Quando penso agli affreschi della Cappella Sistina provo grande stupore ed ammirazione nei confronti di Michelangelo (1475-1564), soprattutto perché diversi anni fa ho realizzato anche io un piccolo affresco, e mi sono reso conto della grande difficoltà insita in questa tecnica.

Il muratore precede il pittore e gli prepara la cosiddetta “giornata”, cioè l’area intonacata che l’autore deve riuscire a dipingere ancora “fresca” in maniera tale che i pigmenti penetrino nell’ “arriccio” e nel “rinzaffo” per durare nei secoli. E si chiama giornata poiché se l’artista non riesce ad ultimare quell’area il muratore deve distruggere la parte eccedente per rifarla il giorno dopo. Ecco perché gli studiosi possono verificare in quanto tempo un affresco è stato realizzato.
La difficoltà di questa tecnica sta nel fatto che dipingere sull’intonaco ancora bagnato è come dipingere su una carta assorbente: il colore penetra subito negli strati sottostanti e diventa quasi impossibile correggere eventuali errori. Per questo motivo si procede prima con la realizzazione del “cartone”, un disegno preparatorio che viene bucherellato seguendo i contorni delle linee e poi, appoggiato sull’intonaco, viene picchiettato con un sacchetto pieno di polvere di carbone per trasferire il disegno sulla parete. Alcuni rifiniscono questo disegno con la cosiddetta sinopia, ricoperta poi da un sottile strato di intonaco liscio e trasparente, l’intonachino.
Quando il Papa Paolo III nel 1536 chiese a Michelangelo di completare l’opera nella Cappella Sistina affrescando sulla parete dell’altare il Giudizio Universale, Sebastiano del Piombo (1485-1547) consigliò al collega pittore di usare la tecnica ad olio su muro, vista l’età avanzata dell’amico. Il Buonarroti però rifiutò sdegnosamente affermando che la pittura ad olio era per frati infingardi…

La rapidità d’esecuzione dell’affresco indusse Leonardo Da Vinci (1452-1519), che aveva sempre molti ripensamenti e che pertanto voleva correggere e modificare il dipinto, a non adottarla per il suo Cenacolo milanese: adoperò infatti una tempera grassa sull’intonaco asciutto e purtroppo i colori non resistettero a lungo e iniziò presto a deteriorarsi.

Sempre Leonardo per la sua grande Battaglia di Anghiari, nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, contrapposta alla Battaglia di Cascina che stava eseguendo sulla parete opposta il rivale Michelangelo, non adottò l’affresco ma la pittura ad encausto, un’antica tecnica che prevede la diluizione dei colori nella cera fusa. Questo sempre per permettergli di modificare il dipinto. Purtroppo ad opera ultimata, quando fece accendere dagli assistenti i bracieri per riscaldare lo strato superficiale di cera per renderla lucida, la cera stessa si liquefece colando e distruggendo tutto.
Veniamo ora al mio affresco. Per uno di quegli strani casi del destino, nonostante la differenza di età e di fama, divenni amico di Aligi Sassu (1912-2000), uno dei piú celebri pittori del Novecento italiano. Visto che lui faceva nascere le forme dei suoi dipinti dal colore e non dal disegno, come i famosi “Uomini rossi”, o i cavalli verdi e arancioni, o i paesaggi di Maiorca dove viveva quando non stava a Milano, ero convinto che conoscesse Rudolf Steiner e le indicazioni che il Dottore aveva dato agli artisti. Invece lui non seguiva l’Antroposofia.
Nel 1991 mi invitò ad eseguire un mio affresco ad Arcumeggia, nel varesotto, il primo e piú famoso paese dipinto d’Italia. Qui, sulle pareti esterne delle case, dal 1956 vennero eseguite opere dai piú grandi pittori di quell’epoca, come Usellini, Funi, Tomea, Saetti, Brindisi, Carpi, Treccani, Migneco, Dova, lo stesso Sassu ed altri. Anche Picasso venne invitato ma non se ne fece nulla. Aligi venne quindi richiamato ad Arcumeggia per eseguire un suo secondo affresco e volle invitare tre giovani pittori per fargli eseguire altri dipinti: Gioxe De Micheli, Giancarlo Borgia (il piú giovane, che purtroppo di lí a poco pose tragicamente fine alla sua vita), e me.

L’affresco di C.N. Trovato ad Arcumeggia
I nostri affreschi erano di piccole dimensioni e solamente quello di Aligi fu eseguito in due giornate. Pertanto io potei assistere all’esecuzione del suo “San Martino” restando sull’impalcatura assieme a sua moglie, a cameraman, a fotografi ed al suo amico Mario De Micheli (1914-2004), noto critico d’arte e padre di Gioxe. Il critico, mentre Aligi dipingeva, gli teneva compagnia narrando delle storie del passato. Una di queste riguardava una conferenza di Palma Bucarelli (1910-1998), la famosa direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM) di Roma, ove lei lodava i barattoli di (scusate) “Merda d’artista” di Piero Manzoni (1933-1963). De Micheli ci narrò che in quella conferenza, dall’alto della sua fama, prese la parola e chiese: «Ma è stata fatta l’expertise di questi barattoli? Perché magari non è la sua ma è della serva!». Disse proprio “serva”. I presenti ammutolirono e cosí anche la Bucarelli, non potendo replicare ad un critico tanto autorevole.

Eseguendo il mio affresco ho compreso quanto grandi siano stati lo sforzo e l’abilità di Michelangelo nel dipingere la Cappella Sistina (solo la volta misura 550 mq) quasi da solo, disteso con il colore che gli gocciolava sul viso, riuscendo a creare figure cosí complesse con grande maestria nel colore e nelle forme. Lui che peraltro piú che pittore si considerava scultore.

Concludo con le parole di Rudolf Steiner in Storia dell’arte, specchio di impulsi spirituali vol. I (Ed. Antroposofica, O.O. N° 292), relative proprio alla Sistina ed inerenti all’influsso del Savonarola sul grande artista: «Bisogna studiare appunto ciò che Savonarola realmente intendeva se si vuol comprendere che cosa derivò da lui o quale influenza ebbe su Michelangelo. Michelangelo sperimentò ancora dell’altro. In realtà nel suo intimo essere egli non aveva mai pensato e sentito che cristianamente; non solo sentiva cristianamente, ma aveva come immagine dinanzi a sé tutto l’ordinamento del mondo in un senso cristiano. Viveva in un’epoca in cui le idee cristiane erano divenute oggettive e potevano quindi con facilità passare nel campo dell’arte».
Carmelo Nino Trovato
