante scheletro, ogni emozione si pietrifica.

 

Interessante, a proposito di processioni e canti riguardante la Morte, è la “Passacaglia della vita” (Homo fugit velut umbra) scritta da un anonimo del 1657 e tratto dalla raccolta Canzonette Spirituali e Morali dell’Oratorio filippino di Chiavenna. Ai tempi nostri è stata musicata e cantata dal Maestro Angelo Branduardi. Per ascoltarla il link è: https://www.youtube.com/watch?v=5cnWLusYj-U.

 

Danza macabra

 

 

La Passacaglia della Vita

Passacaglia della vita

 

 

Davide Testa