La coesione e la disgregazione degli enti è lotta, ma dietro c’è l’Amore che scende radicale sulla Terra e muove ogni essere, e il movimento è accordo o disaccordo o urto, ma è comunque la Forza del Logos che scende e opera alla trasmutazione della Terra. La resistenza alla Forza, l’opposizione ad Essa, genera il dolore. Il dolore è l’aiuto a riconoscere la Forza. Questa, nella sua forma pura, è il germe dell’Amore che un giorno trasformerà la materialità della Terra.
Un’epoca oscura, che cela un’infinita Luce: questa è la nostra epoca, nella quale la nostra opera, come creazione nell’asperità e nella sofferenza, è il veicolo della Luce. Ma la tenebra è in noi, è un tessuto che fa parte dell’essere in cui ci manifestiamo: in noi vinciamo la tenebra, perché la Luce muove dal nostro stesso essere, muove dal puro pensare, dal puro Io.
Luce che è beatitudine del tempo originario, o dell’infanzia dell’anima, o dell’antichità paradisiaca, gioia dell’estasi voluta con il non-volere assoluto, mondo dell’eroismo, forza eroica, o purità immortale. Lo Spirito che discende, penetra distruggendo ciò che non è sua forma, uccide la vita animale, ma cosí desta le dormenti forze originarie dell’anima.
Occorre la chiarezza che viene dalla via limpida del pensiero, al di sopra della egoità psichica inquieta e piena di dramma spirituale ma povera di realtà spirituale. È la via del pensiero che è premessa del puro moto d’Amore: perché il puro moto del pensiero è già corrente pura di Amore. Talora sono tratto nel groviglio senziente altrui, per vincolo d’affetto: ne vengo appesantito e talora ferito: ma non posso ritrarmi dal sopportare qualcosa che viene disperatamente sofferto da altri, per confusione.

Ma io darei l’aiuto, purché non mi si paralizzassero le forze con cui lo do: come colui che sta per annegare paralizza i movimenti di colui che vorrebbe salvarlo. Comunque, la chiarezza è ritrovata, e con essa l’infinita generosità, l’infinita sorridente pazienza. Nuove forze-pensiero si sono liberate e nuove conoscenze sono fiorite: «Tu mi visitasti, o Signore, perché io mi conoscessi» è il senso. È come un avvistare l’alba oltre il cielo caliginoso, la luce della gioia e della speranza di là da un paesaggio di rovine fumanti.
Un attimo redime un millennio: nell’istante è ritrovata l’eternità.

Aumenta la tensione metafisica, del piú puro sentire di Luce, cresce la visione del nuovo cosmo di Vita della Luce, e diminuisce il tempo terrestre: tutto è rapido, frettoloso: come motus in fine velocior. Le settimane trascorrono rapide come giorni. Il tempo non è sufficiente agli impegni assunti, occorre sintetizzare, semplificare, abbreviare, intendere tutto con immediatezza. Solo una grande quiete, o trascendete immobilità, dà il senso di tale precarietà del tempo: il momento in cui volgo al mistero del Logos. È questo il momento che instaura l’eternità nel flusso veloce del tempo e muta visione e animo.
Massimo Scaligero
Da una lettera del gennaio 1973 a un discepolo.
