Sono trascorsi cinquantun anni da quando ho cominciato ad occuparmi di Scienza dello Spirito. In questo periodo mi pare – anzi, ne sono certo – d’aver raccolto molte informazioni utili per formarmi un quadro sufficientemente stabile e indicativo sulla vita e sulla morte, sulla terra e sul cielo, sull’umano e su ciò che non lo è ma che potrebbe diventarlo (se tutto andrà bene). Soprattutto ho compreso anche parecchie cose importanti che mi sono tuttora d’aiuto per affrontare gli anni difficili della vecchiaia.
Mi accorgo tuttavia, in questo lungo percorso di acquisizioni conoscitive, di essermi portato dietro delle notevoli lacune; oggi desidero colmarle, perché è giunto il momento in cui ogni differimento assume il sapore sgradito dell’imperdonabile. E quando una coscienza umana non si sente piú in vena di perdonare, neppure a se stessa, allora la situazione merita una particolare vigilanza, perché quel che le sta accadendo potrebbe essere la prova finale.
Qualcuno disse che gli esami non finiscono mai; ci sono infatti quelli di riparazione. Ma nei termini concessi dall’arco di una singola vita, la riparazione non è sempre possibile.
Una di queste lacune – parlo ovviamente della mia personale esperienza (che in questo caso sarà meglio definire “inesperienza”) – che consiste nel non essere riuscito in tutti questi anni ad individuare con chiarezza l’essenza esoterica di San Michele Arcangelo, cosí come Rudolf Steiner ha inteso trasmettercela con la sua Antroposofia.
In altre parole, a 83 anni quasi suonati, continuo a chiedermi, come don Abbondio faceva con Carneade, chi veramente sia Michele e quale funzione eserciti nel suo rapporto col mondo umano.
Infatti, come si può rilevare dalle mie periodiche considerazioni pubblicate sull’Archetipo, quando giunge il mese di settembre, non mi trovo mai preparato a dedicare almeno poche righe a Michele, ove non venga attenzionato per tempo da qualche buona anima che ogni tanto mi ricorda la ricorrenza del 29 Settembre e mi sollecita in merito.

Naturalmente ho letto parecchie pagine relative a Michele; so di averle capite e in parte memorizzate, ma non è questo ciò che io intendo per formazione esoterica. Essa deve avvenire come comprensione e accoglimento allargato di tutta l’interiorità; chi vuole davvero studiare e sperimentare non può accontentarsi del capire con la testa, altrimenti l’efficacia comprensiva di quanto si è letto si riduce piú o meno al pari della lettura di un quotidiano, dove pure le informazioni piú eclatanti si dileguano in poco tempo senza lasciare traccia. E si giunge cosí al bel risultato di non aver capito un bel niente, però con la vaga convinzione di aver capito tutto.
Non è certamente questo il modo migliore per un’evoluzione qualitativa dell’anima; sempre che essa avverta l’anelito a perfezionarsi e intuisca la strada dell’esoterismo antroposofico come la soluzione migliore possibile al momento attuale.
Il modo piú proficuo di procedere è strettamente individuale, non esiste un miglioramento di massa; di norma si basa su scelte individuali di cui ciascuno deve rispondere dopo averle vissute e sperimentate.
Una di queste scelte, evidentemente frutto di un momento di particolare lucidità, mi ha messo di fronte ad un problema, rappresentato proprio da una mia lacuna interiore: Michele è dunque il “dispensatore dell’umana intelligenza”. Quante volte avrò letto questa frase? 100, 200? Eppure soltanto ora sono riuscito a intravedere nel mio vuoto conoscitivo, il senso racchiuso nella frase che tenta di emergere.
Rudolf Steiner ci ha insegnato che se parti dai dati di una ipotesi, e giungi a delle conclusioni che non stanno in piedi con la realtà del mondo, in cui è compreso quel che vai costruendo coi tuoi pensieri, devi trovare il coraggio di tornare indietro, e verificare di nuovo quei dati, perché forse qualcosa di questi ti era sfuggita. Al limite può rendersi addirittura necessario eliminare quei dati e trovarne di nuovi, perché i primi erano fuorvianti.
Lo ammetto: io ho confuso l’Intelligenza con il Pensiero. Al momento non mi sembrava un danno grave. Ma invece lo è, se si vuole entrare nell’ambito piú segreto della spiritualità; che poi non è affatto un ambito segreto; lo sembra semmai per quanti si ostinano a leggere testi in lingua straniera senza averla imparata, e poi si scoraggiano, o si stufano, giudicando assurdo ed inutile il loro tentativo. Tale è stato il senso del mio errare per tutti questi anni. L’intelligenza è, infatti, un’eccellenza del pensiero, cosí come un dipinto non è solo colori, forme, ombreggiature e linee; ciò che lo rende espressione di virtú artistica, non sta nei supporti impiegati per realizzarlo, questi sono gli strumenti necessari alla composizione materiale del dipinto, ma l’idea che splende raffigurata in esso, viene da un qualche cosa che sta ben oltre le parti che lo compongono. Essa è quell’indispensabile da cui tutto è iniziato ed è stato compiuto sino alla cornice.
Mentre il pensiero è pura energia potenzialmente costruttiva (ma anche potenzialmente distruttiva) l’intelligenza dispensata dall’entità spirituale indicata col nome di Michele, è la forza capace di connettere di volta in volta tutte le possibili varianti rappresentative sparse nell’infinito mondo del pensare, richiamato dal momentaneo promotore; il quale, in tal guisa sollecitato, trova infine il modo di ricongiungerle in un’unica sintesi, che, pur specchiandole una ad una, le trascende tutte perché pura essenza immateriale, non necessitata da inferenze e pertanto libera di esprimersi secondo l’originario essere.
Per dare una spiegazione piú semplificata, possiamo immaginare una classe composta ovviamente da maestro e da allievi. Senza gli allievi non è piú una classe, ma solo una ipotetica potenziale docenza; e senza il maestro essa rappresenta il pur nobile desiderio di apprendimento, ma privo di una direttiva precisa e coordinata che lo possa condurre ad un fine e ad uno scopo programmati. Con questo non voglio dire che il pensiero sia caotico, o volatile e disordinato; sarebbe un’eresia. È invece potenza, risorsa, carburante, forza motrice che, per manifestarsi, viene impiegata in un determinato modo. E tra i vari modi d’impiegarla malamente, c’è quello della dispersività, o delle connessioni fatte su basi spurie che rendono instabile qualunque costrutto. La trappola in cui si cade sta nel fatto che se il costrutto di pensieri è di poco elevato, non ci si accorge della sua instabilità. Si prende per buono l’elaborato senza supporre che prima o poi franerà provocando equivoci e danni.

Tutti riusciamo a comprendere che la scoperta della fissione nucleare non è una faccenda giudicabile su base etica; quello che invece diventa morale o immorale è l’uso che di essa ne facciamo. Le leggi delle particelle e del mondo subatomico hanno reso possibili numerose terapie, tra cui quelle anticancerogene, fino a poco tempo fa inesistenti; ma dall’altra parte della medaglia, hanno reso capaci gli esseri umani di costruite ordigni mortali, che hanno causato disastri inenarrabili e conseguenze altrettanto micidiali.
Quindi una cosa è l’idea allo stato puro, un’altra è la sua applicazione nella realtà della vita. Tra le due forme di causalità, una teorica, l’altra pratica, sta l’essere umano con la sua anima cosciente e la sua responsabilità morale.
Perché le idee sono vive di vita spirituale, ma nell’incarnarsi nel sistema-uomo tale vitalità può scomparire se l’anima non è pronta ad accoglierla in modo che la vita dell’idea possa continuare dentro di lei.
Diventa cosí sostenibile la tesi – piuttosto difficile da digerire – che la maturazione incompleta delle anime ci ha condotti ad uno spregiudicato uso del potere pensante (logica), laddove il rapporto perfetto sarebbe invece stato quello di far emergere dal pensare la luce e il calore del suo originario potere, e di conseguenza l’anima si sarebbe ravvivata della capacità di distinguere il bene dal male, il buono dal cattivo, il puro dall’impuro. Questo sarebbe stato l’avvento dell’Intelligenza e avrebbe dovuto entrare in piena funzione prima che la giostra degli eventi iniziasse il suo moto progressivamente infrenabile (guarda caso nell’aggettivo infrenabile, ci sono tutte le lettere per comporre la parola “infernale”; mi limito alla sola notazione).
Ignorando i diversi gradi e funzioni del pensiero e dell’intelligenza, questi si possono confondere tra loro, e allora diventa molto difficile ravvisare la necessità della correzione. Quando un insegnante dice ad un genitore: «Suo figlio è intelligente, ma è un po’ svagato», noi diamo per scontato che l’intelligenza consista nel pensiero cosí come esso sta a disposizione di chiunque, brillante o svagato che sia, ma rimane pur sempre un pensare ancora incolto.
Se non si conoscono altre possibilità, si resta su quello che c’è. E lo si scambia per il non plus ultra.

Per andare da Trieste a Roma un’automobile necessita di molte cose senza le quali ogni trasferta è impossibile. Ma anche avendo la completa disponibilità di tutto l’apparato motorio messo a puntino, il fatto di compiere il viaggio e arrivare a Roma, non c’entra nulla con la prestanza e il buon funzionamento del mezzo.
Quest’ultimo è necessario, realisticamente necessario, all’esecuzione del proposito, mentre ciò da cui tale proposito è scaturito rappresenta l’indispensabilità, ovvero il sine qua non del suo inverarsi. Le due cose possono apparire complementari e coniugabili, ma la loro natura è di grado diverso: la necessità è contingente e limitativa, e appartiene alla terra; l’indispensabilità è una qualificazione virtuale nata dalla la libera autonomia dell’umano, ed è un dono del Cielo.
Sembra una sottigliezza dialettica, ma la sua applicazione pratica nella realtà del mondo umano rivela appieno tutta l’assurdità e la pericolosità di una indebita commistione interpretativa che spesso viene fatta per l’inveterata incapacità di distinguere il grano dal loglio.
Infatti, finché la classificazione di entrambi viene ascritta alla voce “erbaggi”, sotto il benestare del punto di vista mentale, l’impulso conoscitivo si ferma lí; la distinzione non appare. Non appare perché si è sicuri che la classificazione fatta non abbia bisogno di ulteriori distinzioni.
Eppure ogni bravo contadino sa che il suo campo è predisposto per natura a produrre frutta e ortaggi d’ogni genere; ma sa anche che il suo intervento, il suo lavoro e lo sforzo quotidiano di applicazione è l’unico modo col quale potrà far convolare a nozze il necessitato col necessitante. La logica e l’intelligenza, ciascuna a sé stante, non bastano: l’anima dell’uomo deve offrirsi come campo di fertilità affinché la giusta fruttificazione avvenga. In tal caso un’intelligenza senza base logica sarebbe pura perspicacia di cui pure alcuni animali sono provvisti.
In questo punto, per l’uomo, vale la forza di Michele; perché è la forza che vince il Drago, ossia tutta la greve pesantezza di un potere che si oppone, che tenta in ogni modo di lasciare l’umano ai suoi margini evolutivi, impedendo qualsiasi tentativo che denunci l’ardire di alzare la testa e fissare mete piú elevate.
Forza ed esperienza, potere logico e coraggio di pensare oltre il semplice pensare, si consolidano in quell’unica speciale virtú che ha il nome di “intellighentia”, ed è la forza micheliana: quella che sa distinguere e trovare nel labirinto dell’anima, nell’oceano del pensare, la via della redenzione.
L’etimo di questa parola latina – il cui significato è legare, vincolare a sé, riprodurre interiormente – è dunque il rapportare i pensieri del mondo eterico, sceglierne alcuni e farli confluire ad unità in una sintesi che deve essere accordo di pensare e sentire.
I pensieri non sono mai isolati, ma il fatto specificatamente umano di riconoscerlo, diviene possibile solo quando nell’ordinario pensare si accende il lume dell’intelligere. E questo è prima di tutto un fatto del volere.
Il volere umano che Michele da sempre illumina, regge, custodisce e protegge.
Formulo un esempio che per me è stato molto indicativo: negli esseri umani esiste un senso di religiosità, piú o meno accentuato. I fedeli di queste religioni sono in linea di massima concordi nel principio comune che esiste un Dio, e che tale Dio è infinitamente saggio, onnipotente e amorevole verso le sue creature, in cui ovviamente rientriamo anche noi, uomini del XXI secolo (anche se stiamo facendo di tutto non già per uscire dal novero, ma per rimanervi dentro come quinte colonne).
Però fermiamoci un momento sul rapporto tra fedi e seguaci; poniamoci questa domanda: come è possibile che tra gli appartenenti a tutte le religioni esistenti sulla Terra sorgano rivalità, odi, incomprensioni e perfino guerre?
Vero religioso è colui che consegue la pace interiore, la diffonde ovunque vada e in qualunque vicissitudine si trovi. Almeno in teoria è cosí; se non lo è, egli dovrebbe tuttavia rendersi conto che i drammi della vita sono la richiesta esplicita del Mondo dello Spirito per un suo ulteriore rafforzamento.

Ma invece quanto è sin qui accaduto e accade tuttora con reiterato infuriare di brame e passioni apocalittiche, indica che i casi sono due: o questi religiosi affermano di esserlo ma in verità sono completamente fuori da ogni principio di fede; oppure atteggiano un’ortodossia di facciata ma soltanto per dare un contentino a quella parte dell’anima che vorrebbe poter ancora ardere di fede; ma cosí facendo finiscono per tradirla di continuo, vivendo in una dimensione che non potrà mai sfociare nel perfezionamento dell’uomo, ma sarà altresí l’artefice della di lui rovina.
Il che venne scritto illo tempore: “Non servirai in una il tuo Dio e Mammona”. Ad memoriam!
Perché se la nostra fede, qualsiasi essa sia, non viene rinvigorita costantemente dalle forze del pensare, del sentire e del volere, qualificate a farlo (e in ciò Michele è il Comandante in Capo) dobbiamo ammettere di essere dei traditori, e dal momento che la nostra coscienza lo sa (essendo coscienza non può evitare di saperlo), l’esistenza che viviamo giorno dopo giorno diventa l’anticamera dell’inferno.

L’antica mistificazione si è culturizzata, ed è piú in auge che mai. Arlecchino si è abituato a servire contemporaneamente due padroni. Il che non lo rende felice quanto vorrebbe, ma non ha alternative se non quella sacrificale della riconversione interiore, che fa paura perché riecheggia troppo da vicino la via crucis.
L’ultimo prodotto di questa moderna distonia è “l’Intelligenza Artificiale”, la quale sicuramente in molti settori dell’esistenza apparirà di grande giovamento, ma il prezzo da pagare per questo giovamento sarà lo sprofondare delle anime umane nella confusione piú totale, in modo che non sia piú ravvisabile la distinzione tra ciò che in ogni umano richiede la remissione dei peccati e ciò che invece lo istiga senza soste a compierne ulteriori altri, possibilmente ancora piú gravi, secondo l’impiego di una moderna logica comodo-opportunistica, che ci induce a pensare che in fondo il male non esiste, e che, ove esistesse, abbiamo tutto il tempo per riparare, e infine, la Bontà Divina comunque ci salverà, dato che comprenderci e perdonarci è affar suo.
Altrimenti che Bontà Divina sarebbe?
L’errore (quello cioè di credere che basti possedere la facoltà del pensare per indirizzare la propria vita nel migliore dei modi) si è oggi trasformato in pigrizia mentale, pigrizia affettiva e pigrizia volitiva. Pensiamo che sia giusto venir aiutati e mantenuti in tutte le circostanze. Anche le religioni sono diventate una specie di Provveditoria Spirituale da cui poter ottenere aiuti, comforti ed eventualmente pure assistenza e sussidi. Un’escalation di furbizia, sfacciataggine e grettezza animica che in questi tempi ha assunto la mascherina del “doveroso se non logico”.
Ma non sempre ciò che è logico è anche intelligente, e se non lo è, nulla al mondo lo può far diventare; il compito dell’uomo e il senso stesso del suo esistere, se compenetrato fino all’ultima istanza, restano avvolti nel mistero di questa possibilità: che trova nel mantra dell’Antroposofia la sua esplicitazione piú potente e rivelatrice: «Fa’ della mia anima il tuo campo di battaglia, o Michele! Fa’ della mia anima il tuo campo di vittoria, o Michele!».
Ad un simile contatto è veramente preposto l’Arcangelo Michele, ed il fatto che Egli venga raffigurato come uno Spirito combattente, vuol significare che l’avvento dell’intelligenza nel pensare umano non è gratuito, ma deve venir conquistato mediante le forze dell’anima e le esperienze di questa fatte nei campi di battaglia dell’esistenza terrestre: nel nome di Michele.
Tale è il senso che le battaglie sono sempre tante, mentre invece la vittoria è solo una.
Angelo Lombroni
