Lo sguardo profondo del poeta

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Lo sguardo profondo del poeta

 

Dopo un periodo della mia infanzia molto devoto, di misticismo intensamente sentito, seguí una adolescenza, come ho spesso raccontato, di grande distacco dal sentimento religioso che mi aveva guidato fino a quel momento. Con la crescita, le domande sul mondo spirituale, sulla sopravvivenza del­l’anima dopo la morte, sul luogo spirituale di provenienza alla nascita e altri assilli che mi tormentavano, non ricevevano risposte, e anzi le persone alle quali le rivolgevo, le suore del collegio e i sacerdoti che venivano annualmente per gli “esercizi spirituali”, si mostravano infastidite. Quelli erano momenti in cui avrei voluto sapere di piú dei fondamenti della religione, ma le mie domande non ricevevano mai le risposte che mi aspettavo: tutto doveva essere accettato senza chiedere il perché. Chiedere era una forma di superbia o di arroganza. Mi veniva fatto capire che le risposte, se c’erano, non erano per me raggiungibili. Quindi mi ero convinta che la religione, cosí come mi era stata insegnata, non rappresentasse che un ostacolo alla ricerca del vero che era divenuta per me essenziale.

 

In seguito all’uscita dal collegio, avevo una vita molto piena, non solo di studio e di stimoli dovuti alla lettura di tanti testi classici, ma anche di partecipazione a una nutrita “comitiva”, come si diceva allora, di amici con i quali si discuteva di filosofia, di arte, di letteratura, e anche di svago: ci si riuniva dal­l’uno o dall’altro per le feste da ballo che allora avvenivano in casa.

 

Rosenberg

 

Poi, nell’estate del 1959, la scuola ci portò, per perfezionare il tedesco – che era un po’ per tutti la lingua piú difficile da padroneggiare – nella Svizzera tedesca, a San Gallo, in un collegio sul Rosenberg, un istituto molto esclusivo che raccoglieva studenti da ogni parte del mondo.

 

Della nostra scuola, oltre a noi di Roma, c’erano studenti che provenivano da Palermo e altri da Amalfi. Il luogo era incantevole, sulle colline boscose sopra la grande città di San Gallo, e le lezioni erano studiate per noi, non frequentavamo le classi regolari.

 

Sin dall’inizio avevo notato un ragazzo di Amalfi molto silenzioso, del quale gli altri compagni mi dicevano che era bravissimo nello studio, sempre il primo della classe, ma piuttosto solitario e poco portato a condividere la spensieratezza dei compagni. Cercai di avvicinarmi a lui per conoscerlo meglio, e il risultato fu che un giorno mi consegnò una sua stupenda poesia in francese. Sua madre era nata a Marsiglia, e lui trovava molto adatte alla poesia le sonorità della lingua francese. Le poesie si moltiplicarono, non solo in francese ma anche in un italiano fiorito e molto musicale. La sua compagnia divenne allora per me la cosa piú preziosa di quella estate, rispetto al ripasso della lingua tedesca.

 

Quel ragazzo era Fulvio Di Lieto, e il suo modo di vedere il mondo era straordinariamente affascinante. Tutto per lui era spirituale, tutto espressione della divinità. La natura, che amava in maniera totale, assoluta, era un linguaggio del divino che andava profondamente compreso. Conosceva il nome di tutte le piante, degli alberi, degli animali che popolavano i boschi intorno al Rosenberg, riconosceva gli uccelli dal volo e dal canto, e tutto interpretava in maniera poetica. Non scriveva solo poesie, viveva la poesia.

 

Durante le passeggiate in quei meravigliosi boschi, Fulvio raccoglieva dei legni di rami d’albero caduti e con un coltellino incideva e scolpiva piccole figure antropomorfe di esseri elementari molto originali. Un giorno scolpí una madonnina con una grazia e una precisione che mi entusiasmarono. Ma lui regalava le sue piccole sculture a tutti quelli che le ammiravano e gliele chiedevano, e anche quella madonnina finí nelle mani di una mia cara amica, che spero l’abbia tenuta come avrei fatto io se l’avesse donata a me…

 

Ero incuriosita dallo scoprire sempre nuovi talenti ai quali lui non dava alcuna importanza, come quello della musica. Suonava qualsiasi strumento a orecchio: la chitarra, la fisarmonica, il flauto, il pianoforte, e persino in chiesa l’organo. Gli sembrava del tutto normale che uno strumento potesse essere suonato con facilità.

 

Lí al Rosenberg i ragazzi di Amalfi, ma ancor piú quelli di Roma, facevano scherzi continui a spese dei compagni non dotati della loro furbizia maliziosa. Soprattutto uno di loro era stato preso come bersaglio e aveva subíto vessazioni di ogni tipo, apparentemente scherzose, in realtà persino crudeli. Appena Fulvio se ne accorse diventò il suo difensore in maniera tale che le angherie finirono. Questo lato del suo carattere allontanava i ragazzi considerati “dominanti”, ma avvicinava a lui quelli che sentivano il bisogno di avere un paladino che li proteggesse.

 

Le cascate di Sciaffusa

Le cascate di Sciaffusa

 

Facemmo varie visite culturali, come quella alla famosa Stifts­bibliothek e quella all’Abazia di San Gallo, oltre a gite in natura, al monte Iltios e in battello alle cascate di Sciaffusa, luoghi meravigliosi. I ragazzi vivevano quei momenti in modo chiassoso e superficiale, vedevano solo il divertimento dell’acqua tumultuante della cascata e dell’arrampicata verso la vetta, non ammiravano neppure il panorama, presi dal piacere dello stare insieme. Fulvio invece guardava e viveva la maestosità dei luoghi, che poi trasfondeva nelle sue poesie.

 

Il corso di tedesco finí e il nostro rapporto divenne soprattutto epistolare, solo saltuariamente potevamo incontrarci, finché il distacco fu maggiore: lui andò a lavorare in Inghilterra, mentre io approfondivo lo studio della pittura che mi coinvolgeva completamente nel periodo successivo al termine di quello scolastico.

 

Ci fu poi, anni dopo, il mio viaggio in Francia, a Lourdes, con la trasformazione che esso provocò in me, e poco dopo nel Gargano, a Monte Sant’Angelo, e l’incontro con la potenza del Vincitore del drago. La mia vita doveva prendere una strada diversa. Guardare oggi come lavora il karma è comprendere quanto misteriose e perfette siano le sue trame. Dovevo trovare l’antroposofia, non solo per me, ma anche per Fulvio.

 

Fulvio Di Lieto

Fulvio Di Lieto

 

Quando ci rincontrammo, a distanza di molto tempo, quel senso del divino che lui aveva dato a me in forma d’arte panteistica e di immanenza spirituale nella natura, potevo restituirglielo in una forma diversa e piú complessa, che divenne per lui fondamentale. Lesse, studiò, lavorò, meditò e scrisse, in poesia e in prosa, approfondendo sempre piú il mondo che gli avevo portato incontro: quello della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

 

Nacque cosí L’Archetipo, che Fulvio ha diretto per piú di vent’anni, travasando in esso tutto quello che intanto apprendeva e trasformava in veste letteraria e poetica. Firmava con il suo nome solo le sue poesie, per tutti gli altri scritti utilizzava pseudonimi, al fine di non figurare troppo “invadente” per chi leggeva. Molti amici infatti non seppero mai, finché è vissuto, quanto grande fosse il suo contributo alla rivista.

 

 L'arca, il diluvio, la colomba e il sole

 

Tanti sono i libri che ha scritto, non solo di poesia ma anche di racconti e romanzi. Diceva Massimo che nel romanzo (come in L’arca, il diluvio, la colomba e il sole, Ritorno a Pasidonia, Nel nome della Madre, L’Oro della Pimpaccia, Lara delle Camene), in maniera artistica si possono inserire nella storia, occultamente, in parte facendo leva sull’emozione, contenuti esoterici elevati, come il karma e la reincarnazione, ai quali il lettore, preso dalla trama, si apre senza quella forma mentis radicata in molti, che impedisce loro di accettare pensieri nuovi.

 

Un personaggio, quello di Fulvio Di Lieto, “dal multiforme ingegno” ma di una naturale umiltà riguardo a se stesso, mentre vedeva in ogni persona che incontrava doti da ammirare, anche in alcuni apparentemente poco vincenti nella società, dei quali evidenziava le potenzialità nascoste in un costante e innato esercizio della positività.

 

 

Marina Sagramora