
I pensieri “ordinari” tendono di continuo a potenziarsi oltre l’oggetto a cui dovrebbero rimanere adeguati, sino – talora – a ritornare, a ripetersi in noi, ossessivamente. Con ciò sottraggono forze all’anima: quelle forze che dovrebbero andare ad alimentare i pensieri veri, i pensieri universali, quelli che è bene far vivere nell’anima, con una forza che in sostanza appartiene loro.
Questi pensieri “universali” dovrebbero vivere nell’anima sino a suscitare il mondo del sentire, per virtú loro, cosí che questo “sentire” non sia nostro, ma sia un risonare di tali pensieri in noi.
Solo per “oggetti” universali o cosmici, ormai, dovremmo avere forti pensieri, o forti sentimenti: o per l’universale-cosmico che circola entro la Maya della vita, in esseri, eventi, cose.
Questo è fondamentale: abituarsi a far vivere in forma ossessiva sentimenti di ordine cosmico, sentimenti disinteressati, inegoistici (fondati per esempio su pensieri come questo: “L’uomo è la mèta delle Gerarchie”).
Il sentire non ci è dato per sentire noi stessi, o perderci nel sentire, ma perché il sentire (non sentito) ci faccia percepire il cuore delle cose, del mondo.
Alimentare la fiducia che lo stato di conversione superiore del pensiero agisce in senso positivo verso il karma (con il karma), non per suscitare ostilità nella vita esteriore: questo timore può venire da un inconscio avviarsi verso il fisico e verso una visione sensuale della vita, del risultato della meditazione (che si esprime tra l’altro come benessere fisico). Quindi è ingenuo il timore di andare sino in fondo. Il risultato positivo della meditazione va accolto con gratitudine e offerto al Logos.
La situazione esteriore è il risultato del mio atteggiamento interiore.
La situazione muta col mutare del mio atteggiamento interno, dei miei sentimenti, dei miei pensieri.
Aprirsi al karma è il segreto: sentirne la forza come unisona con l’Io e direttrice sicura attraverso tutti gli eventi sino al presente: sentire questa forza proiettata anche nel futuro e aprirsi a questo suo slancio creativo verso il futuro: aprirsi con fiducia.
Anzi, andare sino in fondo è un dovere: ogni ostacolo che sembri insormontabile è lí per scoraggiarci, ma appunto per essere superato.
(Continuando al prima detto) Il vuoto in sostanza è il non essere piú l’individuo che si è, non avere piú l’appoggio in ciò che normalmente si è: scopi, supporti, velleità, giustificazioni finiscono.
È la situazione ben descritta dal Dottore nella IV meditazione a pag. 105 et seq di Verso i mondi spirituali.
È in sostanza il risultato vero della meditazione e del lungo insistente amore: è al tempo stesso la calma profonda e la estraneità alla propria natura (che si sente contenuta provvisoriamente in noi).
È la libertà insieme con la devozione pura: è l’apertura concreta allo spirituale. Si è degni di essere veramente quieti – è la condizione vera dell’astrale che è tutta quiete e le cui forze non hanno altro compito che la costruzione degli organi spirituali.
È la capacità di togliere il sostegno – o la presa – che noi offriamo alla brama, all’angoscia e alla paura: un far cadere il centro, infine, su noi stessi. Un lasciare istantaneo, per incomunicabilità, la brama, l’angoscia, la paura: un trasferirsi all’improvviso nel centro di sé, che è intoccabile, e perciò un lasciar cadere tutto ciò che trovava in noi appiglio, presa, alimento.
Sempre dopo un energico lavoro, energico sino al dolore, si riprende il ritmo.
L’insistenza è sempre premiata. Dopo anni, infine, la risposta. È su quel piano in cui, in una zona, il peccato originale nulla ha potuto, perché è l’etere superiore: lí si risorge perché vi si trova a risplendere la luce del Cristo: e l’Io sono è là dove il vuoto è rimasto tale sin dall’Atlantide. Perché? Perché nell’astrale agí Lucifero. La ripresa comincia fuori dell’astrale riflesso – agirà poi su esso dall’astrale superiore, là dove l’Io (su sé fondato) trova supporto pronto e al tempo stesso è a un livello in cui il Cristo vive.
Lí è invero il “vuoto piú del vuoto”, cosicché l’Io Superiore vi affiora: v’è instaurata la Gerarchia dell’Io sino all’eterico inalterabile, cosí che all’altezza di questo (a mezzo del pensare liberato) si percepisce la Forza dell’Io.
Si tratta ormai di trarre la “direzione” dal segreto del proprio essere, dal proprio fondamento, cioè dall’Io: ciò è ormai necessario. Orientamenti, finché vengono dal Maestro. Indi – dove essi non sono presenti – occorre far affiorare il Maestro interiore: è necessario. Apposta si è lasciati soli.
Il “vuoto piú del vuoto” è l’astrale divino. Il punto in cui l’eterico può incontrare l’astrale divino.
E allorché si sente che non si fa “luce”, che si è disorientati, che non si cammina, che si è sempre con le stesse difficoltà, occorre capire che ciò dipende da un “non-volere” profondo. Si vuole rimanere con l’ “io” illusorio: si aderisce in profondità alla coscienza fittizia e a tutto ciò che attraverso essa, con brame, ci tiene avvinti alla terra. Nel momento in cui si vuole risorgere, subito questa “volontà” viene eliminata, con un qualsiasi pretesto: appena si fa luce, con un fatto qualsiasi a cui si dà accesso, la si spegne. Appena il volere vero funziona, subito il non-volere istintivo si oppone con ogni energia: specialmente nella concentrazione.
Accorgersi di questo è già un vantaggio.
Non v’è ostacolo che non sia un ostacolo da superare. Superato, non è piú ostacolo.
Al tema del “vuoto è connesso quello del “riposo delle Gerarchie”. L’appoggio in sé delle Gerarchie è lo stesso Divino. Il carattere del loro operare è la sicurezza. L’uomo non è fondato su sé, ma sul fisico, sul riflesso inferiore dello Spirituale. Nel realizzare il suo fondamento, l’uomo trova lo Spirito. Egli attua la libertà nel ripetere contemplativamente l’appoggio in sé delle Gerarchie, in quanto, mentre nelle Gerarchie il “riposo divino” è spontaneità, per l’uomo è iniziativa, volontà. La meditazione sul “Riposo Divino” diviene immagine, per forza magica.
È la “in-umana” pace delle Gerarchie, che l’uomo può ritrovare nel segreto di sé: in cui il sentire che prima era piacere o dolore, diviene quiete dell’Io, clima dell’Io che percepisce allo stato puro il mondo. Per cui non ci si sente piú avversi o legati a nulla, ma solo emananti amore, collegati al tutto con amore.
“Ich ruhe in der Gottheit der Welt“
[Io riposo nella divinità del mondo].
Massimo Scaligero (2. continua)
