
Prendendo spunto da alcuni appunti che scrissi tempo addietro e che si ricollegano ad un mio articolo del mese di giugno su questa Rivista, dove tratto del rimboschimento del Monte Subasio di cui quest’anno ricorre il centenario dall’approvazione dei lavori, voglio qui ampliare l’argomento iniziando con la descrizione di alcune essenze arboree che furono impiegate in quella che è stata definita la piú grande opera di rimboschimento in Italia. Certo, ve ne furono altre altrettanto imponenti, ma quella sul Subasio fu fatta partendo da poco piú che il nulla, come descritto nell’articolo sopra citato. I lavori iniziarono nei primi anni del ‘900 su un suolo praticamente senza piú traccia di vegetazione, se si eccettuano rare ceppaie e arbusti disseminati qua e là, un monte con una enorme estensione di territorio dove tutto era ridotto ad una immane pietraia.
Molti a quel tempo furono scettici e dubbiosi sul risultato dei lavori, ma la passione, la costanza e la competenza di chi diresse e di chi lavorò a quell’opera grandiosa, specialmente nel decennio che va dal 1928 al 1938, ottenne risultati insperati, a riprova che dove ci si sa collegare fattivamente con il Mondo Elementare si ottiene risposta e aiuto, e ne so qualcosa.
Descriverò allora alcune conifere che furono le prime ad essere impiantate, furono usati questi tipi di alberi per la loro rapida crescita e le poche esigenze in fatto di terreno; parlerò non solo di alberi ma anche di luoghi precisi del Subasio, il Sacro Monte, come l’ho ribattezzato, sacro perché legato ad Assisi e alla figura di San Francesco, e non solo.

Porta d’ingresso del borgo medievale di Collepino
Tra i lettori che mi seguono e conoscono questi posti sarà come leggere di cose note, ad altri potrà forse essere di stimolo a recarsi a visitarli. Sono borghi, castelli, pievi ed abbazie che spesso non compaiono sulle guide turistiche, ma che hanno conservato intatto il fascino del luogo: Collepino, San Giovanni, Armenzano, l’Abbazia di San Benedetto, solo per citarne alcuni.
E come non citare della presenza nei vasti boschi del Monte di animali quali il capriolo, daino, volpe ed istrice, il lupo stesso, e di questo ne descrivo il mio incontro in un articolo sulla Rivista, uccelli poi di tante specie, il falco pellegrino, lo sparviere, anche l’aquila, se pur solo di transito e tante altre specie animali che hanno ritrovato casa nei vasti boschi che ora ricoprono il Monte.
In quanto alla flora basti dire di alcune rare presenze quali l’asfodelo giallo, l’iris montano e le oltre venti varietà di orchidee che a Primavera ricoprono i prati: in un mio studio, durato anni, ho catalogato lassú oltre cinquecento specie arboree corredandole di relative foto.

Pino nero del Subasio
Iniziamo adesso a descrivere il pino: il pino nero, o pino austriaco, è stato il piú impiegato, ma vi è la presenza anche del pino d’Aleppo, il pino laricio, il pino di Spagna, il pinus pinea, o pino da pinoli, pino strobo, e infine, in un’area limitata detta il Montarone, il pino dell’Himalaya, in pochi esemplari che hanno però ben attecchito.
Ai piedi del Monte, in una località detta Gabbiano, dove ancora sussistono ruderi ormai di un antico cenobio dedicato a sant’Antonio Abate, fu impiantata negli anni ‘60 in un vasto campo che era stato precedentemente coltivato, una parcella di pino silvestre che ha ben corrisposto.
Va detto che alcune specie erano autoctone già prima del rimboschimento, altre vennero aggiunte perché adatte al tipo di suolo del Monte, cosí come alcune risposero con successo nel loro sviluppo e altre meno.
Conifere come pino e abete sono gli alberi che si spingono alle quote piú in alto del Subasio, oltre i 1.100 metri, piú sopra solo arbusti di ginepro resistono ai rigori invernali e al vento, se pur ormai da anni anche lassú non vi sono piú gli inverni di una volta.
Delle conifere in genere è iniziata da anni un’opera di sfoltimento che contribuirà alla crescita e allo sviluppo di alberi autoctoni come l’olmo, l’acero, la quercia e il leccio, il frassino e il carpino nero.
Di quest’ultimo, il carpino nero, voglio accennare al Nemeton dei “Ventuno Carpini Neri”, un vasto cerchio naturale formato da ventuno di questi alberi, il Nemeton è un cerchio di alberi o pietre sacro alla Dea celtica Nemetona, Signora dei Boschi. Di questo cerchio ne prendo cura e manutenzione da anni, come di tanti percorsi abbandonati che vado ripulendo e risistemando, ridando dignità ai boschi di questo Sacro Monte.

Abete di Cefalonia
Passiamo alla presenza dell’abete. Durante gli anni del rimboschimento in un rilievo come il Subasio, non si potevano omettere gli abeti, perché essi con la loro presenza sottolineano il carattere montano dell’ambiente, particolarmente in inverno, quando le macchie sono spoglie: l’abete bianco (abies alba), l’abete di Grecia (abies cephalonica e abies apollinis), l’abete del Caucaso (abies nordmanniana), l’abete di Numidia (abies numidica), l’abete di Spagna (abies pinsapo), l’abete di Douglas (pseudotsuga douglasii) e da ultimo l’abete rosso (picea excelsa).
Ognuna delle specie citate, introdotte con il rimboschimento nel corso di decenni di lavoro, ha risposto in maniera diversa ma tutte hanno contribuito a ridare il manto verde che si può ammirare durante tutto il corso dell’anno anche quando altre specie, esempio le latifoglie, in autunno si spogliano del loro fogliame.
Quello che è avvenuto sul Monte Subasio con il rimboschimento ha del miracoloso se si considera poi che la maggior parte del lavoro si è svolto in una dozzina d’anni, tra il 1928 e il 1940.
Quella che era un’arida pietraia si è trasformata in una distesa ininterrotta di boschi e macchie, la Natura poi, se protetta, ha il pregio di ristabilire equilibri di sistema in cui la flora e la fauna interagiscono e ne traggono beneficio a vicenda, molte infatti le specie sia vegetali che animali che sono tornate ad essere presenti, e anche di nuove che ripopolano il Monte.
Dal marzo 1995 il Subasio ricade in un’area che è Parco Regionale, il passaggio della gestione del territorio dall’Azienda di Stato Foreste e Demanio prima alla Comunità Montana e ora all’Afor, non è stata sempre indolore ed esente da rischi di operazioni con un taglio politico clientelare, pure l’Ente Parco esiste sí sulla carta, con il suo bellissimo Regolamento, ma non è in gran parte attuato, stante la mancata presenza di controlli, tempo addietro portati avanti dal Corpo Forestale.

Cipresso piramidale
Terminiamo con il descrivere il cipresso, albero presente nelle quote medio-basse che è stato piantato diffusamente, sia nella varietà piramidale (cupressus sempervirens piramidalis), che in quella orizzontale (cupressus sempervirens horizontalis).
Queste due varietà sono note anche con il nome di cipresso italiano, proprio per il fatto che la loro presenza, con la forma piramidale slanciata, caratterizza molte aree del territorio nazionale, basti pensare ai paesaggi delle colline senesi, o nel Nord le rive del Lago di Garda.
Tornando al Subasio, in un poggio ad ovest di Collepino, il cipresso è stato impiegato in maniera predominante, con felice effetto paesaggistico che può essere ammirato risalendo la strada che sale da Spello. Altro notevole inserimento fu fatto nei pressi della Rocchicciola, una torre trecentesca con annesso fortilizio nei pressi di Assisi; siamo ai piedi del Subasio, in località Colle San Rufino, qui il Monte appariva nudo e degradato quanto mai, per il fatto di aver subito il piú antico disboscamento, condotto agli estremi anche per motivi di sicurezza militare. Va ricordato infatti che nei pressi di torri e fortezze la vegetazione veniva tagliata a zero, in modo che si potesse avere il completo controllo visivo delle aree circostanti.
Il cipresso ha corrisposto bene alle attese per il fatto che è una conifera che si adatta a terreni poveri e siccitosi. Accanto alle due varietà locali ne sono state utilizzate anche di esotiche, il cipresso dell’Arizona (cupressus arizonica) e, in misura minore, anche quello della California o cipresso di Monterey (cupressus macrocarpa) messi a dimora nei pressi dell’Eremo delle Carceri e alle Tre Fontane nel versante orientale del Monte.
Un cenno lusinghiero merita infine il cipresso di Lawson (chamaecyparis lawsoniana), una rara conifera originaria del bacino del Pacifico, alcune parcelle sono state realizzate in un sito difficile del Monte, nei prati sommitali, a quote oltre i 1.200 metri e contrariamente ad ogni previsione quest’ultima varietà di cipresso ha ben attecchito e mostra piante folte, robuste ed ombrose al punto che, all’interno di quei boschetti, si rifugiano animali per sfuggire al caldo d’estate e alle gelate d’inverno. Il paesaggio di questi luoghi, con la visione degli alberi semisommersi dalla neve durante le abbondanti nevicate degli anni passati, dava poi un’immagine che ricordava l’ambiente alpino.
Va anche citata tra le conifere la presenza del cedro Deodara, del cedro del Libano e del cedrus atlantica, che ben hanno corrisposto e si sono inseriti nel variegato paesaggio boschivo del Monte.
Termino quest’articolo con alcune annotazioni personali. Tutto ciò che da me è stato scritto in questi anni sulla Rivista nasce da ispirazioni avute in stretto contatto fattivo con la Natura e i suoi Esseri: solo aprendosi si riceve e si partecipa, altrimenti si rimane semplici spettatori e non vi sarà crescita né in noi né nella Natura stessa, e questo vale pure per i luoghi che la Vita ci porta ad incontrare, infatti ho sempre scritto di ciò di cui ho avuto diretta esperienza.
Davide Testa
