Soffia un vento dell’est

Etica

Soffia un vento dell’est

L’estraneità alle pulsioni belliciste

 

Nessun interesse

 

Anche se ci ripetono che la Russia vuole espandersi in Europa, la fiducia nell’informazione sta diminuendo e sempre meno persone si lasciano preoccupare da questi allarmi. L’indif­ferenza verso le notizie che dovrebbero preoccuparci sta aumentando molto, ed è un effetto diretto dell’entropia digitale. È come nella favola di Pierino e il lupo, solo che oggi i Pierini sono migliaia e, quasi sempre, il lupo non esiste. In realtà le classi dirigenti dell’Unione Europea hanno il terrore di ciò che sta accadendo: stanno perdendo parte della loro capacità di controllo sulle popolazioni. Per questo cercano di ricreare una nuova divisione tra Est e Ovest, quasi un nuovo Muro di Berlino. La loro necessità di avere un nemico corrisponde alla consapevolezza della fine della loro egemonia culturale e politica.

 

 

Movimento inverso

 

Movimento inverso

 

Oggi, rispetto al passato, assistiamo a un fenomeno importante. L’americanizzazione, che un tempo portò nella società sovietica musica, modelli e miti occidentali, ha finito per aprire anche il percorso contrario. Non sono piú solanto gli euro­pei orientali ad essere influenzati dal­l’Ovest: sempre piú persone in Occi­dente avvertono, spesso non cosciente­mente, ciò che accade in Russia e, an­che senza informarsi né confrontare ver­sioni diverse dei fatti, sentono che ad Est esista qualcosa di giusto e legittimo. Della Russia attrae anche il suo mo­dello: un sistema percepito non tanto come fondato sulla coercizione, quanto sul forte consenso di una parte della popolazione intorno a un unico leader, visto come interprete dei valori patriottici e religiosi del Paese.

 

 

Idea organica di Stato

 

Idea di Stato

 

In Russia c’è un’idea politica che piace alla maggioranza della gente: di fronte a una crisi, lo Stato si presenta come il difensore delle radici e delle tradizioni del popolo. Lí lo Stato non è visto come un ufficio burocratico nemico del cittadino, co­me succede da noi con il liberismo. È visto come una famiglia: prima viene la comunità nazionale, dopo vengono i desideri del sin­golo. Le liti fra ricchi e poveri passano in se­condo piano, e tutto il potere finisce nelle ma­ni di un capo forte che rappresenta i valori di sempre. Questo, che piaccia o no, fa na­scere in molte zone dell’Europa occidentale una simpatia curiosa verso la Russia. Sim­patia curiosa perché quasi nessuno la sa spie­gare con ragionamenti capziosi: è piú che altro un sentimento di pancia, “istintivo”.

 

 

L’interrogativo irrisolto dei politici UE

 

Interrogativo irrisolto

 

Chi si occupa di Scienza dello Spirito comprende che nei pensieri collettivi agiscono forze immateriali, non riconducibili alla manipolazione psicologica del­la propaganda. Chi accusa la Russia di influenzare le masse euro-occidentali non può nemmeno concepire l’esistenza di entità spirituali legate al karma dei popoli; eppure queste forze luciferiche, che accendono il sentire e avvicinano gli europei occidentali all’Est, esi­stono eccome. Da qui il paradosso: piú si demonizza l’avversario, piú Putin viene descritto come il male as­soluto, piú cresce, in una parte dell’opinione pubblica dell’Europa occidentale, l’attrazione subconscia verso di lui. È un fenomeno che le classi dirigenti europee non riescono a capire, e il motivo è semplice: non accettano che per una parte della popolazione possano risultare attraenti anche sistemi autocratici, carichi di simbolismo populista e religioso e sostenuti da un forte consenso interno.

 

 

Il nuovo muro

 

Da qui la volontà di chiudere ogni rapporto con la Russia. Quel contagio, che i media occidentali definiscono antidemocratico, è un pericolo mortale per la tenuta delle classi dirigenti: classi che di fatto non rispondono alle esigenze dei popoli, ma a un sistema capitalistico e finanziario il cui obiettivo non è il bene comune, bensí l’espansione dei gruppi economici e la concentrazione del potere nelle mani di pochi privilegiati. Il fatto piú interessante è che a livello popolare si avverte una simpatia sempre maggiore per la figura di un leader capace di riassumere in sé un’idea nazionale. E se quell’idea consiste nel fare i furbi, fingendo di collaborare all’edificazione delle barriere – come nel caso di Meloni – essa viene comunque accettata dalla maggioranza degli italiani, che tollera volentieri l’incoerenza in cambio della stabilità. Trump, nel frattempo, vende materiali per l’edilizia a caro prezzo…

 

 

Stabilità temporale dei governanti

 

Nuova Signoria

 

Non si tratta di una teoria, ma di un fatto di cui scriviamo da anni: le idee non si incarnano piú in organismi burocratico-ideologici, bensí nelle singole figure dei leader. Tant’è che perfino le forze neoliberiste della globalizzazione sono, obtorto collo, condizionate dal fatto che nelle elezioni “tirano” di piú i partiti con il cognome in bella vista nel simbolo elettorale. È il collasso dei partiti e il ritorno al sistema delle signorie.

 

Ovviamente i singoli politici sono facilmente ricattabili dalle lobby, che possono rimuoverli a loro piacimento. Ma rimuovi oggi, rimuovi domani, ricorrendo alla diffamazione mediatica, si crea nei popoli una tale sfiducia che la stabilità autocratica viene sempre piú apprezzata e gli appuntamenti elettorali sempre piú trascurati o irrisi. La gente comune desidera stabilità e conservazione. Vladimir Putin governa la Russia da ventisei anni senza interruzioni: un segnale fortissimo, che arriva anche alle persone piú semplici. E il fatto che il presidente Mattarella sia al Quirinale da quasi dodici anni è motivo di conforto per la maggioranza degli italiani, perfino per quelli che aborrono le sue politiche globaliste, compreso il suo operato nell’ex Jugoslavia. Il dato conferma che i popoli hanno come esigenza primaria la stabilità temporale dei governanti – ciò che la sociologia definisce capitale simbolico – e che quanto piú le “signorie” risultano durature, tanto piú sono gradite. Oggi la sola idea che Mattarella, vista l’età, possa essere accolto dalla Signora in Nero riempie letteralmente di terrore le Sinistre: prova che la lunga permanenza in carica di un politico è percepita come rassicurante tanto a Destra quanto a Sinistra. Il governo Meloni ha dimostrato di essere il piú duraturo della Repubblica del dopoguerra, e anche questo risultato sarà difficile da rimuovere. Un’ultima considerazione, tutt’altro che marginale. Nel Secolo Digitale – difficile trovare un nome piú appropriato – mentre l’informazione e i social media comprimono i tempi in un affanno sempre piú convulso, si cerca con crescente intensità il rapporto con rappresentanti politici che durino nel tempo, a discapito della narrativa democraticista. Perché?

 

 

Armiamoci e partite

 

Armiamoci e partite

 

Le vecchie classi dirigenti rapidamente intercambiabili sentono il fiato sul collo dell’onda che sta arrivando e li travolgerà inevitabilmente. Per questo con virulenza inusitata aumentano a dismisura i fenomeni ingannatori per accusare la Russia e scatenare un conflitto. Solo le guerre potrebbero ritardare la loro estinzione politica. Ogni giorno sulla stampa mainstream si cercano motivi per creare il casus belli, una ragione per scatenare la guerra con la Russia. È questa la sindrome Zelenski, il quale ha mantenuto il proprio potere per sette anni in virtú del conflitto. Il pericolo è proprio questo: l’im­prevedibilità di eventi infausti che spingano le vecchie élite allo scontro armato con la Russia.

 

 

I pretesti ridicoli: le false flag

 

Le flase flag

 

L’esempio piú eclatante di questa disperata volontà di scatenare un conflitto, accusando la Russia, è rappresentato dal drone di Lipsia che sarebbe stato “trovato” appoggiato intatto a terra accanto all’aereo ucraino, invece di schiantarsi sul bersaglio come farebbe un vero drone d’attacco. La spiegazione del detonatore guasto è una toppa poco credibile. I due sospetti “col passaporto russo” restano senza nome e senza prove pubbliche. L’intera messinscena serve a Berlino per alzare la tensione con Mosca e giustificare riarmo ed economia di guerra. La parte grave è che stampa e politica europee la rilanciano senza verificare, alimentando il rischio di escalation. Gli inquirenti tedeschi dicono di avere tracce di DNA su drone, esplosivo e antenna ma la faccenda rivela addirittura aspetti di ingenuità narrativa determinati dalla fretta. Fretta che è determinata dal fatto che ormai la volontà di scatenare un conflitto è totalmente estranea alle masse europee.

 

 

Non ci sono soldati

 

Non ci sono soldati

 

Berlino ha stanziato miliardi per riarmarsi e ha scoperto che la merce piú cara non è il cannone: è il ragazzo che lo carica. Nel primo semestre 5.862 obiettori di coscienza, piú che in tutto il 2025, piú che nel 2011 quando la leva fu abolita. Su 298.200 lettere spedite ai diciottenni, 530 arruolati: l’obiettivo era ventimila. Molti la busta non l’hanno nemmeno aperta, e pazienza per la multa. In novanta città gli studenti hanno scioperato gridando di non voler fare da carne da cannone. Il ministro minaccia la coscrizione obbligatoria. Può imporla, certo. Convincerli è un altro mestiere. C’è qui una straordinaria eterogenesi dei fini. Per settant’anni i vincitori hanno rieducato i tedeschi al senso di colpa, insegnando loro che l’uniforme è una vergogna e che il coraggio è l’anticamera del crimine: oggi che gli chiedono di rimettersela, quell’uniforme, scoprono che la lezione si ritorce contro chi vuole la guerra.

 

 

Il mondo economico in Germania

 

Economia in Germania

 

Il consiglio di fabbrica (Betriebsrat) di Porsche si è opposto alla svolta militare voluta dai vertici, con tre argomenti: etica e immagine del marchio, storia aziendale, e soprattutto instabilità del lavoro – gli ordini militari dipendono da decisioni politiche e dalle guerre, quindi un allentamento delle tensioni internazionali può far crollare la domanda e i posti di lavoro. La linea espressa da molti lavoratori è netta: il riarmo non garantisce né la pace né l’occupazione, e le maggiori spese militari si traducono in tagli al sociale. In Germania la spinta per il ritorno del gas russo viene dalla camera di commercio tedesco-russa (65% delle aziende favorevoli), dal­l’industria chimica stremata dal caro energia (BASF e VCI, cinque trimestri di tagli) e dalle imprese dell’Est, dove il 49% dei cittadini del Meclemburgo è d’accordo.

 

 

Il vento dell’Est

 

Il vento dell'Est

 

Guardando i numeri, passa la voglia di chiamare estremisti i partiti popolari ed operai d’Eu­ropa. Rassemblement National al 35, FPÖ al 37 e mezzo, AfD al 28 e primo partito di Germania, e nelle ultime elezioni ha sfiorato il 45% con una presenza del 70% nelle classi operaie. Il partito del “non un euro di piú” per la guerra alla Russia e contrario all’immigrazione è ormai il piú votato del continente. Le cancellerie continuano a trattare queste forze politiche come un’anoma­lia da cordone sanitario, quando l’anomalia, è quel­la di chi governa e pur di governare si piega ad alleanze ridicole che vanno dai conservatori cat­tolici all’estrema sinistra dei black block. In de­mocrazia si può avere ragione contro il proprio popolo per un anno, forse due; poi arriva l’urna e presenta il conto. Il consenso alla cosiddetta Destra populista è fatto soprattutto di immigrazione e bollette, comunque è un’onda che tende a crescere. Dobbiamo allora comprendere che esiste veramente un vento dell’Est che soffia sempre con maggiore forza.

 

 

Ostilità verso l’imperatore d’Occidente

 

Finora abbiamo trattato soprattutto dell’odio delle classi politiche neoliberiste ed europee nei confronti della Russia. Ma bisogna tenere conto anche di un secondo fattore: la crescente ostilità delle popolazioni europee nei confronti di Donald Trump e, piú in generale, della subordinazione politica agli Stati Uniti. Un’ostilità diventata cosí forte da aver probabilmente contribuito perfino alla sconfitta di Giorgia Meloni nel referendum sulla giustizia. Il Vecchio Continente sembra quindi avviarsi, lentamente, e tra molte contraddizioni, verso una maggiore autonomia decisionale rispetto al modello politico ed economico statunitense di matrice tecnofeudale.

 

 

Il caso italiano

 

Trump Meloni

 

Il caso italiano è particolarmente significativo. Il governo Meloni aveva condiviso a lungo con Trump alcune battaglie culturali: contro il woke, contro le politiche green piú radicali e contro una parte dell’agenda progressista sui cosiddetti diritti civili, che incrina la famiglia e penalizza i minori. Anche il referendum sulla giustizia si inseriva, al­meno politicamente, in questo quadro: puntava a ridimensionare il peso di un’area della magistratura percepita dalla destra come espressione di quella stessa cultura politica. Fino a poche settimane dal voto la vittoria del Sí appariva probabile, vista la popolarità di Giorgia Meloni. Poi l’attacco statunitense all’Iran del 28 febbraio cambiò il clima. Meloni non perse il referendum esclusivamente a causa dell’Iran, perché il No era già in crescita a causa dell’antipatia antisionista ormai dilagante, nel mondo intero, dopo Gaza. Ma l’intervento militare americano, arrivato nel momento decisivo della campagna, contribuí a trasformare il referendum in un giudizio politico piú generale sul governo e rese il rapporto privilegiato tra Meloni e Trump un elemento di estrema debolezza. Il punto politico è quindi piú ampio: una parte crescente dell’opinione pubblica europea sembra non voler piú scegliere la subordinazione a Washington. Paradossalmente, si noti bene, questa è la posizione della UE, della Sinistra e di Mattarella. Prendere le distanze da Trump e da Israele diventa essenziale per Meloni, che da avvedutissima politica decide di distanziarsi parzialmente dalla Casa Bianca. Di Israele si parla poco. Il risultato è stato una ridicola e ostentata propaganda filo-ucraina e filo-Zelensky, facendo sponda sui moribondi governi europei. E ci permettiamo di aggiungere: Meloni, e la sua RAI, recita la sua parte in commedia sapendo bene che, come dei malati terminali, Merz, Macron, von der Leyen e Kallas presto lasceranno l’eredità in mano alle Destre o, non voglia il loro destino, tenteranno dei colpi di stato sul modello della Romania.

 

 

I nessi karmici

 

Nessi karmici

 

Ora ci si può domandare cosa questo genere di riflessioni, necessariamente ciniche, abbiano a che fare con una rivista che ha come oggetto principale la ricerca spirituale. La risposta è presto data: la riflessione ci sposta continuamente sugli umori popolari di profondità. Stiamo parlando delle immense correnti sottomarine che non si vedono in superficie ma che determinano il corso della Storia. Queste correnti non sono mosse dalle ideologie e dalla propaganda, sono mosse da qualcosa di piú reale, permanente e profondo ed è il Karma dei popoli. Il vento dell’Est e il richiamo della Russia ortodossa è una di queste correnti; una visione conservatrice, antiprogressista ed antimmigrazionista che tocca soprattutto i ceti popolari dell’Europa occidentale è un’altra; la terza ancora nascosta in profondità è l’accentuarsi dello scontro tra digitalisti e analogisti, tra fautori del dominio informatico e difensori, spesso neo-luddisti dello stato di natura. Queste cor­renti di opinione profonda vanno pensate in termini diversi dalla metafora sociologica delle correnti marine. Non si tratta di flussi impersonali, ma di esseri spirituali che agiscono entro i popoli e che portano con sé il peso del passato e insieme i germi del futuro. È qui che la lettura di conferenze come Considerazioni esoteriche su nessi karmici (vol. 5) di Rudolf Steiner ci aiuta a comprendere tali movimenti con il dovuto distacco, senza spirito di parte. E se dovessimo rilevare in noi stessi un moto di simpatia o di avversione, sono proprio quelle letture a mostrarci quanto la corrente del passato agisca sull’attualità dei nostri tempi.

 

 

Salvino Ruoli