Ho già raccontato in altre occasioni quello di cui parlerò qui di seguito, e mi perdonerete la ripetizione di fatti e luoghi, ma vorrei sottolineare con questo quale importanza aveva per Massimo Scaligero il contatto con la natura. E non soltanto quello dell’esercizio di percezione pura dall’alto dello studio di Via Cadolini verso Villa Pamphilj, o quello delle lunghe passeggiate domenicali, ma ancor piú l’immersione, durante i mesi estivi, nell’ambiente rigenerante di Isola Farnese e del parco di Veio.

Questo finché poté essere ospite della casa della sorella Adelina e del cognato Paolo Marchetti, scrittore noto con il nome di Paolo Virio. Alla morte di quest’ultimo la torretta rossa di Isola Farnese, che era stata per anni il rifugio estivo di Massimo, fu venduta. Si presentò allora il problema di trovare un succedaneo. La località era molto importante per Massimo, che era abituato a quei luoghi “etruschi” che lui definiva “magnetici” in modo positivo, ossia per lui particolarmente restauratori. Mi recai quindi a Isola Farnese nella speranza di trovare un’abitazione in affitto per i mesi piú caldi, quando l’afa di Roma si faceva sentire in modo opprimente. Chiesi a diverse persone, che pure conoscevano bene “il professore”, nessuno però aveva possibilità di ospitarlo e non c’erano case libere per l’affitto.
Pensai allora di fare un tentativo un po’ azzardato: mi rivolsi al proprietario del castello di Isola Farnese, che in quell’epoca era il conte di Robilant. Mi feci annunciare come la segretaria del Professor Scaligero, orientalista dell’IsMEO e redattore capo della rivista East & West dello stesso IsMEO. Portavo con me alcuni libri di Massimo usciti da poco, di cui feci dono al conte, che mi accolse con quel garbo e quella considerazione riscontrabili nelle persone di fine levatura e spessore culturale. Spiegai che il professore era abituato da anni a quel luogo per trascorrere il periodo piú caldo dell’estate, ma purtroppo la casa era stata venduta e non ero riuscita a trovare per lui un’abitazione in affitto.

Il Conte di Robilant fu colpito dal personaggio del quale peroravo la causa, e si mostrò molto generoso, concedendogli un appartamento nel castello in cui l’ospite si sarebbe potuto sentire libero di predisporre il luogo come voleva. Disse che era onorato di avere uno studioso di tale riguardo e che metteva a sua disposizione tutto il necessario per un soggiorno sereno e ben organizzato. Per Massimo quel mese di agosto fu veramente ritemprante. Il piccolo bar trattoria di Angelino come sempre gli forniva i pasti, e lui faceva le sue lunghe passeggiate nei luoghi che amava frequentare.
Con l’arrivo di settembre ci fu il ritorno a Roma e tutto l’anno passò. Nel mese di giugno successivo cominciai a pensare all’approssimarsi della calura estiva e tornai al castello. Trovai un gran viavai di operai nel pieno di una evidente ristrutturazione di parte del castello, e il conte di Robilant fu molto dispiaciuto di non poter nuovamente dare ospitalità al professore, ma i lavori sarebbero proseguiti per tutta l’estate.

Le sorelle Balla con il padre Giacomo e la madre
Chiesi ancora in giro per una casa in affitto, ma in quell’epoca Isola Farnese non aveva ancora avuto lo sviluppo edilizio che l’ha trasformata in seguito, e direi anche un po’ sfigurata. Allora le case erano poche, e abitate da persone molto particolari, soprattutto da artisti che si conoscevano tutti fra loro, e che non si spostavano facilmente. Ricordo in particolare le due sorelle Balla, Luce ed Elica, figlie del grande futurista Giacomo Balla, che durante l’inverno vivevano quasi segregate nella dimora paterna, dipingendo anch’esse, e che durante l’estate si spostavano nella piccola casa di Isola Farnese, che per loro rappresentava una libertà dalla vita soffocante dell’ambiente invernale. Le due sorelle conoscevano bene Massimo Scaligero e spesso si erano intrattenute con lui, invitandolo per un caffè nella loro casa d’artiste. Purtroppo non avevano lo spazio necessario per ospitarlo durante l’estate, ma mi diedero un prezioso consiglio. Conoscevano e frequentavano la figlia del Marchese Incisa della Rocchetta, proprietario dell’Olgiata, un comprensorio naturalistico poco distante, lungo la Cassia. Il luogo era fresco e pieno di verde, e le sorelle Balla mi consigliarono di presentarmi come inviata da loro. Fecero anche una telefonata per annunciare il mio arrivo.
Il conte Hunyadi e la Contessa Hunyadi Incisa, figlia del marchese, che mi ricevettero, furono anch’essi molto interessati al professor Scaligero, all’orientalista di chiara fama, e si dissero onorati di ospitarlo. Avevo portato anche per loro alcuni libri, che gradirono ed esaminarono con grande interesse, e proposero di alloggiarlo nell’appartamento del custode della scuola elementare dell’Olgiata, non piú in uso perché chiusa da anni. La fornirono di ogni cosa potesse essere utile per l’ospite, e anche se l’abitazione era di grande semplicità, era proprio quella che per Massimo era piú conveniente: tranquilla, indipendente e immersa nella natura.
Vicino alla scuola c’era il limitare della cosiddetta “Foresta vergine”, una zona dell’Olgiata che l’anziano Marchese Incisa voleva che rimanesse intricata e non percorribile da alcun sentiero. Questo perché cosí gli animali che vi trovavano rifugio non sentissero la contaminazione del passaggio dell’uomo. In tal modo il luogo era pieno, oltre che di ricci, serpenti, lepri, scoiattoli e animali d’ogni specie, anche e soprattutto di uccelli di ogni tipo e rarità. I loro gorgheggi si sentivano soprattutto all’alba, ed erano per Massimo una musica celestiale. Anche quell’anno Massimo passò un’estate veramente ritemprante. Davanti alla scuola c’era un antico fontanile con acqua fresca sempre sgorgante, e ogni mattina un magnifico grande serpente andava a bere alla fonte. Massimo lo aspettava e lo salutava. Il serpente lo guardava ogni volta, poi lentamente riprendeva la via verso la “foresta vergine” dove viveva.

I conti Hunyadi erano particolarmente appassionati di equitazione, e all’epoca l’Olgiata ospitava un purosangue molto famoso, Ribot, che dopo aver vinto sedici premi su sedici corse disputate, era divenuto a quel punto uno stallone prezioso per i suoi proprietari, che lo tenevano con grande cura nella scuderia insieme a cavalline che arrivavano da tutto il mondo per generare figli e figlie del grande Ribot. Nelle sue passeggiate pomeridiane, Massimo andava spesso a trovarlo, e Ribot lo riconosceva da lontano e lo salutava con un nitrito. C’era un discorso segreto fra i due, ed entrambi sembravano esserne arricchiti.
Anche l’anno seguente la casa del custode della scuola dell’Olgiata fu un rifugio prezioso. Ma cose tanto speciali difficilmente resistono al tempo. All’interno dell’Olgiata iniziò, da parte della Società Generale Immobiliare, una speculazione edilizia, forse permessa dalla morte dell’anziano marchese Incisa, e non ci fu piú per Massimo la possibilità di ritornarvi.
Ero preoccupata per le future estati, ma Massimo disse che questo gli permetteva, per tutta la durata dell’estate, di continuare a tenere alcune riunioni, e anche a ricevere le persone che volevano incontrarlo. Poi aggiunse una frase che mi è rimasta impressa ed ora la applico a me stessa, che d’estate non mi muovo piú da Roma. Disse: «C’è un tempo per andare e un tempo per restare, è arrivato per me il tempo di restare».
Marina Sagramora
