Se piume tese
affrontano l’incerto
primo chiarore,
segnano una croce
contro il cielo perlato,
poi svaniscono
in un guizzo veloce.
Il ramo duplica
la sua frangiata essenza
grazie a un muro,
se raggiunto dal sole.
Anch’io nell’alba,
ago di meridiana,
traccio un’ombra
sul volto della piazza
ancora immersa
nel sopore notturno.
Controluce
proietto la mia anima
sommersa
già pronta a uscire,
a incidersi profonda
sulla pietra del tempo.
Ognuno trova,
nel doppio che lo segue
o lo precede
replicandolo
in sagoma fedele,
un’eco chiara,
un vivido riflesso
di un’arcana
indicibile sostanza
che a un cenno rifulgente
si rivela
segno non imitabile,
perenne:
canto a solo del cuore
e della mente,
oscillazione
e slancio di pensieri
e, malgrado
la rigida gravezza
della sorda materia,
un ampio volo
interiore,
scandito sulla terra
da sincronie di palpiti,
finanche
la fredda stasi
di radice e buio
che sa fiorire
in armonie felici,
accesa
da un fervore di parole.
Fulvio Di Lieto

