In questi ultimi tempi curiosando tra le numerose, a volte estenuanti, esposizioni televisive dedicate all’attualità politica, mi ha colpito uno specifico rapporto sulla situazione mondiale, pressata com’è in un braccio di ferro piú o meno cruento, tra paesi emergenti, non soddisfatti dell’emersione raggiunta, e paesi che rappresentano il potere dominante dell’epoca.
Il relatore prendendo lo spunto dal libro del politologo statunitense Graham Allison, rivelava al pubblico ciò che nelle alte sfere della strategia politica, da tempo, viene indicato col nome di “Trappola di Tucidide”.

Sparta teme la crescita d’importanza di Atene
Ben 2.500 anni or sono, infatti, lo storico greco aveva esposto nella sua opera, La guerra del Peloponneso, il proprio punto di vista, non solo formale, ma anche sostanziale, sul senso delle guerre in genere, quando dopo un’incubazione medio-lunga di tensioni e accuse bilaterali, due o piú potenze rivaleggianti si vogliono sopraffare a vicenda, finendo per deflagrare in un conflitto (o in una serie di conflitti) molto piú estesa di quanto inizialmente prevedibile: l’effetto d’insieme può in tal caso rivelarsi incontrollabile.
Ogni potere politico, economico, militare, e talvolta anche religioso, è portato a “invidiare” e quindi a temere, un altro potere nascente, che non rientri nella sua orbita, e che non si lasci ridurre a satellite; perciò ritiene giusto e necessario fermarne la crescita prima che sia troppo tardi.
Non ci si accorge, in questi casi, storicamente frequenti dall’antichità fino ai giorni nostri, che in realtà si sta commettendo un pericoloso equivoco di valutazione, e che la regola del si vis pacem para bellum ha raramente portato la pacem, e invece purtroppo molto spesso ha generato e alimentato il bellum.
Mentre però l’avvocato Cicerone prescriveva ai Romani la sua ricetta per una prudenza di tipo preventivo e modulava il consiglio su un’etica già insita e acquisita nel sentimento e nell’educazione del popolo, lo storico ateniese Tucidide, molto prima di lui, poneva in evidenza qualcosa di nettamente diverso: il pericolo oggettivo del formarsi di un “automatismo bellico”, una specie di furore psico-collettivo, accresciuto nelle anime di popolazioni da tempo in contesa, il quale, giunto al punto critico, scoppia alla fine nell’azione armata, quale irresistibile, irrefrenabile tendenza a volersi reciprocamente sopraffare. Il che puntualmente si verifica ogni volta in cui la brama vince sulla ragionevolezza e sul buon senso, per il semplice motivo che la vis istintiva è generalmente maggiore di quella richiesta dalla dignità, dalla compostezza e dalla padronanza di sé (quando non simulate); le quali, per emergere dall’interiorità umana, hanno bisogno di tempi lunghi, addestramento tenace e dedizione profonda. Mentre invece l’esasperazione e lo scoppio di bile è di effetto immediato, non richiede particolare preparazione. Anzi, piú si è impreparati e meglio funziona.
A prima vista la differenza sembra difficile da rilevare, ma è determinante; una semplice regola di vita comune (del tipo, per esempio, “ama il prossimo tuo”) non è paragonabile ad una necessità inavvertita che ad un tratto si fa palese e incombente. Si vis pacem para bellum vale per chiunque e in ogni momento della vita; non è costrittiva, è un qualcosa che il singolo sa, o crede, di poter regolare da sé; l’altra è una nemesi, un’ondata di ciclone catastrofale, di cui nessuno si sente responsabile, ma che in realtà è stata a lungo coltivata e promossa dalla moltitudine delle anime rimaste inerti davanti all’incalzare di eventi subiti e dominate dal tarlo della rivalsa. Nel primo caso, si tratta di una strategia di difesa, dove la ragione può ancora fare da calmiere; nel secondo, il buon senso è sostituito già in partenza dall’inconfessato odio/paura dell’altro, dalla fobia del diverso-da-sé, opportunamente orchestrate con minuziose sarabande propagandistiche, e, conseguentemente, l’ossessione di venir colti da un pericolo maggiore, spinge a credere che l’attaccare per primi sia un pericolo minore, all’esito del quale ci si può affidare, convinti anche di averne pieno diritto,

A simbolo figurativo di questo antico “autoinganno-per-eccesso-di-spudoratezza”, campeggia l’immagine del lupo cattivo che, aggredendo i porcellini, sostiene di non volerlo fare per sé, ma per i suoi figli. In fondo come si fa a dargli torto? Anche lui obbedisce ad un ordine superiore: quello della voracità. Che forse non è il Comandante in Capo, ma di sicuro è il suo Primo Consigliere.
In tali occasioni, si tenta pure di dare all’azione intrapresa una patina di moralismo spicciolo, secondo la regola che, da cinquant’anni a questa parte, ci hanno insegnato i film western: chi spara per primo risolve il problema (sempre che miri bene).
Tutto ciò per i comuni mortali. Per i capi politici va fatto un discorso a parte, nel senso che essendo stati essi plasmati direttamente dal potere, si sono assunti – sicuramente a livello inconscio – il duro destino di eseguirne le direttive e di portarle a termine fino in fondo, costi quel che costi, con tutto quel che segue. Anche questo tuttavia serve: può far riflettere le generazioni successive; soprattutto a queste, fatta luce sulle valutazioni madornali commesse in passato, dovrebbe risultare evidente che, allo stato attuale, ogni persona incapace di avvertire all’interno di sé il rischio sopraggiungente, genera e accumula un malcontento, un’insofferenza, un rancore sordo e strisciante, che diventerà prima o poi molla e scintilla, da cui accadrà quel che in seguito si giurerà di non aver mai voluto far accadere.
L’egoismo presente nei singoli membri di una collettività è di natura olistica: la somma delle sue parti è sempre minore dell’accumulo totale. Tale considerazione, pur evidente e condivisibile in un’analisi teorica, non trova però equivalente consenso nell’applicazione pratica; anzi, rimane ignorata; si dà per scontato che piccole trascuratezze, innocenti mancanze e veniali omissioni, da parte degli addetti ai lavori, non pregiudichino l’integrità dell’opera compiuta. Perciò dopo un debito lasso di tempo, i ponti crollano, i fiumi straripano, gli scarichi pubblici s’intasano, i black out si moltiplicano, l’inflazione galoppa e la nevrosi collettiva aumenta. «Ma noi – sosterranno i responsabili – non potevamo agire diversamente!». Questa è forse l’unica linea sulla quale otto miliardi di individui imputabili di responsabilità dirette e indirette concordano con straordinaria immediatezza, anche quando parlano linguaggi diversi.

Quanti, come il sottoscritto, si dilettavano negli Sessanta/Settanta a leggere i romanzi di fantascienza, ricorderanno forse la ponderosa Trilogia della Fondazione di Isaac Asimov. Tra le molte cose che qui tralascio per brevità, c’era nel contenuto di questa serie libraria un’ipotesi (nulla di speciale, se vogliamo, al giorno d’oggi sembrerebbe addirittura banale) che allora tuttavia aveva attratto la mia attenzione e mi aveva letteralmente affascinato. L’autore la indicava col nome di “Psicostoriografia”: un fattore enormemente importante per comprendere il motore dell’evoluzione umana. Tale rilevazione, illustrata e sostenuta quale metodologia ideale per analizzare gli accadimenti e, nel possibile, prevedere quelli futuri, poteva verificarsi grazie ad una classe di individui particolarmente dotati, in pratica una sorta di sacerdoti/scienziati che si basavano su una normativa fondamentale ben precisa: mentre le reazioni di un singolo essere sono sempre atipiche e non riconducibili ad un disegno chiaro e intellegibile, quelle di una data massa di esseri (il cosiddetto numero critico) sono invece sempre ampiamente prevedibili, e pertanto influenzabili mediante previe e opportune manipolazioni di carattere informativo e comunicativo, scaricate a tamburo battente sulle popolazioni del tutto impreparate, attraverso i vari canali della diffusione standardizzata.
Sarà sciocco da parte mia, ma ogni volta che in TV, o sul telefono cellulare, o sul mio PC, mentre sto eseguendo un lavoro di ricerca, vengo interrotto da irruzioni pubblicitarie non volute, non richieste, non cercate, tutte egualmente sconcertanti, demenziali e plateali, se non volgari per qualità e contenuti, non posso fare a meno di ricordare la Psicostoriografia di Isaac Asimov, e convenire con lui che quanto sta succedendo nel mondo appare sempre di piú il prodotto di una gigantesca macchinazione malefica, andata a male, e quindi per giunta, doppiamente malefica.
Dato e non concesso che il male portato avanti fino ad un certo punto, può – in teoria – creare una repulsio ab imis, ovvero uno scossone etico nelle anime coinvolte, tale che esse, nel tentare il riscatto morale, possano recuperare l’orientamento al bene (e qui entra in ballo Tucidide), nulla vieta che l’intera opera al nero (annientamento e destabilizzazione dell’umano) si blocchi nel bel mezzo della trasmutazione, non proceda piú, si arresti come un elefante davanti a un topolino. Ma non perché i tempi cupi siano cessati, esclusivamente perché il male fin qui compiuto è il traguardo che si voleva raggiungere.

Anche questa considerazione pare allacciarsi per analogia comparata ad una fonte tanto indicativa quanto ingarbugliata, a causa di tutte le complesse faziosità che la riconnettono alle sue origini e ne compromettono una distaccata lettura; una prova scritta in tempi non sospetti (o meglio, diversamente sospetti) sul come, quando e perché, la realtà apparente sarà santificata in un prossimo futuro come verità assoluta: I Protocolli dei Savi di Sion, anticipando le analisi cronologiche del senno di poi, avevano già posto il bianco sul nero, ma i giorni d’oggi sono tali che il nero si è talmente addensato da relegare il bianco al ludibrio dell’incomprensione e dell’ignavia dei futuri opinionisti.
Il mistero di questo succitato scritto non sta tanto nel contrasto degli interessi etnico-politici che al solito vi si connettono; sta piuttosto nel fatto che, se dicono il vero, l’umanità odierna li ritrova abbondantemente sparsi nelle cronache e negli accadimenti correnti; se invece quanto affermano è frutto di un complotto tra poteri del mondo, che tentano di destabilizzarsi l’un l’altro, allora è segno che la previsione di Tucidide è scattata ancora una volta, intrappolando gli autori stessi nel meccanismo che hanno avviato.
Il processo dell’apprendimento umano infatti è cosa delicatissima: non occorre contrastare una verità per debellarla; basta inserirla in un vortice continuo di turbamenti emotivi, di dubbi e di incertezze; riempire questo vortice di mezze verità, o di mezze bugie, a seconda del bicchiere usato, e fare in modo che nel calderone caotizzato non risaltino piú né il bianco né il nero, ma dominino solo infinite tonalità di grigio; perseverando cosí per il tempo necessario, diviene possibile arrestare questo “processo di lavaggio rieducativo” delle coscienze umane; lasciare che l’inquinamento, provocato nei pazienti, si consolidi e prosegua, per forza d’inerzia, verso l’impossibilità di capire il senso dei fatti e delle situazioni esteriori, giacché i circuiti interiori, quelli addetti alla capacità del discernimento, si sono fusi.
L’evoluzione non ha altro fine se non quello insito nel principio stesso che la anima; la devoluzione invece ha come suo precipuo compito quello di ostacolare e vanificare ogni moto evolutivo: in mezzo alle due correnti, c’è la possibilità della rivoluzione, della rivolta umana individuale che anela alla libertà; ma essa potrebbe funzionare soltanto se i rivoltosi sapessero esattamente quello che vogliono, qualcosa che non vagheggi nei ricordi di un glorioso passato né tanto meno si spertichi nell’ipotesi di un radioso futuro; un mutamento del genere non esiste ancora per il semplice fatto che gli esseri umani devono prima intuirlo e poi comprenderlo, amarlo e infine volerlo attuare nel mondo; ma ciò può avere inizio unicamente nel coraggio di capire – adesso, in questo preciso momento – di cosa siamo fatti e perché siamo venuti sulla terra. Risvegliare dal profondo di sé la forza spirituale che rende libero il pensiero dai lacci e lacciuoli predisposti dal “Mondo delle Meraviglie”; se nel pensiero si ridesta e prende vita una tale forza, essa può modificare di conseguenza anche il sentire ed il volere, assopiti e asserviti ai vari Luna Park delle “offerte commerciali” e dei “consigli per gli acquisti”, oramai ascesi a Testo Unico dell’eticismo transnazionale.
Affrancamenti, questi ultimi, che, nonostante l’apporto di cervelli arguti e animi esagitati del moderno presente, continuano a restare sepolti sotto una spessa coltre d’indifferenza, di opportunismo miope e d’insofferenza per tutto ciò che potrebbe indirizzare all’ordine e all’armonia; a stento, attraverso la pesante cappa, si protende poi la manina tremante di chi profeticamente indica la via verso una supposta libertà.
Ma nell’inerzia venefica e abbuiata di un mondo che avrebbe dovuto rinnovarsi di luce e splendore per merito di umana virtú, e che invece gira al contrario proprio per mancanza di essa, la libertà per ora rimane soltanto supposta e basta.
Anche il programma televisivo da cui ho preso lo spunto per queste riflessioni si basa in fondo su delle supposizioni, e ciò pone un limite a qualsiasi interpretazione si voglia dare al testo di Tucidide; limite che per lo piú non si nota, non venendo percepito come limite. Il discorso del relatore è di fatto allineato su questa carenza, e la frase conclusiva dell’intervento: «La pace non è negoziabile» lo rivela con sufficiente chiarezza.
Una vera pace non può essere negoziata? Ma certo che no! Non è nemmeno il caso di parlarne; è evidente di per sé. La pace, o è, oppure, anche costellata da mille corollari, e ricamata da altrettante clausole e norme di passaggio, non è pace, è un semplice armistizio. Occorre chiarire il punto: o è un’Idea-Concetto oppure è una rappresentazione. Non si può fermare l’indagine conoscitiva a metà percorso; in tal caso vi sarebbe una finzione d’indagine su una finzione di accordo imbastita da sedicenti esperti.
E quando un accordo necessita di negoziatori per essere discorsivamente stilato, non è piú un accordo, ma un espediente tra pataccari, attuato per riprender fiato e continuare lo scontro non appena possibile.

Pace, Amore e Libertà
La Pace è un’idea-concetto: a mio avviso, per l’intensità e l’elevatezza di quel che porta in sé, ne richiama altre due, indissolubilmente collegate: Amore e Libertà. Quindi: Pace, Amore e Libertà. No, non è la riedizione post litteram di un vecchio film di Vittorio De Sica: è una triade che comprende tutto il bello, buono e giusto cui aspira un’anima per essere e sentirsi veramente anima d’uomo.
Cerco di dimostrarlo anche se qui entro in un campo dove le parole sono ancora molto povere rispetto a quel che vorrebbero dire. Ma si può tentare; anzi, si deve tentare; non si può sempre vivere di convenzioni, slogan e frasi fatte. Ogni tanto un’escursione piú ardita fa bene, ridesta i valori assopiti in ciascuno di noi anche se ci sono quelli che non sanno piú a cosa servano; anche se li adoperano costretti solo da casi gravi e difficili.
La PACE è accogliere l’AMORE nella LIBERTÀ (p.es. fratellanza, solidarietà)
La LIBERTÀ è intuire la PACE nell’AMORE (p.es. tenerezza, compassione)
L’AMORE è vivere la LIBERTÀ nella PACE (p. es. devozione, spiritualità).
A me pare chiaro. Certo, si tratta di possibilità interpretative. Ma non sono rappresentazioni e neanche supposizioni. Sono piccole certezze che di tanto in tanto fioriscono e danno un senso a tutto ciò che dovrà ancora fiorire.
Angelo Lombroni
