La sociologia ha i mezzi per analizzare e comprendere la società attuale, ed è in grado di esplicare una funzione guida del vivere sociale? Vi è da chiedersi inoltre se la sociologia – secondo la definizione di Aron – può studiare la realtà sociale in quanto tale al fine di offrire a essa un sistema definitivo.
Nasce, contemporaneamente allo sviluppo delle scienze naturali, l’esigenza sociologica come volontà di pervenire a una scienza sistematica rivolta alla scoperta della realtà umana e sociale, atta quindi a formulare le leggi di sviluppo della società civile. Questa aspirazione è stata determinata dalla decadenza delle antiche concezioni metafisiche, che ha diffuso una sfiducia nei riguardi di una filosofia sociale ove la società veniva configurata come la conseguenza di un disegno provvidenziale. Ben presto una istintiva consapevolezza della insufficienza del pensiero razionale, ha spinto a ripudiare la validità di una legge di natura sorreggente tutta la società. Si è passati però da formulazioni dogmatiche e meccanicistiche alla ricerca, piuttosto disinvolta, di “semplici uniformità tendenziali”. Si è sperato di comprendere l’uomo e la società mediante una analisi descrittiva, puramente empirica, la quale dovrebbe sfociare (dando valore prioritario a quegli indirizzi che vedono ogni branca della scienza solo un modo di analisi) nella coincidenza di esperimento, produzione di nuovi dati, prove di verifica e processi reali.

Che cosa cambia però, nella sostanza, se la legge di natura viene sostituita con analoghe leggi del divenire sociale da verificare (entro lo stesso limite razionale) mediante una analisi empirica orientata concettualmente e con l’ausilio di ipotesi di lavoro controllabili induttivamente? Senza aver compiuto prima un salto qualitativo, sia nei riguardi dell’osservazione sia del pensare, non si ripropone forse un identico livello anche nella aspirazione a conquistare una indagine orientata, avente come fine un piú ampio schema teorico che comprenda il concetto dell’uomo, inteso come protagonista della società in una determinata situazione storica e ambientale?
Benedetto Croce ha osservato che se per regola di istituzioni si intendono le regole del pensiero, la sociologia sarà anche Logica, se quelle dell’arte anche Estetica, se quelle dell’economia necessariamente Economia. Tutto quindi tranne che sociologia.
La sociologia ha indubbiamente impegnato tutta se stessa per darsi una dignità di scienza autonoma. Ha cercato di differenziarsi dalla filosofia sociale, perché questa si proporrebbe solo giudizi etici, dalla psicologia che affronta il problema dell’individuo in quanto membro di un gruppo, dalla antropologia culturale in quanto considera l’uomo come agente sociale. Vuole distinguersi inoltre dall’economia, dal momento che esclude aprioristicamente di occuparsi dello “homo oeconomicus”; si distacca dal diritto perché va alla ricerca di un effettivo contenuto sociologico, mettendo a fuoco atteggiamenti e comportamenti sociali ad esempio come la moda; desidera porsi al di sopra della storia che individualizza il fenomeno studiato considerandolo irrepetibile, mentre la sociologia, paragonando fenomeni da epoca a epoca, vuole scoprire gli elementi comuni che si ripetono, e pertanto dovrebbero essere, in una certa misura, anche prevedibili nel futuro.
La sociologia propone dunque se stessa come scienza della società, come “scienza sociale di base” che affronta i rapporti sociali in quanto tali a prescindere dalla loro natura religioso-spirituale, giuridica ed economica.

Era inevitabile che il desiderio della sociologia di comprendere la società mediante una supposta rigorosità scientifica, capace anche di razionalizzare completamente le decisioni del potere statale, dovesse immediatamente fare i conti con la realtà sociale. Si è subito rimproverato a Comte di aver elaborato una legge sociologica, la “legge dei tre stati”, che non supera le influenze metafisiche astratte. Essa infatti vuole spiegare i fatti sociali con gli stessi metodi impiegati per la fenomenologia naturale, secondo quel “positivismo religioso” dal quale furono affascinati anche Proudhon e Marx. Spencer invece viene accusato di aver concepito un concetto di evoluzione fondato troppo su un individualismo radicale. Si è rilevato inoltre che tutta la sociologia sistematica dell’Ottocento ha avuto troppa fiducia in un ideale di progresso (inteso come legge intrinseca allo sviluppo sociale e umano) e che la scuola americana ha esagerato nel dedicarsi a una indagine di tipo descrittivo, non sempre orientata rigorosamente e quindi oltre che frammentaria eccessivamente pragmatista. Durkheim, consapevole di queste debolezze basali, ha tentato di gettare un ponte fra la macrosociologia e l’indagine sociale circoscritta, richiamandosi non tanto a leggi universali quanto ai “fatti sociali”. Secondo la sua tesi, modi di agire e di pensare, in base al principio che “quasi tutto ciò che si trova nelle coscienze individuali viene dalla società”, si impongono al singolo “dotati di potere di coercizione”, determinando persino manifestazioni come la religiosità, la gelosia sessuale, la pietà filiale e l’amor paterno.
È evidente però che in tal modo al dogma metafisico viene sostituito un altro dogma: la società intesa come ente a sé, una specie di superiore realtà da scoprire nei fatti sociali, considerati normali o patologici a seconda della loro minore o maggiore distanza da una ipotetica evoluzione integrale. Dinamica evolutiva, mai chiarita nelle cause e negli scopi. Siamo dunque di fronte a una concezione della società cosí onnipotente, tanto da interpretare un dramma intimo come il suicidio quale risultato di una precisa correlazione con la realtà sociale e di gruppo, riecheggiando qualcosa di molto vicino alla ineluttabile costruzione dialettica del materialismo storico.
La sociologia dunque è ancora alla ricerca di una sua certezza. Essa non riesce a pervenire a una stabilità perché, proponendosi di analizzare il comportamento del singolo inserito nel gruppo, ha trascurato di indagare su una caratteristica comportamentale comune sia la gruppo, sia al singolo, sia al sociologo stesso: l’attività pensante.
Argo Villella
Selezione da: A. Villella Una via sociale Società Editrice Il Falco, Milano 1978.
